Il giro del piano

Il 17 febbraio ricorre il 39° anniversario della scomparsa di Thelonious Monk. Vorrei ricordarlo con almeno due brevi post tramite la penna di autori che possano al meglio tratteggiare questa enorme figura di musicista tra i massimi del 900′ a prescindere dai generi.

Lo scrittore che propongo oggi è Julio Cortazar, un argentino a Parigi innamorato della musica afro americana, il racconto è tratto dal libro Il giro del giorno in ottanta mondi. Si tratta della recensione del concerto del quartetto di Monk, tenutosi a Ginevra nel marzo del 1966.

IL GIRO DEL PIANO DI THELONIOUS MONK

A Ginevra, di giorno, ci sono gli uffici dell’ONU, ma la sera bisogna vivere ed ecco all’improvviso un cartellone che dappertutto annuncia Thelonious Monk e Charlie Rouse, è facile immaginare la corsa al Victoria Hall per la quinta fila centrale, le bevute propiziatorie al bar dell’angolo, le formiche dell’allegria, le 21 che sono interminabilmente le 19,30 le 20 le 20,15 il terzo wisky. Charlie Tarnaud che propone una fondue, sua moglie e la mia che si guardano costernate ma poi se la mangiano quasi tutta, specie il fondo che è sempre la parte migliore della fondue, il vino bianco che agita le sue zampette nei bicchieri, il mondo alle spalle e Thelonious simile alla cometa che fra cinque minuti esatti si porterà via un pezzo di terra come in Hector Servadac, o comunque un pezzo di Ginevra con la statua di Calvino e i cronometri Vacheron & Constantin. Adesso le luci si spengono, ci guardiamo ancora una volta con quel leggero tremito di commiato che ci prende sempre all’inizio di un concerto (attraverseremo un fiume, ci sarà un altro tempo, l’obolo è pronto) e già il bassista solleva il suo strumento e lo prova, la spazzola percorre rapida come un brivido la membrana del timpano, e dal fondo, facendo un giro del tutto superfluo, un orso con una berretta a metà tra un fez e uno zucchetto si dirige verso il piano mettendo un piede davanti all’altro con un’attenzione che fa pensare a un campo minato o a quelle colture di fiori dei despoti sassanidi in cui ogni fiore calpestato significa la lenta morte di un giardiniere.

Thelonious Monk (1917 – 1982) jazz musician, lounging on a sofa. (Photo by Erich Auerbach/Getty Images)

Quando Thelonious si siede al piano, tutta la sala si siede insieme a lui ed emette un sospiro collettivo della misura esatta del sollievo, perchè l’itinerario tangenziale di Thelonious sul palcoscenico ha qualcosa di un pericoloso cabotaggio fenicio con probabili incagli sulle sirti, e quando la nave di miele scuro con il suo barbaro capitano arriva in porto, la banchina massonica del Victoria Hall la accoglie con un sospiro come di ali acquietate, di tagliamare in riposo. Ed ecco Pannonica, o Blue Monk, tre ombre simili a spighe circondano l’orso analizzando l’alveare della tastiera, le goffe zampe gentili che vanno e vengono fra api sconcertate ed esagoni di suoni, è passato soltanto un minuto e siamo già nella notte fuori dal tempo, la notte primitiva e raffinata di Thelonious Monk. Ma questo non lo si può spiegare : A rose is a rose is a rose. Viviamo in una tregua, qualcuno intercede per noi, forse in qualche sfera c’è chi ci redime.

Poi, quando Charlie Rouse fa un passo verso il microfono e il suo sax disegna imperiosamente le ragioni per cui si trova li’, Thelonious lascia cadere le mani, rimane un momento in ascolto, deposita ancora un lieve accordo con la sinistra, e l’orso si alza dondolandosi, sazio di miele o in cerca del muschio adatto ad una dormita, liberandosi dallo sgabello si appoggia al bordo del piano segnando il tempo con una scarpa e con il berretto, le dita scivolano sul piano, prima proprio sul bordo della tastiera dove potrebbero esserci un posacenere e una birra ma ci sono soltanto Steinway & Sons e poi, in modo impercettibile, cominciano un safari sul bordo della cassa del piano, mentre l’orso oscilla a ritmo perchè Rouse, il bassista e il percussionista sono catturati dal mistero stesso della loro trinità e Thelonious compie un viaggio vertiginoso senza muoversi, spostandosi di centimetro in centimetro verso la coda del piano che non raggiungerà, sappiamo bene che non la raggiungerà perchè per farlo gli ci vorrebbe più tempo che a Phileas Fogg, più slitte a vela, rapide di miele d’abete, elefanti e treni irrigiditi dalla velocità per superare l’abisso di un ponte pericolante, quindi Thelonious viaggia a modo suo, si appoggia prima su un piede e poi sull’altro ma senza spostarsi di un millimetro, ciondolando sul ponte del suo Pequod arenato in un teatro, e ogni tanto muove le dita per guadagnare un centimetro o mille miglia, per poi rimanere di nuovo immobile, come circospetto, rilevando l’altezza con un sestante di fumo e rinunciando a proseguire e a raggiungere l’estremità della cassa del piano, finchè la mano abbandona il bordo, l’orso si gira lentamente e tutto potrebbe accadere in quell’istante in cui gli manca l’appoggio, in cui fluttua come un alcione sul ritmo cui Charlie Rouse sta dando le ultime pennellate di viola e di rosso, veementi, lunghe e ammirevoli, avvertiamo il vuoto intorno a Thelonious staccatosi dal bordo del piano, l’interminabile diastole di un unico, immenso cuore in cui fluisce il sangue di tutti noi, e proprio in quel momento l’altra mano si afferra al pianoforte, l’orso si dondola in modo delicato e di nuvola in nuvola ritorna alla tastiera, la guarda come se la vedesse per la prima volta, muove nell’aria le dita indecise, le lascia ricadere e siamo in salvo, è arrivato capitan Thelonious, per un pò cìè una rotta da seguire, e il gesto di Rouse che retrocede mentre libera il sax dal supporto ha un che di consegna dei poteri, di delegato che restituisce al doge le chiavi della Serenissima.

Foto di copertina: Nazario Graziano  –  Thelonious Monk   (collage, 2018)

1 Comment

  1. Eh, Julio, Julio. Non se lo ricorda più nessuno, almeno qui in Italia: in AMercia Latina ‘Rayuela’ (in italiano ‘Il Gioco Del Mondo’, il primo romanzo ‘componibile’, del tutto affidato all’estro del lettore) ha cresciuto un’intera generazione di scrittori. Quanto a noi, Cortazar non è uno che scrive di jazz, è uno scrittore jazz. Molto più e più profondamente di Kerouac, tanto per dirne una. Rileggete, gente, rileggete (sempre che non sia stato sfrattato dai cataloghi editoriali per far posto all’ultimo Baricco od al Meridiano di Veltroni…..). Milton56

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