CONSIDERAZIONI DI UN IMPOLITICO – MILES, IL CARO ESTINTO

Se a Charlie Parker è toccato anche l’amaro calice di vedere il centenario della sua nascita praticamente obliterato dall’epidemia Covid (sfortunato anche da morto…..), meglio sta andando a Miles Davis per il trentesimo della sua repentina scomparsa.

Si assiste infatti ad un certo fermento di articoli rievocativi, anche se decisamente al di sotto di quanto esigerebbe la statura artistica ed intellettuale del personaggio. Quest’ultima potrebbe poi esser finalmente oggetto di una più serena e profonda valutazione, considerato sia il tempo, che gli sviluppi registratisi nel frattempo nel campo della musica di matrice afroamericana.

Ma l’Impolitico verrebbe meno alla sua reputazione se tacesse una strana sensazione: quella che il personaggio Miles venga assoggettato ad una sorta di cosmetizzazione postuma, ad un’inesorabile obliterazione di alcune delle caratteristiche più problematiche e spigolose della sua figura personale ed artistica. Mettendoci un po’ di malizia, il pensiero corre a ‘Il caro estinto’, solfurea e feroce satira dell’industria americana delle onoranze funebri, in cui il defunto era poco più di un pretesto per la costruzione di una sorta di avatar in possesso di virtù e qualità che il povero estinto in vita non si sarebbe mai sognato di possedere.

Questo capolavoro di humor nero naturalmente era firmato da un inglese, il Tony Richardson compagno di strada degli angry young men del New Cinema britannico.

Innazitutto, Miles è stato uomo del suo tempo anche nei difetti, che rispecchiavano abiti mentali largamente diffusi ed anzi direi dominanti ai tempi (e facciamo finta che si siano evoluti…): inutile e grottesco istruire processi postumi a somiglianza di quelli cui l’Inquisizione sottoponeva i cadaveri dei sospetti eretici. Sorvoliamo poi sul fatto che un certo esibito ‘machismo’ (atteggiamento peraltro largamente diffuso nel mondo black) aveva ben precisi addentellati con la questione razziale.  

Il punto è che Miles è sempre stato un ‘uomo contro’, un uomo del conflitto affrontato a viso aperto e con lucida determinazione. Forse se ne è andato al momento giusto, impossibile immaginarlo alle prese con il plumbeo clima post 11/9 e con la menzognera retorica guerrafondaia dell’era Bush jr.  Impensabile poi una sua semplice sopravvivenza nel sinistro basso impero di Trump, punteggiato di stragi insensate e di omicidi razziali in divisa: probabilmente avrebbe preso la strada di un silenzioso esilio, forse nella Francia che già all’alba dei ’50 lo aveva tentato con una vita alternativa e diversa. E tutto sommato non riesco nemmeno ad immaginarlo nel nostro odierno ‘mondo ad una dimensione’, dominato dal maccartismo culturale del politically correct.

Miles è uomo che ha vissuto molte vite in una, sempre bruciandosi le navi alle spalle: non ha mai accettato di farsi relegare in nicchie protette, ma periferiche, tollerate ed irrilevanti. E questo sin da quando giovanissimo ha deliberatamente rinunziato ad una vita agiata che gli veniva dalla sua estrazione sociale borghese per un salto nel buio nel duro ed insidioso mondo del bebop, che gli ha imposto i suoi pesanti e rischiosi riti d’iniziazione.

La volontà di raggiungere il centro della scena è stata ferrea ed indomabile, così come il costante rifiuto di ogni ghetto intellettuale o musicale che fosse, che esso fosse segnato da un decadente destino di autodistruzione o di emarginazione, oppure più tardi anche da un formale riconoscimento accademico ed intellettuale che però negasse di fatto l’accesso ad un pubblico ampio (trappola al miele in cui è caduta parte non trascurabile della c.d. ‘avanguardia’).  

I suoi rapporti con le case discografiche (che non hanno mai conosciuto fedeltà e riconoscenze) ne sono testimonianza: mai nessun compromesso sull’integrità artistica e creativa, e soprattutto bruschi e decisi abbandoni non appena fosse in questione la possibilità di raggiungere le fasce di pubblico che più gli stavano a cuore.

