Il mio nuovo negozio di dischi

Il mio nuovo negozio di dischi è a pochi metri da casa. Sempre aperto, fornisce una gamma variabile ed imprevedibile di offerte musicali, alternate a libri e dvd, talvolta vhs, anch’essi presenti in base ad elementi del tutto casuali. Altra caratteristica del negozio: è tutto gratuito, e si può non solo prelevare, ma anche contribuire al catalogo con propri prodotti. Avrete capito che sto parlando di un punto di book (ma non solo) crossing, quei meritori angoli di città, o paese, nei quali chi sia interessato a sbarazzarsi di dischi, libri o film può trovare un’alternativa al cassonetto, nella speranza di alimentare una possibile nuova vita per gli oggetti in questione. I quali,è ovvio, sono considerati del tutto privi di un benchè minimo valore commerciale. Ed in questa categoria, con grande sconcerto e rammarico per chi, come me, ne è detentore in quantità ed appassionato sostenitore da circa un trentennio, rientrano anche gli amati cd. Recentemente mi è capitato di registrare alcuni significativi segnali della totale svalutazione dell’oggetto, che rasenta il limite dell’indifferenza.

Qualche settimana fa mi è capitato di imbattermi, all’interno della cabina, in una copia in buono stato di “Portrait in jazz” di Bill Evans, stupendomi della scelta operata da un ignoto “conferitore” di separarsi da quel capolavoro. L’ho preso ed affiancato, sullo scaffale dedicato al pianista, alla mia edizione rimasterizzata, iniziando a chiedermi se tutto quello spazio casalingo, tutta quella musica immagazzinata nei dischetti non rischiasse di essere, fra breve, destinata a quel luogo di scambio di oggetti senza valore. Puntuali mi sono arrivati nei giorni seguenti altri segnali. Un ragazzino di 17 anni ospite in casa, vedendo le fila di cds mi ha chiesto: “ma sono tutti films ?”. Non conosceva l’oggetto, è si è stupito di sapere che ogni cd equivale ad un album, nella sua visione rappresentabile,forse, solo nel formato grafico di Spotify. Altro episodio significativo. Dovendo fare spazio in casa, ho iniziato a proporre in vendita un pò di cd e lp (vinili, nel linguaggio odierno) ad un negozio specializzato. Dopo un paio di lotti di cd venduti a prezzi variabili fra 1 e 2 euro/cd, al terzo tentativo mi è stato opposto un deciso rifiuto. Troppo materiale in magazzino e pochi i clienti interessati. Ma qui arriva il bello. Gli Lp ed anche alcuni 45 giri che da anni prendevano polvere in casa, totalmente trascurati, hanno invece riscosso interesse e quotazioni di ritiro interessanti. L’opposto rispetto al percorso compiuto, nel giro di quaranta anni, dal dischetto dorato che esordì verso il 1985 a prezzi assai sostenuti (ricordo intorno alle 25.000 lire) ed oggi vale praticamente niente.

E’ difficile, per chi, come me, abbia trascorso anni sulle tracce di questi oggetti, pedinandoli con curiosità ed interesse prima nei negozi e poi sulle bancarelle, accumulandoli fino ai limiti massimi di capienza, preda di un fenomeno ai limiti del feticismo ( i cui segnali si manifestano quando trovo in casa prodotti ancora sigillati dopo anni), prendere atto che tutto ciò sia destinato alla totale irrilevanza o indifferenza. E’ chiaro come queste considerazioni non intacchino minimamente il valore personalmente attribuito alla musica distribuita dal media, il piacere dell’ascolto con quelle modalità di dedizione oramai obsolete, nè una sorta di quotazione “sentimentale” riconosciuta ai singoli dischetti. Però, constatare che per alcuni miei simili “Portrait in jazz” è un oggetto di cui disfarsi non può lasciarmi indifferente.

Questi scampoli di esperienze individuali proiettati su ampia scala non sono che un aspetto forse scontato di un mondo nel quale la musica è liquida, diffusa da devices portatili o racchiusa negli streamers che simulano l’approccio hi fi degli appassionati non rassegnati ad abbandonare il sistema stereo, i libri sono stati sostituiti , nella fruizione quotidiana, dai monitor del cellulare, ed i films si vedono prevalentemente sulle piattaforme di distribuzione televisive.Cd, libri e dvd sono, quindi, destinati allo scambio gratuito.

In tale contesto la “rinascita” del vinile suscita un misto di tenerezza e rabbia, trattandosi di una tendenza che, agli occhi ed orecchie di chi per tanti anni ha considerato normale l’acquisto di musica in quel formato, non può che suonare artefatta e speculativa. Suona (è il caso di dirlo) come la forzata trasformazione in “icona”, con tutti gli orpelli del caso, di un oggetto assolutamente ordinario fino ad una trentina di anni fa.

Con questi pensieri cupi ed una sensazione di straniamento e perdita, torno così, periodicamente, in quel negozio vicino casa a dare un’occhiata con uno stato d’animo ambivalente: vorrei che la musica non venisse buttata, ma magari trovo qualcosa di interessante.

Ieri ad esempio, accanto ad vecchio box La voce del padrone di Beniamino Gigli, ed un LP Deutsche Grammophone di Emil Gilels che interpreta pezzi lirici di Edward Grieg, c’era un best dei Dire Straits.

E che potevo fare, lasciarlo li ?

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