“Coming Yesterday”, l’addio al pianoforte di Martial Solal

Coming yesterday” (Challenge records) è la testimonianza dell’ultima esibizione, alla Salle Gaveau di Parigi nel 2019, di Martial Solal, il pianista e compositore francese che, dopo una carriera estesa oltre sette decenni, ha deciso, all’età di 92 anni (è nato il 23 agosto 1927), di mettersi a riposo. Per descrivere l’avventura di Solal, avviata professionalmente nei primi anni ’50 al fianco di Django Reinhardt e Sidney Bechet, e proseguita lungo il tempo fino a due anni fa, si farebbe prima a citare i nomi dei grandi del jazz con i quali non ha collaborato. Andando per estratti ampiamente parziali, si devono almeno riferire, oltre all’attività solista, che ciclicamente ha intervallato le collaborazioni, le venti colonne sonore firmate (tra cui quella di “A bout de souffle'” di Jean Luc Godard), il trio con Daniel Humair e Guy Pedersen, i gruppi con Wes Montgomery e Slide Hampton, la collaborazione con Lee Konitz, i duetti con Hampton Hawes, Stephane Grappelli e Joachim Kuhn, i gruppi con John Scofield e Jack De Johnette . Meglio fermarsi qui, come detto, ma è solo per esplicitare come il titolo di “True Maestro” tributato a Solal dal sassofonista statunitense Dave Leibman nelle note di copertina dell’album “Masters in Montreaux” del 2018 sia, in questo caso, più che dovuto.

Foto Jean Baptiste Millot

In merito all’esibizione parigina, viene spontaneo limitarsi ad una sommessa cronaca, e riferire di sei standard arcinoti (“I can’get started”,”Tea for two”, “Lover man”, “I’ll remember April”, “My funny valentine”, “Have you met Miss Jones“), una medley dedicata a brani di Duke Ellington introdotta da “Caravan“, due brani originali (la title track e “Sir Jack” ) ed una sorprendente “Happy birthday“. Tutto materiale trattato “alla Solal” con quella voglia di smontare e ricostruire secondo il proprio estro la struttura armonica e melodica dei brani, creando in tempo reale, senza badare alle fonti che mischiano alto e basso, appunto Ellington, Gershwin e “Fra Martino” o “Tanti auguri a te“, un proprio mondo sonoro attraversato da mille correnti, un microscomo di emozioni a cui abbandonarsi durante l’ascolto. Il brano “Coming yesterday“, undici minuti di dialogo con se stesso, in perenne mutazione, è forse la vetta di un viaggio profondo, personale, ma sempre percorso con serissimi senso del gioco ed ironia.

Preferiamo, dunque, lasciare all’autore, dalle note di copertina del disco, spiegare l’approccio a quella serata che segnerà un punto di arrivo della sua carriera di eterno ricercatore.

Quando salii sul palco, quel 23 gennaio del 2019, non sapevo ancora che avrei deciso di non suonare più il pianoforte, a più di settanta anni dal mio debutto. Per mantenere un certo livello, lo strumento richiede una pratica quotidiana: ci vuole delicatezza, brutalità e soprattutto energia.Ho vissuto tutta la vita fra queste necessità, con la gioia di constatare il progresso, gli avanzamenti musicali e tecnici, gli arricchimenti ritmici ed armonici che si acquisiscono con il tempo. Naturalmente all’inizio tutto corre velocissimo. Se si è dotati, si dedica tempo all’esercizio, si ascoltano esempi del passato e si sceglie una strada, tutto può sembrare facile. I progressi sono veloci, le illusioni immense e quindi iniziano a crescere i muri, muri che vuoi scalare e scavalcare. Settanta anni per raggiungere questo è il minimo….. Quando non hai più energia, è meglio fermarsi. Quel 23 gennaio ebbi l’impressione di avere raggiunto l’inizio di un sentiero che mi sarebbe piaciuto proseguire, dopo tanti anni di improvvisazione, di creazione, basati su quelli che chiamiamo standards, che io invece chiamo pretesti, sfide, saggi, che si possono sviluppare in mille ed un modo secondo i percorsi evolutivi che attraversano la tua mente o quelli dei tuoi compagni musicisti. Gli standards sono passati di moda, rimpiazzati da altri temi che spesso non hanno le qualità per diventarlo, i così detti “originals”. Ad un certo punto tutti i musicisti si considerarono compositori, quando il free jazz irruppe sulla scena e spazzò via i vecchi temi, eliminando le difficili regole della stabilità del tempo, armonia e melodia. Alcuni standards sono sopravvissuti, e quelli che potrai scoprire possono essere definiti indistruttibili. Restano comunque pretesti per esprimere idee, ma con regole meno rigide, con i rubato che hanno dignità di citazione così come le accelerazioni, l’atonalità o l’assenza di un tempo continuo. Questo è ciò che pensavo quel 23 gennaio. Parte di questo concerto sembra contenere le mie riflessioni in quel momento. Per me il jazz rimane quello del ventesimo secolo, quello che nacque a New Orleans, il middle jazz, il be bop ed il free jazz. Le prime tre di queste ere del jazz erano basate su ritmi ternari, Charlie Parker potrebbe essere stato il primo ad usare le semicrome su un tempo medio, abolendo la necessità di quel permanente equilibrio chiamato swing che è scomparso in questa forma con la nascita dei ritmi binari e del fraseggio. Questo stile ritmico non lo consideravo più essenziale. Preferivo una maggiore libertà, suonare mescolando gli accordi, i ritmi, le durate e gli stili piuttosto che sulla forzata schiavitù dei nuovi ritmi.Grande libertà richiede un sacco di lavoro. Ed io ho fatto la mia parte. Voglio ringraziare chi mi ha aiutato, chi mi ha incoraggiato o criticato, facendomi progredire, e quelli che sono stati così gentili da suonare con me, per me, e chi ha suonato per anni le mie composizioni. Mi spiace per tutti quelli che non hanno colto quello che ho cercato di offrire loro. Il progresso è una felicità molto personale. Durante questo concerto mi sono sentito come se avessi segato un prato d’erba , indicando una direzione che mi sarebbe piaciuto proseguire. Da qualche parte, quest’erba è già cresciuta abbastanza da essere considerata un testamento musicale…improvvisato. ”

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1 Comment

  1. ….”ad un certo punto tutti i musicisti cominciarono a considerarsi compositori…”: riflessione che, se pienamente sviluppata, potrebbe riempire un libro… Tra l’altro, il declino della ‘lingua franca’ costituita dal ‘Fake Book’ degli standards ha molto limitato l’interazione occasionale tra musicisti non precedentemente affiatati tra di loro, portando ad esecuzioni spesso molto contratte e sorvegliate di ‘originals’ talvolta già molto macchinosi w pretenziosi in partenza. In Italia ne sappiamo qualcosa… Milton56

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