ART BLAKEY AND THE JAZZ MESSENGERS
Strasbourg ‘82 – Gearbox Records – Supporti disponibili: 2 CD – 2 LP
La lunga cavalcata dei Messaggeri ha indubbiamente segnato la storia del jazz. Questo episodio francese coglie la band in un periodo spesso trascurato, quello dei primi anni ‘80: qui siamo al primo di aprile del 1982 a Strasburgo, con una formazione fresca che vede in front-line la tromba di un ventenne Terence Blanchard (subentrato a Wynton Marsalis, lanciato verso una carriera solistica sensazionale) e il quasi coetaneo Donald Harrison al sax contralto al posto di Bobby Watson, che ne era stato direttore musicale per 5 anni, assai prolifici.
Art Blakey, sommo maestro dei tamburi, all’epoca aveva 63 anni, e mantenne poi questa formazione per circa un lustro, portandola già qualche mese prima in sala d’incisione dove fu realizzato “Oh – By the way” per Timeless, uno dei 47 (!) album in studio targati Jazz Messengers.
Inquadrate alcune coordinate storiche, necessarie quando si avvicina il rutilante universo blakeyano, veniamo al concerto in questione – pubblicato da Gearbox Records con il titolo Strasbourg 82 – che si apre con il medium tempo “Little Man”, scritto dal bassista Charles Fambrough, e si chiude con le specialità della casa, entrambe datate 1958, ovvero “Blues March” di Benny Golson e “Moanin’” di Bobby Timmons, che fanno spellare le mani al pubblico in sala, riconnettendo la nuova band agli antichi fasti.
Non mancano altri tasselli storici in scaletta, come la sinuosa “Along Came Betty” dello stesso Golson o l’energica “Fuller Love“, un vibrante omaggio firmato dall’ex direttore musicale Bobby Watson, che qui prende nuova linfa grazie al drive incessante della batteria di Blakey e da un assolo complesso, ironico e devastante di Donald Harrison.
Tra i pezzi più complessi Blakey pesca “Eighty-One” di Wayne Shorter, dal repertorio del Secondo Grande Quintetto di Miles, che porta i JM in un contesto modale fatto d’interazione totale e assoli liberi dalle concezioni avanzate di tutti i fiati (al tenore Billy Pierce).
Nella scaletta, composta da nove brani per una novantina di minuti complessivi dal suono cristallino e perfettamente bilanciato, troviamo due celebri ballads: “I Can’t Get Started” e “Old Folks“, con il pianista Johnny O’ Neal che, soprattutto nel secondo brano, mette in mostra tutto il suo lato gospel-blues.
Il brano più esteso è “New York Lively”, capolavoro dimenticato del precedente pianista Donald Brown, introdotto magistralmente dalla sola batteria, con tutta l’energia vibrante della metropoli che si dipana in un quarto d’ora di grande jazz. I tour francesi del re del hard bop non erano semplici tappe europee, ma veri e propri pellegrinaggi sacri; la Francia lo accoglieva come un maestro assoluto e lui ricambiava regalando serate di un’intensità agonistica impressionante, proprio come documentato da queste registrazioni di Strasburgo. Il pubblico francese, storicamente esigente e molto appassionato, sapeva esaltare anche la vocazione di talent-scout di Art, che qui presenta con orgoglio i suoi nuovi “diplomandi” dell’accademia dei messaggeri, accolti con un calore che si respira. Arriveranno altri concerti di questa band infinita? Ancora dalla Francia? Dal Giappone? chi può dirlo, gli eredi Blakey conservano svariati tesori nei cassetti…
