Il nuovo album di Mehldau

Il nuovo album di Brad Mehldau, Jacob’s Ladder, uscito lo scorso 18 marzo sta monopolizzando le discussioni tra gli appassionati. Passo falso o ulteriore prova del talento e della visionarietà del pianista?

Sta di fatto che il magazine italiano più importante, Musica Jazz, gli dedica una recensione di una intera pagina ad opera della penna di Gennaro Fucile. Un critico che credo tutti apprezziamo, sempre chiaro nella esposizione, molto documentato e abile “archeologo” nello scovare album e musicisti spesso dimenticati di un passato sia prossimo che remoto, che puntualmente trasferisce sulla rivista con articoli sempre interessanti.

Fucile nella lunga disanima espone con perizia argomenti e materiali da cui Mehldau ha preso ispirazione, e per ogni brano, sia originale sia pescato nel repertorio dei gruppi prog rock, fornisce molte informazioni a corredo. Traspare una profonda ammirazione per la complessità dell’opera e per il talento dell’autore.

Anche sui social l’album di Mehldau è stato oggetto di discussioni e diverse valutazioni, ma, per quanto sono riuscito a leggere, nessuna stroncatura cosi’ come nessun aperto incensamento. Prevale un atteggiamento prudente, un “proviamo a riascoltare” che però lascia molti margini di dubbio.

Se ci si spinge a ricercare recensioni sulla rete l’orientamento non cambia. Valgano per tutti queste ultime righe di Bob Fish su Spectrumculture.com:

 Where you stand on Jacob’s Ladder depends largely on your ability to deal with music that goes to the edge of rock and jazz, risking going over the edge into the abyss, sometimes hanging there by just a thread. There are no rewards without risk, and Brad Mehldau deserves credit for taking chances even if he occasionally flirts with failure.

Insomma, pare che il confine tra apprezzamento e stroncatura dipenda più dai gusti personali che dalla validità intrinseca dell’opera. Provo quindi a fare un breve riassunto per quanti vogliano provare ad ascoltare l’album senza pregiudiziali alcune:

  1. Non si tratta, se non per brevi incisi, di un album jazz
  2. Non si tratta nemmeno di un album prog rock, troppo complesso e stratificato, porta la profonda impronta del suo autore che “rilegge” a modo suo alcuni brani di gruppi rock ma, a parte brandelli riconoscibili di melodia, li trasforma profondamente
  3. Il primo impatto, parlo per esperienza diretta, potrebbe risultare urticante.
  4. Dopo ripetuti ascolti si apprezza la complessità, la tessitura sperimentale e l’originalità del percorso. Rimane una certa pesantezza di fondo, non tutti i brani mi paiono dello stesso livello e perfettamente a fuoco.
  5. Presumibilmente per un fan del prog rock l’album suona troppo avanzato e per un jazz fan suona abbastanza alieno.
  6. Per quest’ultima tipologia di appassionati la domanda verte sulla forse eccessiva produzione discografica del nostro, che spesso e volentieri esce dal seminato più propriamente jazzistico, spesso con esiti felici, qualche volta, come in questo caso, con esiti dubbi
  7. Infine, se proprio ci tenete a sapere il mio parere, Mehldau ha prodotto cosi’ tanti album memorabili e bellissimi che questo si può anche non colpevolmente lasciare nella vetrina del vostro negozio preferito.

2 Comments

  1. Il tuo articolo mi ha incuriosito e ho ascoltato attentamente l’album. E’ abbastanza complesso e articolato, è vero, ma mi sembra, parere del tutto personale, privo di calore, a parte in alcuni brani tipo “Vou correndo te incontrar”. E’ quasi un esercizio di stile. La stessa sensazione l’ho avuta durante un suo recital in cui affrontava un repertorio di canzoni rimanendo un po’ in superficie con il suo, peraltro splendido, virtuosismo. Nonostante l’idea da cui è partito, paradossalmente, mio sembra che manchi l’anima.

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