Anche negli anni ’20 si debuttava da giovani. Ma talvolta poi si rimaneva giovani per sempre…. qui mi sembra di riconoscere Bix Beiderbecke e la sua tromba
Anche quest’estate devo ringraziare Fano Jazz By The Sea per l’ormai consueta vetrina offerta ai giovani gruppi italiani, sia già emersi che in via di affermazione. E’ un’occasione preziosa, perché queste formazioni spesso crescono solo nell’ambito del loro circuito regionale e stentano a trovare visibilità più ampia: è il noto problema della ‘balcanizzazione’ della scena jazzistica italiana, che pur nelle sue ridotte dimensioni riesce a generare dei compartimenti stagni difficilmente superabili.
Quest’anno la selezione sembrava seguire una sorta di ‘filo rosso’ che accomunava le diverse proposte: erano infatti in campo organici piuttosto articolati (in un caso addirittura un sestetto) e tutti contraddistinti da una spiccata identità di gruppo, che mi è parsa tenacemente coltivata. Non che manchino gli spazi solistici, ma in nessuna di queste formazioni si impone un front man, un prim’attore di personalità tale da far scivolare nell’ombra il resto del gruppo. Non è cosa frequente alle nostre latitudini, dove il circuito concertistico e festivaliero sembra fatto apposta per frantumare e rimescolare incessantemente ogni esperienza collettiva per una sorta di inesauribile ‘smania nuovistica’ che poco ha a che vedere con esigenze di crescita e maturazione artistica (anche noi del pubblico abbiamo le nostre responsabilità a riguardo…).
Ma partiamo con questa stringata rassegna.
I fiorentini Saihs sono forse i più baciati dalla fortuna: pur avendo alle spalle un percorso che data sin dal 2023 e punteggiato da diversi premi importanti, hanno avuto una decisiva occasione di visibilità con la vittoria nel Conad Contest del 2025, concorso ospitato da Umbria Jazz. Questa competizione porta in dote due premi molto preziosi: un contratto discografico per l’incisione di un album professionalmente curato da un’etichetta consolidata e in secondo luogo una serie di scritture per concerti sull’intero circuito nazionale. Una dote cospicua, di cui i Saihs hanno fatto tesoro, sia sfornando il loro album ‘Distopia’ con Gleam Records, sia coronando il loro tour con un’apparizione ad Umbria Jazz Winter di Orvieto.
Loro sono un sestetto (!) che comporende: Matteo Zecchi al sax tenore, Giulio Mari alla tromba, Giulio Tullio al trombone, Lorenzo Fiorentini al piano, Giulio Barsotti al basso ed Edoardo Battaglia alla batteria. Organico di dimensione ed articolazione non frequente di questi tempi, che esige un accurato lavoro di arrangiamento i cui risultati si notano nella fluidità e scorrevolezza dei brani. Ad un primo ascolto la cifra distintiva del gruppo è quella di una musica ariosa, luminosa e solare, senza nulla cedere in termini di raffinata sofisticazione.
Ma vediamoli direttamente al lavoro nel corso della sessione di registrazione del loro ‘Distopia’, in un bel video ufficiale di Gleam Records
I Taurn sono invece un quintetto e vengono da Bologna, altra storica incubatrice jazzistica (forse l’unica città italiana in cui è stata posata una lapide per rammentare il sito in cui sorgeva uno scomparso jazz club, quello del grande Alberto Alberti). Quest’altra nutrita formazione ha però una peculiarità non da poco nella sua front-line: a fianco del sax di Giuseppe Capriello troviamo infatti la chitarra di Simone Ielardi, cui si aggiungono il piano di Vincenzo Bosco, il basso di Raffaele Guandalini e la batteria di Francesco Candelieri. Si intuisce quindi un suono di gruppo più morbido e delicato, al servizio di una musica che attraversa ampie zone di penombra e conosce increspature di sottile tensione. Anche qui fatevi un’idea di prima mano ascoltando la title track del loro recentissimo “Somewhere Cold”, uscito in digitale per Emme Records
Il quintetto dell’aretino Federico Nuti (e ridagli con la Toscana…) merita un discorso a parte. A Fano io gli avrei attribuito un personale premio per il coraggio dimostrato.

I Giardini della Rocca Malatestiana sono indubbiamente una location suggestiva, ma l’ambiente aperto e le platee un poco occasionali e certo poco inclini ad una intensa concentrazione (va però notato che nelle ultime edizioni si nota un crescente miglioramento del pubblico) certo non rappresentano l’ideale per una musica caratterizzata da un sapiente uso di sospensioni e silenzi che determinano una costante, sottile, ma mai forzata tensione. In Nuti e nei suoi si notano cultura storica jazzistica ed ascolti assimilati in profondità che sono piuttosto insoliti nel giovane jazz italiano di oggi. Ne scaturiscono brani lontani dai luoghi comuni anche del nostro miglior jazz odierno: si intuisce una rara apertura alla scena internazionale contemporanea. Federico Nuti al piano, Francesco Panconesi al sax tenore, Jacopo Fagioli alla tromba, Amedeo Verniani al contrabasso e Mattia Galeotti al piano hanno anch’essi alle spalle una prova discografica: ahimè “Informal Settings” risale al 2022 ed è stato pubblicato da Hora Records di Thiene. E’ un oggetto discografico curioso, un ‘extended play” che ricorda un poco gli LP da 10 pollici che nei primi anni ’50 annunziarono una nuova era discografica: solo 5 brani, ma come si suol dire “nella botte piccola c’è il vino buono”. Un vino alquanto esotico e fascinoso… Nonostante la brevità del brano, è impossibile non proporre il breve video ufficiale di Hora che vanta anche una splendida grafica
ma dopo il piacere per gli occhi, ecco il brano completo, una piccola suite.
Spero che questi young cats abbiano intrigato voi quanto hanno fatto con me: nel caso in cui passino dalle vostre parti, dategli senz’altro una chance, dal momento che a Fano hanno dimostrato di saper tenere da par loro anche il palco, cosa non ovvia né scontata. Milton56
P.S.: tutti gli album menzionati sono disponibili sulle piattaforme di streaming
