HORACE SILVER – Silver in Seattle: Live at the Penthouse (Blue Note)
Supporti disponibili: CD – LP

Il ritrovamento che l’inesausto ricercatore Zev Feldman (aka Jazz Detective) ci consegna questa volta contiene registrazioni dal vivo di due trasmissioni radiofoniche su KING FM, andate in onda il 12 e il 19 agosto 1965 e conservate negli archivi del glorioso jazz club Penthouse di Seattle, che da tempo ha chiuso i battenti, lasciando il posto a un malinconico parcheggio. Il video sottostante ripercorre in breve la storia di questo mitico club. Ora che gli archivi sono sotto l’egida di Zev (Resonance/Blue Note ecc.) possiamo scommettere che la pioggia di jazz sarà d’altissimo livello, tra gli altri abbiamo già ascoltato da Seattle John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley e tanti altri giganti…
Ma tornando a questo disco ecco che agli ordini del gran maresciallo Horace Silver troviamo una front-line con Joe Henderson e Woody Shaw, supportati da una delle ritmiche preferite da Horace, ovvero Teddy Smith al basso e Roger Humpries alla batteria, pochi mesi prima la stessa ritmica, sempre con Henderson al tenore, aveva inciso l’album capolavoro “Song For My Father”, qui ritroviamo quella band con un valore aggiunto, in termini d’interesse, visto il ventenne Woody Shaw che sostituisce Carmell Jones alla tromba.
Il repertorio, che si compone di soli 5 brani dal minutaggio esteso, pesca da quel disco fin dal brano iniziale, “The Kicker”, tremenda hit del periodo, inno hard-bop scritto da un ispirato Joe Henderson, con il primo assolo che viene lasciato al giovane Woody Shaw, che mostra affinità con Freddie Hubbard e una concezione armonica già sviluppata e moderna in contesto blues, a seguire Joe Henderson, incalzato da Silver, spinge con fuoco e classe, il brano appare ancor oggi come un potente veicolo cui servono piloti di Formula Uno per spiegare tutti i cavalli motore.
Quanto al leader, beh, che dire, Silver è Silver. I suoi polpastrelli guidano ed accompagnano i fiati nello stile “call and response” di cui è il sommo maestro. In “Sayonara Blues”, che dura più di 18 minuti, brilla per intero il suo magistero pianistico. Il concerto fila via tra delizie assortite fino all’ultimo colpo di batteria che chiude la veloce “No Smokin’” e ci lascia con la voglia di rimettere mano, ancora una volta, al catalogo argenteo di quel pianista di padre capoverdiano e madre irlandese che ha segnato la storia del jazz.

