VICENZA, NEW CONVERSATIONS – ANCORA UN RITRATTO DI FESTIVAL

Anche a Vicenza sono ormai 26 anni che ‘New Conversations’ propone cartelloni di grande qualità. Ed i risultati si vedono in termini di presenza di un pubblico ricettivo e curioso, che contribuisce a fare di questa città uno dei poli di quel Nord Est jazzistico italiano che vediamo così vivace negli ultimi anni. Molto fa la direzione di un musicista e studioso come Riccardo Brazzale, ma non poco si deve anche alla spett.le Trivellato, che dopo aver già supportato due cicli dell’edizione di quest’anno, ha deciso di festeggiare il proprio centenario sostenendone un terzo, programmato per ottobre prossimo: vi terremo informati della locandina non appena possibile.

Già a maggio avevamo visto sfilare tra gli altri un’infilata di trii, il Tapestry di Joe Lovano, quello di Bill Frisell, ed infine il Brave New World di David Murray rinforzato da Shabaka Hutchings e da Aruan Ortiz, sorpresa dell’ultimo minuto: una serata memorabile che ha visto riemergere le qualità di carismatico assemblatore e conduttore di organici del fuoriclasse californiano.

…e chissà ad ottobre….

Quindi concedersi un bel weekend di luglio con un altro cartellone di gran livello è stata scelta praticamente scontata. Stavolta niente Teatro Olimpico, e neanche il modernissimo ed invidiabile Comunale, ma gli spazi open air dei Chiostri di S.Corona, in cui in alcune sere la musica ha condiviso il palco con la proiezione di alcuni film sia di tematica jazzistica, sia di un capolavoro del muto come il ‘Nosferatu’ di Murnau commentato dal vivo dal quartetto Helga Plankesteiner/Michael Loesh.

Il mio filotto è iniziato il 15 luglio con il Crosscurrent trio con Dave Holland, Zakir Hussain e Chris Potter. Formazione molto intrigante, consolidata anche da una prova discografica relativamente recente, ‘Good Hope’ uscito nel 2019 per Edition Records (etichetta londinese da tener d’occhio). Sul Dave Holland strumentista c’è poco da dire, i suoi soli avevano una pienezza ed una nitidezza all’altezza della sua indiscussa reputazione di fuoriclasse del basso. Il leader Holland ha invece dato ancora una volta prova di una intelligenza e di una discrezione non comuni: non è da tutti riuscire a mantenere compatto e personale un organico articolato su basso acustico, tablas e saxes. Anche perché il gruppo risente in modo decisivo dell’energia, dell’irruenza e dei caleidoscopici colori di Hussain: il suo ordito fittissimo ed incalzante trascina senz’altro i saxes di Potter, ma spesso forza la mano anche al basso di Holland. Ed a tutto merito di Hussain va notato che Chris Potter è uno stilista dalla personalità molto spiccata, oltre che dalle risorse tecniche e strumentali grandissime: non a caso il momento più alto del set ce lo ha regalato proprio lui, con un travolgente assolo su ‘Good Hope’ (il brano eponimo dell’album) in cui la rigorosa ed estrosa capacità improvvisativa si è nutrita in modo del tutto coerente di una serie di colte citazioni che spaziavano dallo Stravinsky della Sagra della Primavera al Sonny Rollins di St.Thomas. Ed è proprio al grande Sonny che devono esser fischiate le orecchie nei lunghi minuti del solo di Potter, salutato alla fine da una vera ovazione del pubblico: e quello di New Conversations è tutt’altro che di bocca buona, al contrario di molti altri.

Kurt Elling in Italia è conosciuto più che altro ‘de relato’, non sono state molte le sue apparizioni recenti, e da ultimo è anche incorso in polemiche di varia natura, dal forfait a Bergamo Jazz alle solite baruffe Facebook a beneficio dei contatori di lettura. Visto dalla nostra prospettiva, Elling rappresenta un po’ un unicum, l’erede più in vista della tradizione dei crooners, da decenni ormai estinta alle nostre latitudini. L’impostazione della formazione di SuperBlue però già dava una chiara indicazione sull’orientamento della performance: la chitarra basso del sudista Chris Hunter, il Fender Rhodes e la tastiera (perennemente sul registro dell’organo) di DJ Harrison, e la batteria di Corey Fonville, anche lui da New Orleans. Niente repertorio confidenziale, quindi, ma una sanguigna musica innervata da massicce dosi di funk, blues ed anche hip hop, su cui la voce tagliente e nettamente caratterizzata di Elling ha intrecciato una serrata sarabanda di spoken word, canto vero e proprio e scat su un repertorio dominato da un’ispirazione marcatamente ironica e surreale: uno show vero e proprio, compatto e scattante, una sorta di rivincita sul grigiore e la cupezza degli anni che abbiamo alle spalle, come ha espressamente ricordato Elling a proposito della gestazione a distanza dell’album in periodo di lockdown ( “l’arrivo dei nastri di Chris mi hanno salvato dallo sprofondare nella birra”). Che dire ai fustigatori che abbiamo visto in azione? Forse che l’ironia e la vitalità sono componenti genetiche del jazz (di quello destinato a lasciare un segno quantomeno), e che la loro presenza non esclude raffinatezza ed eleganza nella costruzione musicale, soprattutto quando queste sono espresse da un collettivo omogeneo e ben bilanciato. Così deve averla pensata il pubblico di Vicenza, me compreso.

