Rita Marcotulli/Javier Girotto, duo virtuale.

Arrivano, casualmente, in contemporanea sul mercato i nuovi lavori di due musicisti che hanno condiviso diverse avventure entrate nella storia recente del jazz italiano, la pianista Rita Marcotulli ed il sassofonista Javier Girotto. Dalle “Variazioni sul tema” in trio con Luciano Biondini,alle prove soliste della pianista “Koine” e “The woman next door” fino alla consolidata “famiglia” con Peppe Servillo, Fabrizio Bosso, Furio Di Castri e Mattia Barbieri, periodicamente riunita per rileggere in chiave jazz il patrimonio della canzone italiana, da Modugno a Celentano e Battisti, i due musicisti hanno svelato nel tempo una comune sensibilità per progetti marcati da una forte originalità e da una altrettanto evidente efficacia comunicativa. Caratteristiche che ritroviamo anche nei due nuovi cd e che fanno un pò desiderare, questo punto, un vero progetto discografico per un duo spesso attivo sul palco, e ripreso qualche anno fa su cd in un concerto al Quirinale.

Il secondo cd del Trio Kàla, vede la conferma di una formula musicale che ha come base di partenza la conoscenza e l’amicizia: Rita Marcotulli, Ares Tavolazzi e Alfredo Golino sanno trasmettere in musica una complicità maturata durante lunghi anni ed il progetto, orientato verso l’obiettivo di fusione fra pop e jazz, conferma un’identità interessante, valorizzata in questa occasione da una sfavillante qualità di registrazione a cura del tecnico Stefano Amerio negli studi Artesuono di Cavalicchio (Udine). “Indaco Hiromi“(abeat records) inizia con una title track di stampo neoclassico, un tema che ricorda un mare agitato da una leggera brezza , scosso all’improvviso da alcuni colpi di vento più forte quando gli strumenti si uniscono in alcuni passaggi ritmici perentori. Si prosegue fra originali (l’intensa ballad “Bobo’s code) e covers (una “Lady Madonna” dal taglio modale, due dei brani più conosciuti di Pino Daniele, “Napule è“, e “Quando“, dai temi ben riconoscibili ma calati in atmosfere ricche di chiaroscuri, e la splendida melodia di “I think it’s going to rain” di Randy Newman) Poi ancora due brani originali di Marcotulli, “Dialogues“, breve discesa in una dimensione astratta e “Cose da dire” più distesa e narrativa, per concludere con il toccante e rarefatto omaggio a Nino Rota di “Romeo and Juliet“.

Il duo fra i saxes ed il quena flute di Javier Girotto e l’accordion di Vince Abbracciante è invece una novità assoluta su disco : il giovane musicista di Ostuni nell’arco degli ultimi anni ha conquistato, con i tre album da leader (“Introducing” (Bump records ), “Sincretico” e “Terramadre” (Dodicilune records)) ed una intensa attività sia in campo concertistico che in progetti multimediali, lo status di eminente interprete del proprio strumento. Una curiosità tratta dalla sua biografia: da qualche anno il calco della sua mano destra viene conservato presso il “Museo Internazionale delle Impronte dei Fisarmonicisti” di Recoaro Terme (VI).

L’incontro con Girotto in questo “Santuario” (Dodicilune records) mescola e spariglia le passioni musicali dei due protagonisti: il jazz, il tango argentino, la musica popolare, un pizzico di sperimentazione apportata da Abbracciante. Sia i titoli che le atmosfere evocate dalle dodici composizioni, divise equamente fra i due con il finale affidato al tema dal film “L’utlima chance” di Louis Bacalov, richiamano in modo esplicito il rapporto con la natura, filtrato attraverso la sensibilità e la capacità di tradurre in musica un ricco mondo emotivo che da sempre è al centro dell’opera del sassofonista di origini argentine. Un disco di “terra”, intenso e raffinato insieme, nel quale convivono dinamici temi di taglio popolare, come “Santuario degli animali” “Aramboty” e “Fuga a sud” con brani riflessivi come “2 de abril“, o “Ninar“, una sorta di preghiera condotta dal flauto andino, le coinvolgenti narrazioni di di “Impressioni di Puglia“, “Trama della natura” ed “En mi” (introdotta da un iterativo solo della fisarmonica e con finale incandescente), con le suggestioni latine di un vorticoso “Pango” o di “Fugurona” . Il finale richiede poi una pausa ammirata per apprezzare le sfumature strumentali e sentimentali che questo duo sa riservare allo splendido tema di Bacalov.

Due album in cui immergersi con calma, senza ansie da novità stravolgenti, per avviare o rinnovare la conoscenza con due personalità che, dopo tanti anni, hanno sempre molto da dire.

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