BEST-TRACCE 2020 – SURVIVAL KIT N.2

Questa volta è stato veramente difficile decidersi a farlo, questo cosiddetto ‘best’… ma pensando che voi comunque l’aspettaste, eccoci qui di nuovo.

Ma sono necessarie importanti ‘avvertenze per l’uso’. Stiamo parlando della musica dell’ “anno in cui non siamo stati da nessuna parte”, per prender in prestito il titolo di un famoso memoir. Un anno in cui la musica è stata di fatto silenziata, salvo casuali ed estemporanee tregue. Inutile parlare quindi di ‘scene musicali’, che semplicemente non ci sono. Meno che mai di ‘tendenze’, visto che quello che si è sentito lo si deve più che altro al caso, a fortunate coincidenze, che hanno anche governato gli ascolti di chi vi scrive. Quindi quello che segue è un taccuino di ricordi in musica, frammentario e sparso, nessuna pretesa di completezza o di efficace sintesi e valutazione. Unico criterio ragionato quello di cercare di evitare la ripetizione di passate segnalazioni, pur meritevoli.  Un’ultima avvertenza: a mio avviso molta della musica migliore e più viva di quest’anno non la si è ascoltata nei pochi dischi comparsi (quasi tutti concepiti ed impostati ‘prima’), ma sui palchi fioriti in quella tregua estiva che ora ci appare quasi irreale. Di qui la sezione dei ‘dischi del desiderio’, quelli che non ci sono, ma che ci dovrebbero essere…  

I DISCHI DELLA REALTA’

Ron Miles Rainbow Sign – Blue Note

Un album che ha le vere caratteristiche di una ‘opera’, di concezione ed atmosfere omogenee, come se ne sentono poche di questi tempi. Colpisce ancora di più il fatto che a dargli vita è una formazione che trabocca di grandi e spiccate personalità, dal poliedrico (e sottovalutato) Jason Moran ad un Bill Frisell molto più felice ed ispirato di tante altre recenti occasioni, sino a Thomas Morgan al basso e Brian Blade alla batteria, che mettono completamente fuori corso il tradizionale concetto di ‘sezione ritmica’. Lasciatevi stregare dalle sottili e delicate nuances di questo meditativo e raccolto acquerello, percorso però da venature di vibrante inquietudine.

Ambrose AkinmusireOn the Tender Spot of the Calloused Moment – Blue Note

Fuori questione l’inarrivabile magistero strumentale del leader (del resto questo è il decennio dei fuoriclasse della tromba), qui però messo al servizio di un registro espressivo del tutto peculiare (tempi medi, lavoro sul suono di discendenza davisiana). Ma l’album colpisce particolarmente perché è l’opera di una formazione splendidamente coesa e sviluppata, con un’identità sempre più marcata e distinta che si impone ancor di più sul palco (ho avuto la fortuna di sentirli due volte). Da tener d’occhio il pianista Sam Harris.

Immanuel Wilkins Omega – Blue Note

Un altro Blue Note? Non so che farci se Jason Moran in vesti di produttore si avvia a diventare il Duke Pearson del nuovo millennio, un rabdomante capace di rivelare e catalizzare intorno a sé tanta nuova musica. A conferma della natura ‘comunitaria’ del miglior jazz, il sax alto Immanuel Wilkins sembra nascere per gemmazione dal gruppo dell’ottimo Joel Ross (un’altro circa ventenne, notare bene): una testimonianza della vitalità e della densità di scene musicali eccentriche rispetto a quella newyorkese. Musica che nasce nelle ovattate aule della Juilliard School, ma che ancora una volta porta con sé un’intensa premonizione del nostro presente

Roberto Ottaviano Eternal LoveResonance & Rhapsodies – Dodicilune

Questo complesso e vario album (due cd con due formazioni diverse) è per me inscindibilmente collegato al ricordo di una magica, elettrizzante serata di mezzo agosto alla Rocca Brancaleone di Ravenna. Che fortunatamente sì è incarnata in un disco. La front line formata dal soprano di Ottaviano e dai clarinetti di Marco Colonna sembra combinata in cielo, perfetto esempio della dialettica e della complementarietà che fanno il miglior jazz. Dopo un po’ di rincorsa, ecco perfettamente amalgamate due formazioni di originale strumentazione e di rara apertura internazionale che generano una musica che sa felicemente coniugare audacia e passione. Alla prima occasione, andateli a sentire dal vivo (virus e ‘direzioni artistiche’ permettendo….)  

