SONNY SPEAKS OUT……

“Il Ritorno del Pellerossa”… è il titolo di un famoso saggio di letteratura americana

Al momento della scomparsa di Coltrane nel 1967, sicuramente furono in molti a pensare che la bandiera della guida carismatica del mondo del jazz non potesse che esse raccolta da lui. Ma Sonny Rollins questa gloriosa, quanto scomoda eredità non la accettò. I motivi possono esser stati molti, da una certa delusione per un’inadeguata accoglienza a suoi lavori impegnativi ed innovativi come quelli della metà degli anni ’60, ad un carattere che gli rendeva poco congeniale la sovraesposizione che comportava il ruolo di ‘guida spirituale’ della comunità jazzistica che Trane si era trovato a rivestire quasi suo malgrado. Non dimentichiamo che Sonny era l’uomo degli improvvisi e misteriosi ‘ritiri sabbatici’ dalle scene, decisi tra l’altro in momenti cruciali della sua carriera ed in barba ad ogni considerazione di ‘visibilità’, come la si chiamerebbe oggi.

Studiare… il grande problema dei jazzisti, persino a New York nei ’60

Ma anche nel jazz opera una sorta di ‘legge del contrappasso’: oggi a 90 anni suonati Rollins si trova ad essere una sorta di monumento nazionale vivente. Tanto per dirne una, a New York si sta pensando seriamente di intitolargli il Williamsburg Bridge, proprio quello dove lui andava ad esercitarsi non tanto per smania di eccentricità, quanto per ben più concrete grane di vicinato. Del resto stiamo parlando di uno che da ragazzino incrociava per strada Coleman Hawkins e Roy Eldridge, che si intrufolava di frodo nei club della 52° Strada, che ha suonato con Parker, Hawkins, Monk e via favoleggiando di questo passo. Quindi non c’è da stupirsi del fatto che il suo ‘buen ritiro’ nelle campagne del New Jersey sia diventato la meta dei più disparati pellegrinaggi, da quelli di promettenti sassofonisti in cerca di approvazione ed investitura, a quelli di studiosi e giornalisti affascinati dal tesoro di memorie ed esperienze racchiuse in una vita musicale eccezionale che spazia dagli ultimi bagliori della Swing Era all’incontro del jazz con l’elettronica e la cultura hip-hop e rap.

Ed il buon Sonny non si nega affatto, forse per compensare la forzata rinuncia al sassofono. E dalle numerose conversazioni degli ultimi anni emerge non solo il ‘saxophone colossus’ (mai soprannome fu più azzecato), ma anche un uomo pieno di ironia e di ‘wit’, di intelligenza brillante e tagliente: un intellettuale a tutto tondo, come molti dei suoi colleghi della stessa generazione.

Quindi non poteva passare inosservata l’occasione di un’ulteriore, recentissima intervista in cui Rollins dice cose a mio avviso molto interessanti ed anche gustose. Ho allineato di seguito alcune ‘spigolature’, cercando di ‘ambientarle’ visivamente.

La Harlem Renaissance degli anni ’20 e ’30 è passata pure in letteratura…

Sugar Hill, un’infanzia nel mezzo della Harlem Renaissance

Era un ambiente straordinario. Eravamo circondati da giganti della comunità nera. Conosci lo scrittore Du Bois? Viveva nel nostro isolato. In un appartamento un tantino più costoso del nostro, ma proprio nello stesso isolato. C’erano altri personaggi chiave del movimento per i diritti civili. Paul Robeson, Duke Elllington, Coleman Hawkins, Don Redman. Tutti pilastri della comunità nera; e vivevano nel vicinato. Sugar Hill era la nostra Park Avenue. Eravamo abituati a vedere Coleman Hawkins che andava a far spesa in drogheria, anche Roy Elridge. Era incredibilmente esaltante.”

La Strada che non dormiva mai…. forse di mattina..

La 52° Strada, un eldorado proibito

Era una specie di mondo a parte. Cominciai a frequentare i club della 52esima già nella mia tarda adolescenza. Erano piccoli club. Dovevi cercare di sembrare abbastanza grande da poter entrare, diversamente loro rischiavano la licenza. E così mi dovevo metter del trucco intorno alle labbra per simulare dei baffi! Non so se ho fatto veramente fesso qualcuno, ma i proprietari mi lasciavano entrare comunque. E’ stato allora che ho conosciuto di persona Coleman Hawkins, e Charlie Parker e Billie Holiday. Se bazzicavi per la 52esima per qualche ora, erano tutti là, su quella strada. Erroll Garner, Art Tatum. L’orchestra di Count Basie. Era fantastico”.

Parker al Royal Roost, 1948. Notare la platea, distinta, ma ‘mista’….

I Jazz Club degli anni ’50. L’atmosfera

“Questi club erano meravigliosi. A ripensarci c’era un colpo d’occhio, un lusso, la gente che ci veniva ascoltava grande musica. La gente veniva per ascoltare. Questo è il bello della musica dal vivo, che tutti hanno un ruolo, anche il pubblico. Il tipo che annuisce con la testa, la ragazza che sorride, lo scettico che non si impressiona, tutti quanti ti fanno suonare meglio. Stavo diventando abbastanza grande per suonare sulla 52esima quando la Strada stava già iniziando il suo declino. Proprio allora esordì il Birdland, che fu una sorta di ultimo club della 52esima”

Sulla linea del fuoco tutti i colori tornano buoni……

Uncle Sam wants you!”. Una promessa tradita

Il sassofonista James Moody, uno dei molti musicisti neri che servirono nell’US Army durante la guerra (in reparti rigorosamente segregati, N.d.R.) ricorda di aver viaggiato con dei prigionieri di guerra tedeschi che venivano trattati meglio di lui. Tutti questi soldati neri che avevano combattuto in guerra non volevano tornare ed esser trattati come cittadini di seconda classe. I jazzmen erano importanti per la gente nera. Charlie Parker rappresentò un differente tipo di mentalità per i jazzmen.

