Mingus Fingus

Per suonare al Five Spot si era messo un vecchio maglione bucato sui gomiti e dei pantaloni strappati, da povero contadino straccione: apposta per far vergognare qualunque bianco in smoking fosse venuto ad ascoltare la sua musica.

Suonava Meditations cercando di raggiungere Eric, di parlargli, e sentiva invece la voce da cucchiaino rigirato dentro un bicchiere di una signora seduta accanto al palco, che parlava così fitto da dimenticare non solo dove si trovasse, ma anche chifosse sulla pedana e che cosa stesse suonando.

La collera di Mingus precedeva sempre di un decimo di secondo la sua consapevolezza di quel che faceva. quando si accorse che le stava urlando sulla faccia, aveva già rovesciato il tavolo. Quando il tavolo rovinò sul pavimento, lui stava già marciando giù dal palco. Quando lo sparpagliamento di vetri rotti s’acquietò, la sentì gridare qualcosa contro di lui. A quel punto intervenne anche un ubriaco del bar, la voce di una poiana se potesse parlare:

– Charlie, non è stata una bella cosa, proprio per niente.

Per un attimo pensò di sbattere la testa di quel tipo contro il bancone fino a farla scoppiare come una bustina di zucchero, ma quando la sua mente funzionava così, anticipando gli eventi, significava che non sarebbe successo nulla, oppure che sarebbe successo qualcos’altro, una cosa talmente improvvisa da cogliere di sorpresa anche lui.

Teneva il contrabbasso ben stretto per il manico, lanciando occhiate aggressive al pubblico, chiedendogli il suo appoggio.

Qualcuno ricordò che, mentre si sentiva fulminato a quel modo, gli aveva visto scorrere negli occhi tutta la vita come in un lampo. Tantoché in quell’istante aveva capito esattamente cosa volesse dire essere Mingus: quella mole enorme, quel non potersi mai sottrarre o nascondere a niente, quell’essere completamente in balìa delle proprie emozioni.

Scaraventò il contrabbasso contro la parete: uno schianto secco, l’eco sonoro delle corde, e rimase con il manico in mano ancora attaccato per le quattro corde al corpo dello strumento, come la marionetta di una tartaruga.

Lo strumento scricchilò e, quando lui ci passò sopra, cedette e si spaccò sotto il suo peso come un mare di legno laccato. Lasciò cadere il manico nel silenzio generale, rotto soltanto dall’ubriaco che esclamò:

– Oh, questo è troppo, Charlie, è veramente troppo.

Tornò a guardare quel tizio senza più alcuna intenzione di picchiarlo. La sua furia si era fatta pallida, trasparente e disperata come acqua che gocciola in un lavandino.

Uscì in strada, trascinandosi dietro il silenzio del club.

Mingus Fingus di Geoff Dyer » trad. Riccardo Brazzale e Chiara Carraro » tratto da Natura morta con custodia di sax – Storie di jazz Editore: Instar libri

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