Considerazioni di un’Impolitico. 11 – ‘La Scuola del Palco’

Un 45 giri di jazz (!). Chi riconosce Enrico Rava edizione 1957?

Bene ha fatto l’amico Andbar a citare pari pari nella sua recensione dell’ album di Dino Piana un ampio brano dell’autobiografia di Enrico Rava (“Incontri con musicisti straordinari”). Un libro che io ritengo fondamentale per capire quali siano stati nel secondo dopoguerra i ’nuovi inizi’ del jazz italiano (eh sì, c’era stato anche un prima, consegnato ormai ad un’aura pressochè mitologica anche a causa di semplicistici luoghi comuni).

Un memoir scanzonato ed (auto)ironico. Consigliatissimo

Questa pagina di quello che io ritengo il vero e proprio romanzo picaresco del jazz italiano ci mette di fronte ad una verità, che non a caso ci viene confermata dalla più seriosa, ma altrettanto intrigante biografia di Franco D’Andrea, apparsa in questi giorni a firma di Flavio Caprera. E cioè che gli uomini del jazz nostrano che si sono affacciati sulla scena tra gli anni ’50 ed i ‘60 in massima parte appartengono alla generazione che io chiamo dei ‘jazzisti selvaggi’. Cioè quelli che in mancanza d’altro hanno insegnato a sè stessi guidati dalla passione, creandosi modelli faticosamente rintracciati in rari dischi avventurosamente procurati. Quelli che più raramente hanno fatto tesoro di occasionali vicinanze con grandi musicisti americani di passaggio e che soprattutto hanno forgiato il loro stile in lunghe frequentazioni di piccoli locali che si può dire abbiano letteralmente partorito il jazz moderno italiano. Parliamo di night club, ristoranti, dancing, e spesso anche meno, luoghi spesso umili e privi di ogni pretesa di blasone culturale (anzi….). Quei locali dove però si suonava quasi tutte le sere, e chi saliva sul palco affinava giorno per giorno le sue abilità, le sue attitudini, l’affiatamento e l’intesa con compagni che non erano di una sola sera o di una sola tourneè; luoghi in cui di rado ci si avventurava nel difficile e rischioso confronto con agguerriti e scafati campioni del jazz d’oltreoceano, che talvolta padroneggiavano linguaggi totalmente ignoti ed alieni per i nostri.

Torino, anni ’50, jazz club: appassionati circondano un musicista della big band di Count Basie. Tra di loro i coniugi Vernoni, cui il jazz torinese deve molto, come ricorda una bella pagina del sito di Torino Jazz Festival

In pratica si tratta di quella che io chiamo la ‘scuola del palco’. Questa scuola in sostanza oggi non c’è più, e da molto tempo. E’ una brutta cosa per tutti, per i musicisti innanzitutto, ma anche per noi pubblico: ha significato la rinuncia ad una presenza assidua, frequente, ‘quotidiana’ della musica nelle nostre vite. Oggi ci troviamo invece di fronte alla fruizione del jazz come esperienza eccezionale, da vivere una tantum, perlopiù nel periodo estivo, e spesso in un ambito – quello del teatro –  dove, lo si voglia o meno, c’è un diaframma tra il palco e la platea. E questa distanza conduce pressoché inesorabilmente ad una spettacolarizzazione della musica, di cui vengono enfatizzati gli aspetti di maggiore glamour, quelli che si suppongono di maggior presa sul pubblico e su quelle che si ritengono le sue aspettative. Sgombriamo il campo da un equivoco: qui non si parla solo dei ‘mattatori’ alla Fresu od alla Bollani: con un minimo di esperienza e lucidità il fenomeno è chiaramente percepibile anche in formazioni che fanno ancora della ricerca d’avanguardia una loro bandiera.

