Considerazioni di un Impolitico  – Il Quarto Lato

C’è chi ha visto Paul Gonsalves così…. beato lui. Splendido scatto della coppia Lelli & Masotti

Recenti occasioni mi hanno portato a riflettere sul ruolo che il pubblico ha nella musica jazz. Come in altre occasioni si tratta di riflessioni sparse, però tutto sommato abbastanza coerenti nella loro linea ispiratrice.

Sono sempre stato convinto che partecipazione e coinvolgimento attivo del pubblico fossero uno dei caratteri originari e discriminanti della musica afro americana. E questo anche in Europa, dove la sua recezione ha avuto sin dall’inizio modalità diverse da quelle originarie negli States. Inoltre ho sempre pensato che questo ‘fattore pubblico’, il Quarto Lato, come lo chiamano quelli del teatro, fosse l’elemento discriminante fondamentale tra le ben differenti evoluzioni della musica contemporanea di matrice europea e quella afroamericana.

Milano anni ’70: niente tavolini, niente spritz….. un altro pianeta

La prova del nove dell’importanza determinante di una presenza attiva del pubblico nel mondo jazz la si ha ‘a contrario’  quando questa presenza manca o si manifesta in forme negative. Poche settimane fa mi è capitato di assistere a diversi concerti in un noto club milanese (praticamente l’ultimo rimasto) dove nonostante il costo elevato del biglietto ho assistito a comportamenti di assoluta indifferenza e noncuranza nei confronti della musica da parte di settori più che consistenti nel pubblico. E ciò pur in presenza di formazioni non solo di elevato (e talvolta elevatissimo) livello creativo e artistico, ma anche di notevole capacità di coinvolgimento. E si è addirittura assistito all’improvviso manifestarsi di coretti di buon compleanno da parte di tavolate numerose, così come all’ininterrotto e fastidioso chiacchiericcio di vari astanti. La cosa non ha mancato di suscitare ovvie reazioni negative da parte di coloro che avevano corrisposto il non indifferente prezzo del biglietto per godersi i concerti di gran livello, peraltro non fruibili altrove in questa triste città. Ma la cosa più grave è stata la reazione dei musicisti, che in più di una occasione hanno dato evidenti e inequivocabili segnali di insofferenza. In un caso il concerto si è chiuso addirittura senza la rituale concessione di bis, pur richiesti con notevole faccia tosta dalla platea. Ed in altri casi il concerto ha deviato molto rapidamente sui binari di una prestazione puramente professionale per obbligo di firma, o per meglio dire di cachet. Inoltre è facile supporre che queste infelici serate determinino il diffondersi di una cattiva reputazione del locale nell’ambiente musicale (non dimentichiamo che quella jazzistica continua a essere una comunità piuttosto coesa e comunicativa, soprattutto agli alti livelli): e qui inevitabilmente si impone per i gestori una difficile scelta tra i conti corposi delle tavolate festaiole e la seria reputazione di un club musicale. Traghettare insieme capre e cavoli è ormai fuori questione.

Etiopia, anni ’60: suonare, ma anche ascoltare l’Ethyojazz facilmente ti portava nelle galere del Negus. Idem con il successivo colonnello Menghistu….

A parte il danno subito dagli ascoltatori motivati, mi è venuto da riflettere sulle ragioni che possono spingere una persona a sborsare 30/40 euro per recarsi in un locale di musica dal vivo e qui trascorrere il suo tempo a chiacchierare compulsivamente con i compagni di tavolo o a prodursi in performance canore da festa di compleanno. A mio avviso dietro tutto questo si ravvisa un atteggiamento completamente diverso dal mio e da quello di molti della mia generazione riguardo alla musica. Mentre per molti di noi ‘veterani’ la musica in generale – e il jazz in particolare – rimane una esperienza da vivere in pienezza con totale assorbimento della propria attenzione, è chiaro che in generazioni successive alle nostre è molto diffuso un atteggiamento totalmente diverso, cioè quello di chi vive la musica come un sottofondo, un background per lo svolgimento di altre attività sociali o individuali. Atteggiamento talmente radicato da imporsi non solo in situazioni private dove la musica non ha alcun costo, ma anche in occasioni pubbliche dove viceversa questo costo è anche cospicuo (per tacere ovviamente della totale insensibilità alle esigenze altrui, ma viviamo ormai nell’era dell’Ego). Un’insensibilità che vorrei definire quasi in buona fede, dettata dall’incapacità di concepire un modo diverso di fruire la musica se non in background. Mi è venuto da pensare che questo spiega anche alcune evoluzioni registratesi sulla scena musicale degli ultimi anni con l’apparire ed il diffondersi di quella che io chiamo ‘musica bassa a intensità’: però tra queste certo non può annoverarsi il jazz in senso propriamente detto, quantomeno nelle sue manifestazioni più vitali e creative. Ma non si deve ignorare come la presenza di un settore consistente di pubblico con questa sensibilità attenuata all’esperienza musicale non possa non rimanere privo di conseguenze sugli orientamenti di ciò che resta dell’industria musicale. Basti pensare al crescente affermarsi di kermesse musicali all’insegna del ‘tutto gratis’, dove per forza di cose l’unico protagonista assoluto è il presenzialismo compulsivo (che sparirebbe come neve al sole di fronte all’introduzione di un biglietto anche simbolico, come saggiamente stanno facendo varie importanti manifestazioni culturali ed ora anche qualche festival jazz).