Siamo arrivati a domenica sera, le colline beriche hanno il loro fascino, e si nota qualche piccolo vuoto in platea: mi spiace molto per gli assenti, compensati però da una massiccia aliquota di jazzofili ‘diehard’, accompagnata da una modesta pattuglia di ascoltatori recluta. E’ di scena il trio di Vijay Iyer, quello con Linda May Han Ho al basso e Tyshawn Sorey alla batteria (ce ne è anche un altro, che vedremo in azione nei mesi prossimi, dopo un passaggio a Bergamo nello scorso marzo): Brazzale fiuta la prevedibile attesa che serpeggia in platea ed una tantum deroga da uno stile di presentazione molto asciutto ed ‘oggettivo’ parlando di ‘musica del futuro’.

Il gruppo sale sul palco, e Iyer – anche lui uomo molto parco di parole e per niente incline alla ‘showmanship’ – esordisce con: “Questa è l’ultima serata del nostro lungo tour europeo: quindi questo sarà il concerto migliore”. “Che il nostro ex fisico abbia ceduto alle tentazioni del palco?” mi viene da pensare. Quasi 100 minuti dopo arriva la risposta: “No, era una semplice constatazione”.

Per quanto mi concerne questa performance ha totalmente cancellato quella di Roma del novembre scorso, che mi aveva lasciato qualche dubbio. Il trio è ora finalmente bilanciato, Sorey ha finalmente trovato una misura che non tradisce l’intensità; finalmente si apre lo spazio per una May Han Ho trasfigurata ed evidentemente ora in pieno equilibrio con i partner, e capace di un solismo impetuoso, eloquente e passionale che in altre occasioni non le conoscevamo.  

Il repertorio è ancora quello di ‘Uneasy’, ma c’è anche qualche nuovo pezzo che il trio sta affinando in studio d’incisione: gran bella notizia da approfondire non appena possibile. I bei brani dell’ ‘Uneasy’ del 2019 sono però ormai trasfigurati e soprattutto dilatati nella dimensione live: molta musica, molti fatti e soprattutto molte emozioni sono passate dai tempi di quell’album che già esprimeva delle premonizioni dei tempi a venire che ancora oggi colpiscono. ‘Uneasy’ è certo un disco destinato a restare, sia sotto il profilo estetico che sotto quello emotivo, ma visto sul palco il trio di oggi è miglia e miglia distante da quella prova pur brillante. La musica dei tre oggi esprime un’intensità ed un’urgenza straordinarie, quasi al limite del possibile. I temi in incessante evoluzione, l’energia estatica mai disgiunta da assoluta lucidità, il temerario sacrificio dei limiti di forma e di tempo all’intensità, la totale fascinazione degli ascoltatori automaticamente mi evocano gli ‘sheets of sound’ di Coltrane: lo spirito è quello del suo indimenticabile quartetto.

Il pubblico è completamente trascinato e coinvolto, ondeggia palpabilmente persino nelle sue poche componenti ‘naif’: a fatica cerca a tutti i costi una rara breccia nelle travolgenti ‘sheets of sound’ del trio per far arrivare il suo entusiasmo, che esplode dopo un ‘Night and Day’ ed un ‘Drummer’s song’ che ciascuna hanno fermato il cronometro ben oltre i venti minuti. L’elettricità ed il magnetismo tra palco e platea è così palpabile che ad un certo punto Iyer in una rara pausa si volta e: “Noi vi sentiamo mentre ci ascoltate….. e suonate bene”.

L’epilogo di questa serata lo potete pure immaginare: scommetto che tutti i presenti, compresi i molti smaliziati, questo ricordo se lo porteranno dietro per molto tempo. Come l’immagine di Vijay che pur stravolto e grondante di sudore, si siede ad un banchetto e firma pazientemente i tanti dischi che molte mani gli porgono. Complimenti ‘New  Conversations’, ed arrivederci a presto. Milton56  

Ancora nessun video che testimoni l’impatto dal vivo di questo fiammeggiante trio. Su questa mancanza di documentazione occorrerebbe fare un lungo discorso, ma non appanniamo il ricordo di questa splendida serata e contentiamoci della clip ufficiale di ‘Uneasy’

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