‘Estate’ è l’unico vero standard italiano entrato nel ‘Real Book’. Bella forza, l’ha firmato un jazzista in incognito, il grande Bruno Martino. L’ho sentito diverse volte da jazzmen americani ed europei di primissimo piano e di gusto raffinatissimo. Da noi da tempo non si sente più. Dino Piana invece lo fiuta subito all’uscita……1962

Diversi invece erano i ‘piccoli palchi’ su cui i Rava, i Piana, i D’Andrea ed altri pionieri della loro leva sono maturati nella loro tecnica ed hanno formato la loro personalità artistica. Ambienti più raccolti, in cui i musicisti guardavano negli occhi gli ascoltatori, in quel dialogo silenzioso che Sonny Rollins ha così efficacemente evocato, sottolineandone l’importanza cruciale nel processo creativo della musica d’improvvisazione. Situazioni in cui si cresceva insieme, musicisti e pubblico.

Questa dei ‘jazzisti selvaggi’ è una generazione che stiamo per salutare definitivamente, non foss’altro perché il jazz è una musica dura e faticosa, anche per la vita che inevitabilmente porta con sé.  Ed è una generazione che lascerà un grande vuoto perché per via di questo lungo e paziente lavoro di autoformazione (un percorso degno delle botteghe d’arte medioevali e rinascimentali) ha sviluppato con spontaneità dei tratti di originalità di stile che si fa fatica a rintracciare oggi. Per non parlare della passione che ha portato ad abbracciare questa musica come scelta di vita in un ambiente sociale e culturale a dir poco indifferente, passione che ha consentito di superare periodi non facili dal punto di vista materiale ed anche della stessa possibilità di dedicare tempo ed energia adeguati alla propria musica.

Dai e ridai, ogni tanto riusciva anche il ‘colpo gobbo’ . 1968, ‘Senza Rete’: il trio Piana/Valdambrini/Basso espugna la RAI. Qui l’ambiente non è proprio intimo, come dimostra la carrellata finale sul pubblico….

Di questo stato di cose ovviamente non si fa una colpa ai musicisti delle generazioni più recenti, anch’essi da tempo alle prese con durezze e difficoltà che non si possono addebitare nemmeno ad un interminabile dopoguerra. Come in altri casi, si devono fare i conti con l’organizzazione materiale del mondo musicale: i mille piccoli palchi su cui sono cresciuti i ‘jazzisti selvaggi’ non ci sono più da tempo (consentitemi un po’ di sana polemica: in gran parte mi sembra che siano stati scientificamente sterminati…). Di fatto questo impoverimento quantitativo e qualitativo del circuito musicale ha determinato per i musicisti delle ultime leve un percorso di formazione infinitamente diverso: un iter in cui fatalmente pesa molto di più l’apprendimento accademico, lo studio tra quattro mura (da un anno ormai anche in solitudine), e soprattutto senza il frequente, assiduo riscontro di un pubblico magari familiare e capace di diventare lo specchio di un’evoluzione creativa graduale e spontanea. Diciamocelo: a tutto questo spesso si paga un prezzo in termini di fluidità e di souplesse della musica che ne scaturisce, talvolta afflitta da un un quid di spigoloso ‘esprit de geometrie’, per dirla con Pascal.

Chiudiamo con una nota di ottimismo (più che altro di quello ‘della volontà’…). Nei prossimi mesi, forse anche nelle prossime settimane, la comunità del jazz potrebbe trovarsi di fronte ad un ‘nuovo inizio’, non molto dissimile e forse altrettanto difficile di quello che conobbero agli esordi i ‘jazzisti selvaggi’: sarebbe il caso di trasformarlo in una occasione per ricominciare a guardarci negli occhi in luoghi diversi e con una musica più fresca. mIlton56   

31 maggio 1964 – Un altro ‘colpo gobbo’: Franco Tonani (grande e dimenticato batterista) riesce ad accapararsi il mitico ed avveniristico studio di registrazione Fonorama di Milano. Solo per una notte, però….. ma sentite cosa ne caveranno Tonani, Gato Barbieri, Franco Ambrosetti ed un giovanissimo D’Andrea, già cooptato in tanta compagnia    

