Stacey Kent – “Songs from other places”

Dico sempre che le voci nel jazz non sono il mio piatto preferito, poi esce il nuovo disco di Stacey Kent e, puntualmente, sono costretto a smentirmi. Per la sua diciannovesima prova, la cantante americana di stanza a Londra è tornata ad una fonte autoriale d’eccellenza, lo scrittore Nobel Kazuo Ishiguro, che già aveva composto per lei diversi brani negli album precedenti, e qui torna con ben quattro composizioni originali scritte in coppia con il marito della cantante, il sassofonista Jim Tomlinson. Un connubio sorto oltre dieci anni fa sulla base di affinità individuate ed esplicitate dallo scrittore : “Il suo approccio come cantante è simile al mio come scrittore: quando la ascolto cantare, sento che è in grado di catturare un senso di interiorità” ha detto Ishiguro. Una dimensione sicuramente propria di Stacey Kent, artista dai registri sofisticati e raffinati, più propensa all’intimità che al virtuosismo estroverso, ma in grado di toccare le corde delle emozioni come poche altre. Una caratteristica dell’album mi si è rivelata solo dopo tre/quattro ascolti, ed è la pressochè unica presenza strumentale del pianoforte di Art Hirahara, musicista cinquantenne del giro newyorkese con autorevole carriera in corso (incisioni con Linda Ho, Rudy Royston, in varie formazioni). E’ talmente vasta la gamma di colori, sfumature e climi che la voce di Stacey Kent riesce a generare che non mi ero inizialmente reso conto dell’accompagnamento minimalista. “Songs from other places”(Token productions) inizia con un vero inno post pandemico, “I wish i could go travelling again“, uno dei brani a firma Ishiguro/Tomlinson, una ballad dai lievi aromi sudamericani che si impone da subito con la statura di uno standard, per continuare proprio con il Brasile di Antonio Jobim, tramite la sensuale ed intima cover di “Bonita“, uno dei brani più affascinanti della raccolta. Sempre dalla penna dello scrittore di origini giapponesi arriva la “sceneggiatura” di “Tango in Macao“, un ballo mancato in locali di dubbia reputazione frequentati da “delinquenti con la rosa in bocca” descritto con leggera ironia fra le pieghe di un irreprensibile tango. “Cragie Burn” un altro brano originale, figura invece, in abbinamento alla splendida cover di “Landslide” di Stevie Nicks dei Fleetwood Mac ed alla arcinota “American Tune” di Paul Simon fra i classici brani del songbook contemporaneo statunitense, che Stacey Kent interpreta con assoluta padronanza . Completano la scaletta una versione rarefatta di “My ship” di Kurt Weill ed Ira Gershwin, diventata uno standard jazz nelle versioni di Miles Davis e Ella Fitzgerald, una miniatura contemporanea in brasiliano intitolata “Imagina“, un salto in riva al Tamigi fra le fisarmoniche di “Les Voyages” ed una versione di “Blackbird” dei Beatles. Troppa varietà, si potrebbe dire, ma il fatto è che Stacey affronta tutto con una naturalezza e competenza che conquista. Ed a noi (quanto meno a me) non resta che arrenderci.

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