Dalla guerra si torna sempre diversi: anche tra i primi membri delle Black Panthers abbondavano i reduci dal Vietnam

Sino ad allora, i musicisti di jazz dovevano essere anche intrattenitori, oltre che artisti. Dovevi esser un uomo che cantava e ballava, così come un musicista. Charlie Parker era l’opposto. Lui non cantava, né ballava. Stava dritto in piedi. Suonava grande musica; la gente doveva accettarlo ed applaudirlo, quindi dovevano accettare come eguali i musicisti neri. I tempi stavano cambiando.” (In altra circostanza, pochi anni fa, un Rollins un tantino seccato per le grandi celebrazioni per l’anniversario della ‘Freedom Now Suite’ di Roach, ebbe a dichiarare all’incirca questo. “Quella di Max era la ‘libertà, ORA!’ Ma due anni prima c’era stata la mia ‘Freedom Suite’…. Io sono figlio di militanti, e le volte che nel Sud sono uscito da un club saltando dalla finestra non le conto nemmeno”. N.d.R.)

…un bell’esempio di razionalismo architettonico. C”è ancora. Si era pensato di adibirla a ‘lazzaretto Cov19’….

10 mesi di ‘scrittura’ a Riker’s Island (la Alcatraz di New York. Una delle 10 prigioni peggiori d’America, è arrivata ad ospitare 10.000 detenuti, in massima parte in attesa di giudizio e non in grado di pagarsi la libertà su cauzione. Ancora nel 2015 al suo interno si sono verificate oltre 9.000 aggressioni. Lo Stato di New York è stato ripetutamente condannato in giudizio per via delle condizioni di vita dei detenuti. Rollins ci ha passato 10 mesi per rapina nel 1950. N.d.R.)  

“A ripensarci, è stato il primo dei miei ‘periodi sabbatici’. Solo che al contrario degli altri, non lo avevo deciso io (sic! N.d.R.). Ma era un posto formativo. C’era un prete – non mi ricordo di quale confessione – che cercava di offrire ai detenuti un qualche sfogo musicale. A Riker’s c’erano degli ottimi musicisti, come il pianista Elmo Hope. La prigione era un luogo brutale, ma io ero immerso nella musica ed in larga misura ho evitato la violenza. Nelle religioni orientali si dice che alle persone che suonano musica è consentita una sorta di dispensa. Le loro vite sono diverse da quelle delle altre persone. Sì, sotto molti profili  possiamo avere una vita magica.”

Un celebre ‘scatto’ del grande William Claxton. Il jazz ha un vero debito con questo genere di fotografia

La ‘Roba’. Un’onda di marea

“Il primo eroinomane che ho incontrato nel mondo del jazz è stata Billie Holiday. Lei era sposata con un trombettista, Joe Guy. Solo da poco ho saputo che era un tossicodipendente, e che era lui che aveva coinvolto Billie. Io stavo finendo la scuola superiore. Fumavamo erba. Ma l’eroina era tutt’altra cosa. Billie si faceva, e lo si sapeva anche di Charlie Parker. Noi ci dicevamo. “Ehi, ragazzi. Charlie prende droghe. Se vuoi suonare come lui, devi farlo anche tu”. Alcuni di noi caddero nella trappola. Me compreso. Fu un’esperienza del tutto devastante. E sono stato fortunato ad uscirne vivo, grazie allo stesso Parker. Lui non voleva che i suoi giovani seguaci lo facessero. Lui stesso si considerava già troppo ‘andato’. E’ questo che ha accelerato la fine della sua vita. Quando scoprì che facevo uso di droga, gli spezzai il cuore. Quando lo vidi così sconvolto, mi dissi: ‘Per la miseria, sto uccidendo Charlie Parker!’.  Questo mi spinse a cambiare aria. Iniziai la riabilitazione all’inizio del 1955. Mi raddrizzai. Non fu facile. E’ stata una delle cose buone della mia vita.”

Come si vede, dalla profondità del suo quasi-secolo Rollins riesce ancora a dirci delle cose che ci toccano ancora nel nostro presente (splendide in particolare le parole sulla chimica tra pubblico e jazzisti: dovrebbero offrire molti motivi di riflessione a chi la musica la organizza. Nel buio dei teatri e delle arene estive certe alchimie non riescono…). E chiudiamo ricordando un’impresa straordinaria di Sonny, di cui oggi si parla poco (che strano……). Su questi 11 minuti di musica Gunther Schuller – una delle menti e delle penne più fini della musica del XX secolo – scrisse un famoso e brillante saggio. Leggendolo, Rollins scoprì con stupore di aver inventato la ‘improvvisazione tematica’, un altro miraggio musicale era stato raggiunto. Nel jazz spesso si cammina su un filo: qui addirittura ci si balla sopra. 1957, Rollins con Tommy Flanagan, Doug Watkins, Max Roach in ‘Blue Seven’. Che la musica sia con voi. Milton56     

..il mio è ormai consumato. Ma era solo il primo…..

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