2 Comments

  1. L’ho letto con molto interesse. Essendo, se interpreto correttamente il suffisso numerico, soltanto di qualche anno più giovane, ho potuto vedere la parabola discendente del jazz in Italia a partire dal servizio pubblico radiotelevisivo. Preferisco astenermi dal paragone fra la programmazione attuale e quella di qualche decennio fa. È sufficiente andare dai nostri vicini ticinesi con “Birdland” per accorgersi del “deserto” italiano dei nostri giorni che non può certo essere nutrito da ascolti occasionali in “Battiti” o da “Body and soul” nei fine settimana estivi per non parlare dell’orchestra ritmico leggera della Rai dissoltasi per ragioni economiche. Il confronto con il contesto radio televisivo pubblico tedesco è impietosamente imbarazzante, per usare un eufemismo…
    Peraltro, anche i nuovi canali radiofonici digitali Rai non hanno spostato di una virgola la situazione. Da appassionato (molto più moderato) anche di musica classica, non posso fare a meno di rilevare l’enorme differenza di proposta di ascolti classici rispetto al jazz con un canale appositamente dedicato erede della vecchia filodiffusione.

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  2. Roberto, innanzitutto grazie per l’attenzione. RAI e jazz? Vecchia, e temo ormai insanabile querelle. Cominciamo con il dire che l’emittente pubblica così come attentamente impostata nel secondo dopoguerra ha nel suo DNA dei veri e propri ‘anticorpi’ contro il jazz, come acutamente ha intuito un’attenta storica americana. Io ho imparato che le organizzazioni hanno una loro genetica che sopravvive al succedersi degli uomini che le formano, e ciò è specialmente vero in Italia. E’ però un fatto che negli ultimi decenni la frenetica rincorsa al modello delle radio e tv commerciali ha drasticamente peggiorato le cose: ormai tutto è finalizzato all’accaparramento di quote pubblicitarie sempre più invasive, cosa che mette sostanzialmente in questione la legittimità di un canone/tassa il cui gettito è più che raddoppiato a seguito dell’introduzione di un meccanismo forzoso di esazione. E ciò a fronte di risibili spazi riservati alla cultura ed alla programmazione di qualità, che del resto si scontrano anche con una capacità di produzione all’interno ormai scesa ai minimi storici. La cosa è particolarmente grave in questo momento, in cui il servizio pubblico (?) non è stato in grado di offrire significativo supporto al mondo dello spettacolo e soprattutto della musica, di fatto silenziato da oltre un anno. Tornando allo specifico del jazz, in radio sopravvivono quelle che io chiamo le ‘riserve indiane’, tenute in vita dalla tenacia di un pugno di persone: l’isolamento e la assoluta povertà di mezzi (anche tecnici) in cui lavorano comporta il rischio di una chiusura autoreferenziale in nicchie anche pregevoli, ma strutturalmente incapaci di coinvolgere un pubblico ampio. Ciò è dovuto anche a format molto particolari, che di fatto ne rendono problematica la fruizione anche attraverso canali tecnologici nuovi (stendiamo un velo pietoso sul modo in cui Rai li usa….): è il caso di ‘Battiti’ per esempio. Mi ripeto: questa logica delle ‘riserve indiane’ ha gradualmente cancellato dal paesaggio sonoro quotidiano le musiche di matrice afroamericana, fattore non ultimo dello scarso ricambio ed allargamento del loro pubblico. Ovviamente qui sto parlando essenzialmente della radio, la televisione la considero una partita irrimediabilmente perduta. Non resta che guardare oltre confine, e soprattutto nelle vaste praterie virtuali del web, dove peraltro ogni giorno sorgono sempre più steccati di ogni genere. Tra qualche giorno ritornerò su questo argomento… stay tuned. Milton56

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