Emmet Cohen: a spasso nel tempo del jazz

Da un lato, un ragazzo nato nel 1990 in Florida e cresciuto fra scuole di musica e competizioni per pianisti. Dall’altro, oltre cento anni di storia del jazz. Li unisce un disco che fin dal titolo accenna al passato evocando lo stile di Fats Waller ed altri campioni del ragtime, ed insieme guarda al futuro. Chi si aspettava dalla prima prova del pianista Emmet Cohen per un’etichetta blasonata come Mack Avenue Records un omaggio al jazz della tradizione, resterà in qualche modo stupito all’ascolto di questo “Future stride“. Il disco segue segue la serie di registrazioni autoprodotte sotto il titolo Masters Legacy Series, quattro volumi, rispettivamente con Jimmy Cobb, Ron Carter, Benny Golson ed Albert “Tootie” Heat e George Coleman, tanto per precisare con chi suona Cohen, ed a dieci anni esatti da “In the Element“, il debutto indipendente da ventenne con il bassista Joe Sanders ed il batterista Rodney Green. Il disco è una panoramica dell’idea di jazz che il giovane musicista sta costruendo, in un percorso che, insieme alle collaborazioni, come quella stabile con Christian Mc Bride, prevede una sorta di growing up in public, con le session casalinghe del lunedì inaugurate nel periodo della quarantena e giunte ormai intorno al settantesimo episodio, senza contare le repliche in corso in questi giorni ad Umbria Jazz nei due show mattutini. Da quei video pubblicati sul web sotto il titolo di Emmet’s place, come dalle citate esperienze discografiche, si può intuire un amore incondizionato per tutto il jazz di qualsiasi stile ed epoca, un amore che lo porta ad aprire il suo primo disco importante con una virtuosistica “Symphony Raps“, tratta dal 1920 di Louis Armstrong con la Carrol Dickerson Orchestra e farla seguire, con un notevole salto temporale e stilistico, da una “Reflection at Dusk” che esplora, in modo quasi pudico, insieme al sassofono di Melissa Aldana e la tromba di Marquis Hill, ospiti in diversi episodi, le trame di un toccante tema impressionista.

Il disco segue questa falsariga per tutto il suo svolgimento: c’è una robusta e swingante “Toast to Lo” dedicata al batterista Lawrence Leathers, amico di tutti i musicisti qui presenti, ucciso nel Bronx nel giugno del 2019 a soli 37 anni, con una geniale struttura nella quale l’inizio swingante offre il terreno ad uno splendido e sofferto solo del sax della Aldana, che confluisce in una frizzante sezione totalmente autonoma condotta dal solo del pianoforte, per poi ritornare al tema iniziale. E quindi la title track con le sue piroette stilistiche, un lungo solo blues, e lo stile stride reso quasi surreale e cartoon dalla velocità e dalle svolte improvvise. C’è un pezzo stupendo, “Second time around“, pescato dal repertorio di Bing Crosby, che Cohen interpreta con sensibilità e maturità rara in un ragazzo di trentuno anni, alternando intimità ed energia, e ascoltatevi poi come la conclude. Ed a seguire, la song popolare “Dardanella“, del 1919, ancora Crosby ed Armstrong, sul cui tema semplice e naif viene iniettato un solo proveniente dall’epoca attuale, e il “Pitter Panther Patter” del duo Duke Ellington/Jimmy Blanton, “bilanciate” dall’originale “You already know” in chiave hard bop. Per finire con “My heart stood still” uno standard celeberrimo firmato Rodgers/Hart e cantato da tutti, da Sinatra a Rod Steward, ed il lirico commiato di una autografa “Little Angel” costruita con un tuffo nella stretta “modernità”, sui riverberi e le duplicazioni della tromba di Marquis Hill, . Un modo splendido per finire un album che trasmette in modo diretto la passione ed il divertimento con il quale è stato creato, e che in molti pronosticano fra i migliori del 2021.

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