CARTOLINE – LA MIA VICENZA

Ormai è qualche anno che frequento ‘New Conversations’, il festival vicentino che compie trent’anni nel 2026, un bel traguardo, soprattutto se ci si arriva senza rughe, come nel caso in questione.

La manifestazione, forte di un robusto supporto delle istituzioni locali e di un munifico sponsor privato (avercelo qui…), si dipana per oltre dieci giorni: da ‘foresto’ ovviamente ho dovuto ritagliarmi solo una fettina del programma, cercando di tener insieme serate di maggior interesse per me. Ed anche quest’anno il taglio è riuscito bene, i rimpianti sono stati pochi.

Si inizia nel Ridotto del magnifico Teatro Comunale, che tanto ‘ridotto’ non è: i 400 posti sono stati riempiti senza difficoltà da Makaya McCraven ed il suo quartetto. Una location forse un poco atipica per il nostro, abituato forse a siti più ‘movimentisti’, ma che con la sua perfetta acustica ha consentito di apprezzare appieno le sottigliezze e le stratificazioni nascoste nella sua musica. Ci sono termini jazzistici di impossibile traduzione, che sfuggono ad ogni spiegazione che non sia verbosa e deludente: una di queste è certamente ‘groove’. Ebbene, dal palco del Ridotto abbiamo assistito alla sua definizione vivente. Dopo un’ingannevole esordio quasi rituale con tutti i musicisti alle prese con piccole percussioni (qualche reminiscenza dell’Art Ensemble dei tempi d’oro, del resto ci sono 4 chicagoani sul palco), Makaya impugna le bacchette e non le posa più nemmeno per un attimo per i 90 minuti successivi, neanche tra le pause tra un brano e l’altro. Il suo drumming è un crescendo inarrestabile, pur nel suo procedere frastagliato ed in incessante, caledoscopica trasformazione. La spinta che arriva dalla sua batteria non lascia un momento di tregua al basso elettrico duttile e felino di Junius Paul, che ci dispensa soli altrettanto autorevoli di quelli che gli conosciamo allo strumento acustico. La batteria di Makaya è curiosamente collocata su di un lato del palco: quando Mike King mette le mani sulle sue tastiere e sul suo sintetizzatore si capisce subito il perché. Tra Makaya e King corre chiaramente una relazione stretta, quasi simbiotica: la versatilità e la creatività di questo tastierista lasciano un ricordo indelebile persino in chi, come me, non è un gran fan di questi strumenti, spesso utilizzati più per effetti di sonorizzazione e di amalgama che per un discorso musicale articolato e swingante come quello di King. Ma il jazz è musica eminentemente dialettica: ed il controcanto a tanto slancio ed energia arriva dalla voce velata della tromba di Marquis Hill, il polo lirico della band. Poca o nulla elettronica, un fraseggio ampio e disteso impeccabilmente dipanato, riappare il Marquis degli esordi che mi aveva molto sedotto: sparisce il ricordo di certe sue recenti, opinabili prove da leader. Pubblico sempre più caldo e coinvolto sino alla fine: se altri festival proponessero questo gruppo, senz’altro si aprirebbe una bella breccia verso quel pubblico giovane di cui si lamenta tanto l’assenza.

Correggio, 14 maggio 2026. Video amatoriale, ma coglie bene l’atmosfera del concerto di Vicenza. King qui si destreggia tra un piano elettrico ed un più convenzionale acustico, peccato. Interessanti i pensieri di Makaya sull’improvvisazione. Godetevelo subito, temo che sparirà presto

Dalla calda, corporea pulsazione dei chicagoani alla vastità degli spazi siderali australi in cui si può osservare la costellazione del Canis Major il salto non potrebbe esser più grande. La nuova navicella di Mary Halvorson decolla dal palco del sontuoso Teatro Olimpico, un luogo che con la sua classicità fuori dal tempo dona parecchio alla sua musica sul piano visuale. Dopo gli ultimi anni dedicati ad organici articolati e complessi in cui ha spiccato la figura della Halvorson compositrice e caporchestra, il formato più raccolto ed austero del quartetto ci regala un ritorno della chitarrista più originale ed innovativa della scena odierna. A parte il fido Thomas Fujiwara alla batteria, compagno di tante battaglie a partire dal bel trio Thumbscrew, il resto del quartetto è inedito, almeno alle nostre latitudini. Henry Fraser è un bassista che definire autorevole è poco: una lunga pratica di performance in solo gli ha sviluppato una voce potente ed energica, ed una facilità ad esibire sonorità non convenzionali e spesso abbastanza aspre ed estreme, soprattutto nei passaggi all’archetto, in notevole evidenza nel concerto vicentino. David Adewumi,  un nuovo americano di origini nigeriane che speriamo sfugga ai pogrom dell’ICE (se del caso lo proponiamo per un asilo politico qui da noi), è un giovane trombettista che ha già alle spalle un curriculum di studi impressionante (con Ralph Alessi e Vijay Iyer, tanto per citarne solo due) ed in salotto allinea già due consistenti premi in grandi concorsi trombettistici: nel frattempo ha collezionato ingaggi che parlano da soli, come quello con i Bandwagon di Jason Moran ed i Dizzy Atmosphere di Dave Douglas. Considerata la mano sicura della Halvorson talent scout, il debutto di Adewumi era piuttosto atteso. Ma la musica del gruppo per lo più dall’incedere meditativo ed a tratti ipnotico  lo ha vincolato ad un ruolo di voce lirica e rapsodica stagliata in modo quasi epico e titanico nei vasti spazi evocati dal resto della band. Si è notata comunque una gran bella voce strumentale, pronunzia ed emissioni impeccabili anche nei tempi ampi e distesi richiesti dalle composizioni ed infine una grande perizia nell’uso di una singolare sordina, una specie di harmon a tronco di cono, capace di un suono più morbido e sfumato rispetto a quella tradizionale. Solo verso la fine del concerto, quando la leader ha dato il via a brani dall’andamento più mosso abbiamo intuito un Adewumi vigoroso e dinamico improvvisatore. Miss Mary ha anch’essa osservato la discipina di gruppo richiesta da un repertorio prevalentemente ben strutturato, ma fortunatamente ci ha regalato diversi assoli ingannevolmente più discorsivi del solito, salvo esser improvvisamente terremotati dai suoi ben noti ardimenti melodici ed armonici: dopo lunga (quasi) astinenza i fans si sono finalmente rifatti. Con una certa sorpresa ho notato che il pubblico attento e partecipe che affollava l’Olimpico era lì soprattutto per Halvorson ed i suoi invece che per il set seguente di Uri Caine: su quest’ultimo preferisco sorvolare, non amo stroncature ed invettive, mi limito a dire di aver faticato non poco a non unirmi ai molti usciti dal teatro nel bel mezzo di un’esaperante e prolissa performance di oltre 90 minuti in luogo dei 60 annunziati dal Direttore Artistico.