L’ANGOLO DELLA GODIBILITA’ (perché troppa ‘realtà’, di quella nostra, intossica..)

Redman/Meldhau/McBride/BladeRound Again – Nonesuch Records

L’Ocean Eleven del Jazz, sodalizio nato quasi sui banchi di scuola. Siamo tra fuoriclasse del proprio strumento, ma Meldhau ha qualcosa in più, e qui è più rilassato e per me più convincente che in recenti prove, ipotecate a volte da eccesso di ambiziosa programmaticità o di non filtrata occasionalità. Intendiamoci, nessun easy listening, ma eleganza e raffinatezza ai massimi livelli. Non nascondo che in passato ho guardato un po’ in tralice Redman jr., poi ai miei occhi riscattatosi alla grande sul palco con l’intenso ‘Still Dreamin’ dedicato agli Old and New Dreams. Se vi sfugge la definizione di ‘interplay’, qui ne troverete una di cristallina chiarezza.  Ma anche qui filtra sottotraccia un’ombra di malinconia e di inquietudine ….  

I DISCHI DEL DESIDERIO

Enrico Rava Quartet

Il Padre Nobile del Jazz Italiano già da alcuni anni ha messo insieme un quartetto in cui all’anagrafe lui bilancia gli altri tre componenti: e già questo non è cosa da poco. Nonostante vari passaggi sui più diversi palchi, la loro musica continua a ‘correre nel vento’, senza alcuna documentazione discografica. Del tutto incomprensibile, considerata la quantità di tecnologia che ci circonda ed i noti legami discografici del leader. Una musica in miracoloso equilibrio tra sperimentazione avventurosa ed intensa espressione.  

Floors

Altro appunto in evidenza nel mio taccuino. Filippo Vignato, Francesco Ponticelli e Francesco Diodati danno vita ad un trio decisamente originale, capace di una musica sottile e ricca di delicati colori. Sembra che da tempo sia in fabbricazione un album, chissà… potrebbe intitolarsi ‘La Tela di Penelope’… 🙂

Vijay Iyer in solo

Iyer lo ho ascoltato in diverse occasioni e contesti. Ma mai come al Teatro Parenti di Milano lo scorso gennaio: lì lo ho visto in autentico stato di grazia. La clip di cui sopra è stata registrata pochi giorni prima a Padova (ottima rassegna) e beneficia di una simile felicità e lucidità di ispirazione. Sono ben 26 minuti…. che non rimpiangerete, vi assicuro. Anche qui, nessuna testimonianza discografica recente

Simone Quatrana

Un altro pianista in solo? Eh sì che non è propriamente il mio genere…. Ma quando ci si porta dentro un mondo, ce lo si può permettere. Quatrana è una mia ‘fissa’, che però ora condivido con S.Anna Arresi, Casa del Jazz di Roma e Novara Jazz. Anche qui manca solo un bell’album ben rifinito, il materiale è disponibile in abbondanza. A proposito, i deprecati standards sono la pietra di paragone dello Stile, che qui c’è ed in abbondanza…

Enzo Favata ‘The crossing’

Un gruppo che si è sentito molto più all’estero che in Italia, e con ciò abbiamo detto tutto. Uno strumentale non ovvio, capacità di narrare in forma estesa senza cadute e tempi morti, un bell’equilibrio tra personalità molto ben definite come quella del leader, di Pasquale Mirra, Rosa Brunello e Marco Frattini. Un raro esempio di uso convincente delle elettroniche. Su BandCamp e YouTube sono reperibili loro performance live complete.  

Che la Musica sia con voi (almeno lei…). Milton56

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