“Algir dalbughi”: arabo o piemontese?

Torino 1958. Non avevamo ancora vent’anni ed eravamo pazzi di jazz. Dilettanti inesperti e un po’ maldestri facevamo delle jam session tutte le domeniche mattina, senza saltarne neanche una, nella sede degli ex allievi del San Giuseppe. Scuola prestigiosa che mi aveva visto studente svogliato e distratto per un paio d’anni. Una bella mattina stavamo per cominciare quando appare un giovanotto d’una decina d’anni più di noi, con una bella faccia intensa e occhiaie da fumatore accanito, accompagnato dal fratello che gli portava un trombone a pistoni senza custodia. Timidamente ci fa: «Vi spiace se faccio qualche pezzo con voi?». «Con piacere» dico. Scaldiamo un po’ gli strumenti, ci intoniamo. «Mi dai un la?». Insomma, tutto il rituale, come da copione. «Cosa si suona?» «Va bene un blues in fa?». A quel punto il nuovo arrivato, con faccia preoccupatissima e in piemontese con un forte accento astigiano: «Coa l’è l’blues ?» [cos’è il blues?]. Ammiccamenti e sorrisi ironici fra di noi – eccolo qua il pollo – dopodiché Maurizio (Lama), il pianista, gli suona il giro di accordi del blues. Il volto del trombonista s’illumina e, tranquillizzato, si rivolge al fratello: «A l’è a‘l gir dal bughi!» [è il giro armonico del Boogie Woogie]. Sghignazzamenti vari. Poi cominciamo a suonare e lui fa il primo assolo, ed è qualcosa di straordinario, con una fluidità e una logica che ci lasciano basiti. Un altro pianeta. Lui è Dino Piana e nel giro di un paio d’anni diventerà uno dei più grandi jazzisti italiani, uno dei più amati e dei più richiesti in Europa, uno dei padri storici del jazz moderno in Italia e fonte d’ispirazione per tutti i giovani trombonisti negli anni a venire. E ancora oggi, che ha novant’anni suonati, fare musica con lui è uno dei grandi piaceri della vita. Ma soprattutto quella mattina di 62 anni fa mi ha fatto conoscere quello che è diventato il mio più caro amico. Enrico Rava

Devo dire che quel titolo mi ha sempre fregato, perchè letto senza separazioni, come è scritto nella copertina di “Easy Living” il disco del 2004 con Bollani, Petrella, Bonaccorso e Gatto che segnò il ritorno di Rava alla ECM, mi faceva pensare a qualcosa di esotico. Mai più avrei pensato al dialetto piemontese, nonostante lo sviluppo della composizione, dopo l’intro del pianoforte, offrisse abbondanti indizi.

Ora “Al gir dal bughi” è anche il titolo di un album, pubblicato da Jando Music e Fondazione per Roma – Parco della musica che contiene una session registrata da Enrico Rava e Dino Piana all’Auditorium romano insieme al figlio di Dino, Franco Piana, Julian Oliver Mazzarello al pianoforte , Gabriele Evangelista al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria. Il lavoro, come ha precisato Rava in diverse interviste, rappresenta una sorta di celebrazione di un’amicizia che ha attraversato i decenni, nonostante i percorsi artistici diversi e le innumerevoli esperienze, sempre nel segno del jazz. Il fatto che il disco esca a nome di Dino Piana costituisce anche un dovuto tributo all’arte del trombonista di Refrancore, uno che ha suonato nel corso della carriera con i più grandi del jazz, da Chet Baker a Charles Mingus, da Gerry Mulligan a Lee Konitz, Kenny Clarke e Kai Winding, ha preso parte ad uno dei gruppi storici del jazz italiano come quello di Gianni Basso e Oscar Valdambrini, ed a orchestre come quelle di Giorgio Gaslini o della Rai.

Il disco è composto da nove standards suonati con grande rilassatezza ed intesa, altrettanti omaggi a grandi protagonisti della storia del jazz, con uno swing “naturale” che attraversa tutta la session, ed un dialogo incessante fra il trombone di Piana e le trombe ed i flicorni di Rava e Franco Piana. “When lights are low” introduce con il suo tema seducente la sequenza, quindi arrivano, da Gerry Mulligan, la frizzante “Bernie’s tune”, con un corposo lavoro di Evangelista al contrabbasso e “Line for lions”, da Bill Evans un’emozionante “Polka Dots And Moonbeams“, l’arrangiamento originale di “Rhythm a Ning “di Monk, “When will the blues live” per ricordare Ornette, “I’ll close my eyes” di Billy Reid, una “Dear old stockolm” che vibra al ricordo di Miles, per concludere con una toccante “Everything happens to me” con Chet in mente. La veste cucita dal sestetto a questa parata di classici restituisce l’impressione di un profondo rispetto unito alla personale visione creativa che rappresenta la migliore formula per affrontare la storia del jazz. Anche se qui la festa è tutta per Dino Piana ed il suo trombone, che, insieme, da quel “giro di boogie”, di strada ne hanno percorsa davvero tanta.

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