Un altro video ‘audience’ rubacchiato dalla platea a New York poche settimane fa: l’atmosfera del Close-Up è calda ed immersiva come dev’essere quella di un vero club. L’immagine del gruppo è resa fedelmente. Anche qui vale il consiglio di consumarlo bello caldo al più presto 😉

“Repetita iuvant…”: forse ricorderete che vi ho già parlato del quartetto di Joshua Redman a proposito della sua apparizione romana dell’estate scorsa. Con il pretesto di farlo ascoltare ad un compagno di bisbocce musicali che lo aveva mancato nello scorso  agosto, mi sono concesso una replica. E bene ho fatto: in primis bisognava compensare il citato finale di serata all’Olimpico, in secondo luogo perché ho avuto la ventura di trovarmi immerso in un’atmosfera veramente entusiasmante.

La sala grande del Comunale è capace di ben 1.200 posti, tutti riempiti da Redman e co.; non solo, ma oltre ad offrire un colpo d’occhio più che notevole, vanta un’acustica praticamente perfetta, di gran lunga superiore a quella di altre sale contemporanee da ma visitate. L’entrata in scena della band già ha scatenato calde reazioni: Redman, che pure è navigato professionista delle scene, è stato visibilmente impressionato sia dalla vastità dell’ambiente acustico che dall’irrequietezza della platea (che pure non riusciva a vedere a causa dei riflettori puntati sul palco). Appena il gruppo ha esordito con uno dei brani da ‘Words fall short” (bel titolo pensoso, difficile da tradurre) si è capito che Redman mirava ad una serata memorabile: nonostante il mood sottilmente malinconico del book dell’album, si è assistito ad un crescendo di energia e di passione che ha creato in teatro un’atmosfera da stadio che si è protratta per tutta la durata del concerto. Il clima è diventato ancor più incandescente quando Joshua ha inserito in scaletta ben tre brani in solo a cappella che per rigore e lucidità costruttiva avrebbero fatto l’invidia di Sonny Rollins: il tutto mantenendo sempre  un suono di grande bellezza ed eleganza, che ben serviva una grande espressività. Al soprano (ahimè imbracciato solo due volte) ha sfoderato un sound che oscillava da una scura densità alla Shorter ad una trasparente chiarezza. Ma Redman è anche leader sensibile e consapevole di aver intorno a sé un gruppo di gran classe e di perfetta coesione: abbiamo così avuto ampii saggi del pianismo scuro ed incisivo di Paul Cornish, una sorprendente rivelazione che dobbiamo al buon Joshua (mi raccomando, sentitelo non appena vi capita a tiro). Per star dietro ad una frontline così dinamica e raffinata non ci voleva niente di meno del basso nitido e scolpito di Philip Norris, altro nome da segnarsi in agenda e già notato in altre situazioni molto intriganti. Nazir Ebo ha fornito con la sua batteria un drumming duttile e sottile: in uno dei momenti più caldi ed emozionanti del concerto, in cui un settore del pubblico ha cominciato spontaneamente ad accompagnare ritmicamente uno dei travolgenti soli a cappella di Redman, ha pure tentato di incoraggiarlo e dirigerlo, ma come si sa noi jazzofili siamo timidi e ci spaventiamo presto di certe audacie di cui talvolta siamo capaci. Finale di concerto torrido, con la band visibilmente felice, ma esausta ed in maniche di camicia (le eleganti giacche con cui Redman e Cornish si erano presentati in scena erano già volate via dopo nemmeno venti minuti): una platea rombante è riuscita a strappare un bis, in cui Redman ha dato un’ulteriore prova di stile infilando una bella ballad in cui è sempre stato in campo dalla prima all’ultima nota. La felicità della serata è stata infine testimoniata dalla lentezza con cui i 1.200 sono defluiti dalla sala, indugiando in crocchi ciarlieri e rilassati nel grande foyer del Comunale: piccoli miracoli di cui è ancora capace la musica in questi giorni grami. Milton56

 Considerata la scarsità di filamti live sul quartetto di Redman, vi ripropongo un video esteso proveniente dal Festival di Tolone 2025. E’ una sorta di montaggio di punti salienti della performance, ma anche qui ha il pregio di render bene la temperie del gruppo e la personalità solistica di Redman ed in minor misura di Cornish, che deve esser stato non poco stimolato dallo splendido piano Fazioli che si è trovato per le mani

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.