Lisa Manosperti- “Uncaged Bird”, un omaggio ad Abbey Lincoln.

Quando ho ascoltato per la prima volta il trittico ”Prayer, Protest, Peace” interpretato da Abbey Lincoln nella suite di Max Roach “We Insist! Freedom Now Suite” ho pianto. In quelle grida, quei sospiri, quella rabbia, c’e molto più di una voce o di una interprete. C’e’ l’appartenenza, la rabbia e anche la rassegnazione di un popolo da secoli costretto ad essere sottomesso. Una voce, quella di Abbey, fuori dal coro, senza orpelli o abbellimenti, asciutta e fiera della sua diversità. Un esempio per me e per chi si avvicina al mistero del canto.

La cantante pugliese Lisa Manosperti presenta così il proprio omaggio ad Abbey Lincoln, “Uncaged bird“, registrato con una band che si può considerare una piccola nazionale del jazz italiano più libero e creativo, con i saxes di Roberto Ottaviano, il pianoforte di Umberto Petrin, il basso di Silvia Bolognesi e la batteria di Cristiano Calcagnile, pubblicato da poco dall’etichetta leccese dodicilune.

Omaggio e non replica, perchè nell’attingere al repertorio della cantante ed attivista statunitense la Manosperti, alle spalle studi accademici nel jazz e nel canto lirico ed esperienze trasversali fra il jazz, il pop ed il teatro incluse partecipazioni televisive, sembra avere condensato stimoli e suggestioni raccolte nel proprio percorso per cercare una sintesi fra rigore formale e libertà espressiva. Quasi un suggello di una carriera discografica che fin qui conta un esordio dedicato ad Edith Piaf “La Foule – Voyage dans les lieux d’Edith Piaf”, ed il secondo disco “Where the west begins: voicing Ornette Coleman” dedicato ad interpretazioni con testi originali di brani del sassofonista, entrambi con Ottaviano al fianco.

Acoltando il primo brano “Should’ve been” gli elementi citati si ravvisano con facilità: una voce dalla pronuncia accuratissima e capace di dosare in egual misura pathos e melodia, e, quasi per contrasto, una sezione strumentale che trascina l’ascoltatore, un pò alla sprovvista, in un dialogo informale con la batteria che abbandona i sicuri binari ritmici ed il sax che disegna coordinate inaspettate, prima del rientro nella struttura iniziale.

Molte altre suggestioni seguono questo primo brano, entro un perimetro delimitato fra classiche ballads, accenti teatrali ed episodi informali.

Fra le prime si segnalano una intensa e vissuta “Straight ahead” uno fra i più noti titoli della Lincoln, inclusa nelll’omonimo album inciso del 1961 con il marito Max Roach ed una compagnia che comprendeva Eric Dolphy, Mal Waldron, Coleman Hawkings e Booker Little, la vena narrativa su canovaccio soul di “And it’s supposed do be love“, e la poesia di “Bird alone” : una voce che attinge ad inesplorate profondità emotive, un piano che assicura il controllo armonico, un contrabbasso che cerca di uscire dalla gabbia.

Quando prevalgono toni meno formali e l’espressività segue vie spontanee nascono brani come ” The music is the magic“, con un solo in tema del soprano di Ottaviano ed il duetto con il pianoforte di Petrin di “Let up“, il cabaret di “The world is falling down” e lo stralunato teatrino di “You gotta pay the band”.

In chiusura una rilettura in dimensione intima e raccolta, alla quale contribuiscono i soli del pianoforte e del contrabbasso, della classica “First song ” di Charlie Haden, seguita da “Caged bird” con il sax di Ottaviano a cogliere un breve accenno coltraniano, che insieme a “Throw it away” rappresenta il lato più rilassato e mainstream di un disco dalle molte facce, tutte alimentate dall’amore per un’a’ autrice ed interprete non sempre ricordata come meriterebbe.

Suggellano l’opera le note di copertina di Luigi Onori, autore del bel libro “Abbey Lincoln. Una voce ribelle fra jazz e lotta politica” (L’asino d’oro 2023) presentato qualche tempo fa dall’amico Milton su queste pagine, dalle quali si apprende come quello dalla Manosperti sia solo il terzo album esistente dedicato alla grande Abbey.

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