Il legame tra jazz e psicanalisi affonda le sue profonde radici nei recessi più intimi dell’improvvisazione, concepita come una seduta di “libere” associazioni tradotta in note. Stiamo ovviamente tagliando il salame a fette grosse, ci sono tomi ineludibili in materia per chi volesse approfondire. Diciamo che fin dal 1963 Charles Mingus sviscerava i propri demoni nel capolavoro “The Black Saint and the Sinner Lady” – includendo nelle note di copertina il parere clinico del suo psicoterapeuta – e da allora la deviazione della musica verso l’indagine dell’inconscio non ha mai smesso di affascinare. Oggi, quella stessa urgenza introspettiva si reincarna in una formula espressiva nuda e molto moderna grazie all’ultimo disco di Nicole Glover, 35enne sassofonista e compositrice di Portland (Oregon).
“Ricordi, Sogni, Riflessioni” infatti non è solo la traduzione del titolo del disco ma anche quello dell’autobiografia di niente meno che Carl G. Jung, figura cui la sassofonista s’ispira affrontando questa prova in trio ed immergendosi in profondità nel proprio io per portare alla luce ricordi e sogni, riflessi in un esercizio d’autoanalisi sviluppato tramite il suo tenore ed affidato al nostro udito e alla nostra attenzione.
Si tratta del disco più avanzato pubblicato finora dalla musicista ora di stanza a New York, da tempo nome di punta delle Artemis, gruppo jazz femminile di portata mondiale guidato dalla formidabile zia Renè Rosnes. La sassofonista, oggi solidamente inserita anche nella scuderia di Christian McBride, per essere il più possibile aderente alla nuda verità fatta emergere come flusso di coscienza, sceglie il format chordless, sempre più di moda in verità, e si mette a fianco due jazzisti che erano già apparsi nel precedente Savant della leader, ovvero Tyrone Allen II al contrabbasso e Kayvon Gordon alla batteria, una ritmica elastica già apprezzata anche con JD Allen, perfetta per questo viaggio psycho-jazz nei recessi mentali di Nicole & C.

Il trio offre un tiro micidiale fin dal primo brano, l’obliquo e sospeso “Obsidian”, titolo intrigante visto che l’ossidiana è la roccia magmatica che si forma quando la lava vulcanica si raffredda così velocemente da impedire la crescita di cristalli. Dopo questa vulcanica dichiarazione d’intenti la leader espone il suo fraseggio post-bop nel medium tempo “Nr.2” e tutti i suoi toni scuri in “Petrichor”, brano già ascoltato con le Artemis e che si riferisce ad un profumo familiare ed evocativo al massimo, ovvero quello emanato dalla terra dopo la pioggia.
Il parkeriano “Bird Feathers”, in sede di analisi, è un’isola di salda consapevolezza nell’incerto viaggio, oltre che una magnifica versione di questo brano storico, mentre “II For Richard Davis and Henry Grimes” è una dolorosa elegìa in cui le corde del violoncello ospite di Lester St. Louis dialogano in assoluta libertà con il contrabbasso, omaggiando due fenomenali bassisti scomparsi negli anni scorsi.
La session si chiude con il brano più toccante, i risvolti di una relazione complessa emergono in “Tell Him I Said Hello”, torch song presa a tempo lentissimo, col tenore che rammenta la voce di Betty Carter, ci emoziona e commuove. Un soffio finale che assomiglia a un congedo, con sospiro, dal lettino dello psicoterapeuta: l’analisi per oggi è finita, ma la musica, e il suo viaggio, sono sempre in divenire.
