Percy Jones, endless fretless

C’era una volta, a metà anni settanta, una band dal nome nato casualmente dalla annotazione sul calendario della sala prove, “Brand X”, autrice di una musica clamorosamente fuori dal proprio tempo – stava arrivando il punk e loro impiegavano chitarre e basso fretless in una fusion ad alto tasso tecnico – dai più ricordata per la presenza dietro ai tamburi, nel primo periodo di esistenza, del batterista dei Genesis Phil Collins. Con lui i Brand X realizzarono i primi due lavori “Unhortodox behaviour” (1976) e “Moroccan roll (1977), entrambi pubblicati dalla Island records, probabilmente i migliori che la band abbia prodotto. Il seguito della carriera, segnata dal prematuro abbandono di Collins, troppo preso dalla necessità di tenere viva la band madre rimasta orfana del cantante Peter Gabriel, non risultò infatti all’altezza di quelle due prime prove, segnate da una vena nervosa e funky, con ottime prestazioni strumentali ed una propensione marcata all’improvvisazione in un contesto elettrico, rimaste indenni al trascorrere del tempo. Oltre a Collins i membri dei Brand X erano John Goodsall, chitarrista degli Atomic Rooster, Percy Jones, bassista gallese specialista dello strumento senza tasti, i due rimasti a tener viva la creatura anche nelle successive reincarnazioni di primi anni ’90 e quindi nel 2016, ed il tastierista Robin Lumey.

Il lungo preambolo per esprimere la sorpresa ed il piacere nel ritrovare, ad oltre quaranta anni di distanza, il basso di Percy Jones vivo e pulsante al centro di una nuova formazione allestita in casa Moon June nell’ambito di quel filone di improvvisazione elettrico /elettronica che rappresenta una delle specialità della casa. Apprendiamo che, nell’arco dei decenni, Jones, oltre ad avere fino al 2020 suonato nelle nuove edizioni dei Brand X, è comparso in registrazioni e concerti di molti artisti in chiave di sideman, da Kate Bush a David Sylvian e Brian Eno, fino ad una comparsata in una delle recenti edizioni dei Soft Machine, oltre a far parte di gruppi maggiormente dediti all’improvvisazione come il collettivo newyorkese Tunnels. Ma in questa seduta, catturata dal vivo allo Shapeshifter Lab di Brooklin nell’agosto 2020, in condizioni di semi isolamento pandemico, Percy Jones, in compagnia di una band di veterani composta dal chitarrista Alex Skolnick, dai trascorsi metal con i Testament, dal batterista Kenny Grohowsky (attivo con John Zorn e Felix Pastorius) e dall’altro specialista della sei corde Tim Motzer, (membro dei Bandit 65 con Kurt Rosenwinkel), sembra voler ripercorrere, con stile aggiornato ai tempi, alcuni dei territori praticati a suo tempo con i migliori Brand X. Ovvero un jazz di forte impronta elettrica basato sulle chitarre, con il dualismo fra la ritmica di Skolnick e quella contaminata dall’elettronica di Motzer, e basso e batteria a tessere potenti orditure connettive e strutturali dei brani. Il doppio cd riporta due set del concerto”The insilence” e “The sacred laddeer” lunghe suite suddivise in varie sezioni che, nel contesto totalmente improvvisato, acquisiscono sembianze in costante mutazione, alternando momenti di reciproca indagine (“Emergence“), episodi innervati da una sotterranea corrente funk (“Over strange land”, “The second ladder“, la ribollente “The great spirit“), stasi ambient (“Night crossing“riportata in due versioni) e parossismi strumentali (“Brothers of energy”, “Cosmic fire“).

Dato il contesto, si tende talora a debordare per durate ed estensioni dei singoli interventi, ma il pregio che va riconosciuto alla band è quello della vera creazione istantanea, il momento in cui la ricerca dei singoli strumenti riesce a concentrarsi su un percorso comune e viene plasmata la forma. Il basso di Jones è la colonna portante di queste strutture, ribollente riffs a ripetizione negli episodi a maggiore accento ritmico (tutta sua l’intro di “Drifts and alignment“) ed impegnato nel disegno di sfondi ambientali quando nella tavolozza del gruppo prevale la vena impressionista. Una prestazione notevole per un veterano rimasto fedele al proprio strumento ed a quella “voce” creata tanti anni fa.

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