Le sue molte metamorfosi hanno lasciato alle loro spalle schiere di fans incapaci di seguirlo nei suoi balzi in avanti. Che però mai sono stati improvvisi, ma quasi sempre annunziati da periodi di meditativa elaborazione che avveniva però lontano dalle ribalte più vistose e dalla vetrina discografica più glamour. Negli ultimi anni molte pubblicazioni di materiali live e di integrali sessioni di registrazione degli anni ’60 e ’70 hanno rivelato che alle spalle dell’apollinea perfezione della produzione ufficiale ribolliva nell’ombra un laboratorio denso di inquietudini diverse. Certamente si trattava di una dimensione più difficile da afferrare per il pubblico più ampio e lontano, che solo molti anni dopo vi avrebbe avuto accesso anche grazie ai ritardi dell’industria discografica.

Qui la band è di livello: tra gli altri John Scofield, Mino Cinelu, AL Foster

Noterete che le clips musicali che accompagnano queste righe vengono da album pubblicati dopo il rientro in scena del 1981. Non è un caso, questa musica all’epoca è stata giudicata a volte con severità, a volte con malcelata sufficienza, e ciò anche da critici attenti ed aperti, che spesso hanno invece largheggiato in aperture di credito nei confronti di personaggi che alla distanza non hanno dimostrato di possedere l’indomabile demone innovativo di Davis. Su queste valutazioni poi non si è più ritornati, condannando queste opere ad una sorta di limbo ombroso. Mi ci metto anch’io: giorni fa per caso ho ripreso in mano l’LP di ‘Star People’ e senza particolare intenzione l’ho messo sul giradischi. Dopo pochi minuti ho sperimentato la stessa sensazione di piena vitalità, di immediata e prepotente elevazione sul paesaggio musicale odierno (anche il migliore) che mi dà tuttora la musica del Coltrane degli anni d’oro.      

Miles lottava con i suoi produttori per pubblicare più album live. Alla fine l’ha spuntata, ma questo è uscito postumo. Uno dei suoi migliori

In questi dischi il suo ammirato lirismo – cui secondo alcuni censori avrebbe abiurato per battere la strada di una musica più grossolanamente compiacente – continua a balenare, anzi lo sfondo tendenzialmente fauve e notturno lo fa risaltare di più. A questo proposito, Miles ha saputo guardare il lato oscuro e notturno dietro la scintillante facciata dei normalizzati anni ’80, ha avuto il netto presentimento del loro sottofondo angoscioso come il Bret Easton Ellis di ‘American Psycho’ o il Jonathan Demme de ‘Il Silenzio degli Innocenti’. E questi fondali selvaggi e sottilmente allucinati li ritroviamo nei quadri di Basquiat.

Basquiat, un autoritratto

E questo studiato contrasto estetico spiega anche il progressivo gap di personalità e statura creativa che obiettivamente si riscontra nei gruppi dell’ultimo Davis, più interessato a prestazioni solidamente professionali e d’impatto che ad un dialogo alla pari con in suoi partner. Una fuga solitaria verso orizzonti che solo lui intravvedeva, a mio avviso con molti punti di contatto con quella dell’estremo Coltrane.

Un suo standard degli ultimi anni… ‘Jean Pierre’ ha nel suo cuore una ninna nanna……….

Con una diversità: la tenace volontà di mantenere una relazione con un pubblico che sentiva di non dover abbandonare ad altre musiche, quelle sì plastificate e seriali. Il denaro c’entrava poco, con quello aveva un    rapporto strumentale, gli interessava essenzialmente per sostenere il suo stile di vita, la sua figura pubblica di sfida, mai riconciliata con le ovvietà degli establishment sociali ed estetici. Mi sembra di ricordare che alla sua morte il suo patrimonio liquido ammontava a poco più di 500.000 dollari: pochi anni fa la sua famosa ‘tromba blu’ è stata battuta all’asta per 100.000…. ad aggiudicarsela è stato il chitarrista George Benson.

Una nuova traduzione italiana del 2019

Spesso a determinare la piega di una vita sono quelle che gli psicanalisti chiamano le ‘scene primarie’, quelle da cui il paziente inizia la narrazione di sé: nella prima pagina dell’Autobiografia scritta a quattro mani con Quincy Troupe (consigliatissima) c’è un compito bambino nero che fugge terrorizzato da un uomo che lo insegue gridando ‘Nigger! Nigger!’. Il ricordo è durato più di sessant’anni…. Ed anche la corsa, ma questa volta libera.  Milton56

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