Lettere al Direttore/1

Chi come me, abbia avuto la sventura di vedere la trasmissione televisiva dei “Maestri del Jazz” dedicata a Sonny Rollins, spero abbia potuto rendersi definitivamente conto a quale meta inconcludente e vana sia approdata questa nostra povera, tormentatissima musica che, nonostante tutto, io continuo ad amare, nella speranza che compaia qualcuno, fornito di buon cervello e con qualche nuova valida idea, che rinsangui un poco l’ormai troppo anemico corpo jazzistico.

Si, perché se Sonny Rollins è da considerare uno tra i migliori jazzisti moderni, un profeta (che poi di profetico ha solo la barba), immaginiamo a quale livello saranno i suoi innumerevoli imitatori sassofonisti.

Avrà indubbiamente – così almeno si dice – una notevole tecnica strumentale, ma quei cacofonici versacci che escono dal suo pifferone o dalla striminzita tromba di Don Cherry non fanno che convincermi sempre più che questi signori avranno, sì, labbra di cuoio e polmoni d’acciaio, ma anche la testa assolutamente vuota.

Per convincersi di ciò basterebbe prendere per esempio, pur senza farne un’analisi musicalmente profonda, quel “Non dimenticar” con cui Rollins ha aperto la rubrica. Che cos’è se non un brano mal riuscito e di cattivo gusto, un vano tentativo di abbellire il tema con quegli inutili arzigogolamenti?

Un’altra caratteristica negativa di questi, più o meno nuovi, musicisti è la banalità dei temi eseguiti, che mi paiono un pretesto per improvvisare qualcosa. Ma quando la base tematica è così mal sicura, immaginiamoci se potrà resistere l’impalcatura dell’improvvisazione!

Vien da rimpiangere i miei tempi, ovvero quelli di Parker, Tristano, degli stessi Mulligan e Lewis. Parker aveva una forma piuttosto rozza per esporre la sua musica, ma quanta sostanza in essa! Mulligan sa essere un finissimo umorista; John Lewis è quel gran formalista che tutti conosciamo. Tutti costoro hanno dei lati positivi. Ma Rollins, Coltrane, Coleman, ecc., che cosa fanno se non scopiazzare qua e là, oppure suonare delle cose astrusissime?

A questo punto io mi chiedo che cosa debba fare – esaurito l’ascolto del repertorio jazzistico fino a Lewis o tutt’al più a Monk, cioè del repertorio valido – un poveraccio che voglia ascoltare un po’ di musica buona?

Non sarà forse il caso di intraprendere un’altra strada, come quella che conduce alla musica “seria” contemporanea?

Una volta affinata la nostra sensibilità musicale – e molto jazz, specialmente moderno, penso serva anche a questo – non è mille volte meglio gustarsi la “Sagra della Primavera” di Stravinsky anziché ingurgitare le cacofonie rollisiane?

Gilberto B. (ferrara)

Musica Jazz , ottobre1963

Sono passati quasi 60 anni e direi che il tempo ha ampiamente dato torto al lettore di Ferrara. Però la rubrica Lettere al Direttore aveva una vitalità e una capacità di tastare il polso della situazione che, rinunciarci, è stato un vero peccato, al netto degli esibizionisti e dei perditempo di tutte le epoche e di tutte le età. Forse oggi, per molti motivi, sarebbe superflua, ma in una situazione in cui si plaude a qualunque proposta acriticamente, da vecchio lettore ho un pò di rimpianto di quelle sanguigne tenzoni. Ne riproporrò alcune, quindi, non certo per fomentare disordini (si fa per dire) ma come testimonianza di un tempo che fu.

4 Comments

  1. Io trovo divertente il buon Gilberto se penso che La Sagra della Primavera di Stravinsky fu considerata scandalosamente rivoluzionaria e ricevette critiche feroci, le stesse che riserva ai nuovi astri del jazz dell’epoca.
    Più in generale, mi sembra molto europeo e poco africano.

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  2. Spero di non ricordare male, ma alla prima del ‘Sacre’ a Parigi si registrarono addirittura tafferugli tra il pubblico…. Comunque il simpatico Gilberto è vittima di quell’ascolto ‘nostalgico’ in cui prima o poi cadiamo tutti, chi più e chi meno. Fenomeno che interessa tutti gli stili musicali (non esclusa la fu avanguardia…), quando riescono a definire lo spirito di un tempo che abbiamo vissuto con intensità e partecipazione…. Quanto a ‘intraprendere la strada delle musica seria contemporanea’, sarebbe stato divertente sottoporlo ad un ascolto incrociato di ‘St.Thomas’ (od anche di ‘Blue Seven’) con qulche cosetta di Berio o di Nono…. 😉 Milton56

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  3. Quella delle ‘Lettere al Direttore’ è stata senz’altro una perdita, e non di poco conto. Del resto la rivista di allora aveva un’impostazione polifonica e dialogante (anche verso il pubblico) da tempo perduta. Con i mezzi tecnologici di adesso non ci vorrebbe granchè ad impostare sul sito web uno spazio di intervento con capienza predeterminata e con naturale intervento di moderazione: ma questo esigerebbe una struttura redazionale stabile, e qui torniamo a cose già dette.. L’unica incognita sarebbe la risposta del pubblico…. che forse oggi non è così impaziente di esprimersi e di argomentare come decenni fa…. MIlton56

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  4. Il grande compositore francese Saint-Saens esponente di punta del Romanticismo che all’epoca aveva 77 anni fu durissimo nei riguardi della partitura di Stravinsky e lo stesso Stravinsky, dopo la Seconda Guerra Mondiale, compose pezzi di secondo la struttura dodecafonica così come Aaron Copland, dopo il cosiddetto periodo “populista” di riscoperta delle radici e dell’identità americana con i balletti, i blues ecc…ebbe una fase riconducibile a quello stile.
    È vero che la nostalgia può giocare brutti scherzi e ciò succede a tutti noi. Però, se si dispone di sufficiente senso critico, si riesce a rimediare.

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