Ma cerchiamo di vedere anche la metà piena del bicchiere. Quando la memoria mi porta ad evocare concerti particolarmente emozionanti e riusciti, automaticamente mi trovo a constatare che non sono mai avvenuti in presenza di un pubblico passivo e compostamente assiso in poltrona. La partecipazione calda ed attiva degli spettatori, la loro intrusione nel discorso musicale con manifestazioni di approvazione e di adesione ben percepibili dai musicisti ha spesso enormemente influenzato la performance di questi ultimi. In alcuni casi addirittura ha fatto deragliare impostazioni compositive e conduzioni solide e saldamente impresse da leader di grande mestiere: è stato il caso di un paio di giorni fa.

Polonia anni ’60: il mitico Jazz Jamboree….. la Cortina di Ferro non era poi così inossidabile

Da buon turista della musica spesso mi capita di avere più alternative per ascoltare uno stesso musicista o gruppo: invariabilmente mi decido per l’occasione con l’ambiente ed il pubblico più ‘caldi’ (ovviamente lì dove essi hanno avuto modo di formarsi e manifestarsi). E sempre vengo premiato da performances memorabili e spesso del tutto sorprendenti rispetto ai precedenti discografici del gruppo di turno.  

E molto spesso mi è capitato di sentire riconoscere esplicitamente l’importanza del ‘fattore Quarto Lato’ anche da parte di musicisti quanto mai rigorosi e del tutti alieni da furbizie e compiacenze da showmanship. Nel nostro circuito musicale spesso ci si trova ad assistere ai concerti prevalentemente in teatro: un ambiente che ha i suoi vantaggi (buona acustica – non sempre -, atmosfera raccolta che crea qualche soggezione anche agli spettatori più narcisi ed indisciplinati), ma anche i suoi contro in termini di distanza e difficoltà di osmosi tra pubblico e musicisti (senza contare l’affacciarsi di un’inevitabile tendenza alla spettacolarizzazione della musica). Spesso mi è capitato di sentire navigati professionisti chiedere a gran voce ai tecnici delle luci di illuminare per un momento la platea, per avere un colpo d’occhio almeno momentaneo sulla stessa.  

In conclusione: rispetto e soprattutto attenzione per la musica, certo, ma lo ‘stai composto’ che ha accompagnato ossessivamente le infanzie degli anni ’60 vale per la tavola, non per la sala da concerto. Milton56.

….ed a proposito di Polonia….1962. Due uomini, una ragazza, una barca, un lago. Ed ‘Il coltello nell’acqua’… è il magnetico esordio di Roman Polanski, che non sarebbe stato così folgorante senza la sensuale ed inquietante colonna sonora di Krystzof Komeda, grande jazzman. Faranno molta strada insieme….

3 Comments

  1. Thriller di altri tempi, perfetto in tutto, scene taglienti e musica di alto livello quella di Komeda. Un incipit del film favoloso (scusa tanta enfasi, le passioni travolgono).
    Come sempre perfettamente d’accordo con te, oggi ascoltare un buon concerto jazz come una volta è difficilissimo: o in teatro e ascolti la musica per bene ma non vi è nessuna possibilità di coinvolgimento tra musicisti e pubblico e pure nel pubblico nessuna possibilità di condivisione emotiva neanche col tuo vicino, oppure nei locali dove arriva sempre il momento in cui ti chiedi perché cavolo hanno speso così tanti soldi se non fanno altro che parlare. Continuo a provarci però, ogni tanto la magia si rinnova. Grazie per il tuo articolo, mi sento meno sola 🙂

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    1. Beh, lasciamo stare il Cinema (quello con la maiuscola), diversamente faacciamo mattina. Comunque Komeda va ascoltato come autore anche al di fuori del campo delle celebri colonne sonore: per esempio, io suggerirei di sentire ‘Astigmatic’ (https://www.allmusic.com/album/astigmatic-mw0000528617), in streaming si dovrebbe trovare. Quanto alla situazione dei concerti, c’è qualche isola felice. Innanzitutto la pattuglia di jazz club, quelli veri, che hanno creato un pubblico fidelizzato e selezionato. Nell’articolo di Rob53 ne sono elencati parecchi, io personalmente sono innamorato del Torrione di Ferrara, che oltre ad avere un’atmosfera veramente magica, ha uno splendido pubblico, molto misto dal punto di vista generazionale. Ma quando gli organizzatori hanno seminato bene nel tempo, anche nei teatri si scatenano buone vibrazioni. Di recente le ho percepite a Bergamo e pochi giorni fa al Comunale di Vicenza, dove per qualche minuto sembrava di stare nella chiesa del Reverendo Mingus, quella di ‘Wednesday Prayer Meeting’…… Prossimamente su questi schermi 😉 Milton56

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