La stella di Dizzy

Un’altra stella del firmamento jazz pulsa in questo 6 gennaio, con il suo gemello terreno simbolicamente collocato nella Hollywood Walk of Fame di Los Angeles: è quella di Dizzy Gillespie, scomparso in questo giorno di 28 anni fa all’età di 76 anni .
Nel suo necrologio Leonard Feather così definì lui e Charlie Parker : «Furono i Dioscuri della musica moderna. Insieme essi crearono e condivisero delle idee che sintonizzarono il mondo del jazz sul loro orecchio, inventando nuovi concetti melodici, armonici e ritmici».
Un’altra citazione la recuperiamo dalla autobiografia di Miles Davis «Bird è stato lo spirito del movimento bebop, ma Dizzy ne era la testa e le mani, era lui che teneva insieme tutto»
Uno dei protagonisti della “rivoluzione” del be-bop, partita ad inizio degli anni ’40 dai locali della 52nd Street e dal Minton’s di Harlem frequentati, oltrechè da Parker e Gillespi,e da Thelonious Monk, Dexter Gordon, Kenny Clarke, Tadd Dameron, Max Roach e molti altri. Qui Dizzy era di casa nel trio con il bassista Oscar Pettiford e il batterista Kenny Clarke.
Fortemente osteggiato sia dalla critica che dai colleghi, che li accusavano di «suonare delle note sbagliate”, il nuovo linguaggio si affermò rapidamente fino a decretare per Gillespie e la sua band un crescente successo, al punto da diventare il primo gruppo jazz scelto dal Dipartimento di Stato per una missione distensiva oltre oceano. Nel video che segue vediamo l’orchestra nel 1947 in un brano in cui Gillespie si esibisce con il suo caratteristico buonumore. Fra i componenti dell’orchestra la metà del futuro Modern Jazz Quartet con un giovanissimo Milt Jackson al vibrafono, mentre alla destra dello schermo si intravede appena il pianista John Lewis.

Lewis e Jackson facevano parte con Kenny Clarke e Ray Brown, anche del quintetto allestito da Gillespie nel 1947 dopo la separazione con Charlie Parker, che chiamò a suonare Miles Davis al suo posto.
Con Parker si ritroveranno, insieme a Charlie Mingus, Max Roach e Bud Powell, nel famoso The Quintet Live at Massey Hall, del 15 maggio 1953, considerato il testamento del be-bop, un concerto al quale Parker si presentò senza sassofono e suonò con un alto di plastica davanti ad una audience semivuota, perchè gli organizzatori avevano trascurato la coincidenza dell’evento con l’incontro fra i pesi massimi Rocky Marciano e Jersey Joe Walcott.
Rimasto per tutta la carriera fedele ai suoni del be bop, Gillespie nel corso degli anni sviluppò la sua musica in formazioni allargate, le sue big bands, e manifestando un crescente interesse per i ritmi latini e caraibici.
Nel 1963, sul palco del Monterey Jazz Festival comunicò al mondo la sua intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali statunitensi. La Casa Bianca sarebbe stata ribattezzata Casa del Blues e Gillespie aveva già pensato alle nomine del suo governo:  Miles Davis capo della CIA, Duke Ellington ministro dello Stato, Max Roach ministro della Difesa, Charles Mingus ministro della Pace, Louis Armstrong all’Agricoltura, Malcolm X alla Giustizia ed Ella Fitzgerald alle Politiche Sociali.
Nel 1979 Gillespie pubblicò la sua autobiografia, “To Be or Not To Bop” , tradotta in italiano da Lilian Terry, nella quale trovano spazio gustosi aneddoti della sua personalità da generoso e gioviale enterteiner, inclusa l’origine della sua tromba verticale, dovuta pare ad un incidente durante uno show, e la sua caratteriostica posa con le guance gonfiate a dismisura.
Negli ultimi anni Gillespie rallentò molto la sua attività, dedicandosi prevalentemente all’insegnamento e fu spesso ospite in Italia a Bassano del Grappa, dove gli venne conferita la cittadinanza onoraria e dove fondò la locale Scuola popolare di musica, in seguito intitolata a lui.

(materiale informativo e video tratti dal sito http://gerovijazz-jazzfan37.blogspot.com/ e da Wikipedia)

Chi scrive ha un ricordo lontano dell’unico concerto di Dizzy visto a Milano il 19 dicembre, credo del 1987, al Piccolo Teatro. Poco è rimasto nella memoria di quell’esibizione, olte alla reliquia qui riprodotta, se non le proverbiali guance gonfie del trombettista e la sua usuale verve sul palco. Più vivido il ricordo di un viaggio in treno, io ed un amico, vestiti a doppio strato per timore dei freddi milanesi. Salvo trovarci poi accaldati e sudanti in un Piccolo dalla temperatura più che confortevole.

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