Cultura o Intrattenimento?

Antonello Venditti, Ernia (Estival Jazz), Zucchero, Sting, Tony Hadley, Elvis Costello (Umbria Jazz), Moby, J.M. Jarre, Luca Carboni (Jazz Open Modena), Tosca, Renga (Sicilia Jazz), Marco Masini, Il Volo, Enrico Brignano ((Pistoia Blues), Sergio Cammariere, Peppe Barra (Empoli Jazz), King of Convenience, Capossela, Suzanne Vega (Monfortinjazz).

Diceva Nat Hentoff, “Il Jazz è arte e gli affari sono affari, e i due raramente si incontrano”.

C’è un momento preciso in cui capisci che qualcosa è andato storto. È quando leggi il cartellone di un festival jazz e ti accorgi che il jazz, nel festival jazz, è presente nella stessa misura in cui la carne è presente in un hot dog da autogrill.

Ma andiamo con ordine.

Il festival musicale contemporaneo non è più un luogo dove accade qualcosa di artistico. È un contenitore emozionale a pagamento. Un posto dove paghi un tot di euro (più diritti di prevendita, più “contributo ambientale”, più IVA ) per avere la sensazione di aver vissuto qualcosa.

L’artista sul palco è ormai una funzione. Come il condizionatore in un centro commerciale: deve essere presente, deve fare rumore, deve farti sentire che stai ricevendo qualcosa. Il nome sul poster conta più di ciò che il nome sa fare.

Il Jazz in particolare: un caso clinico

Il jazz merita un capitolo a sé, perché è il genere che ha subìto la metamorfosi più spettacolare.

Nato come musica di rottura, di improvvisazione, di dialogo rischioso tra musicisti che si sfidano a vicenda in tempo reale, il jazz festivaliero italiano 2026 si presenta spesso nelle forme di cui potete leggere i nomi a inizio post. E avrei potuto continuare a lungo, i festival in Europa, a parte le solite valorose eccezioni, seguono la stessa linea.

Il jazz vero , quello scomodo, atonale, che ti costringe ad ascoltare invece di sorseggiare l’ aperitivo, viene relegato al pomeriggio. Alle 17:30. Oppure a notte fonda. Quando fa ancora caldo e il pubblico è al bar.

Massimo Barbiero, percussionista e pensatore musicale, ha sintetizzato tutto con chirurgica precisione nel manifesto di presentazione del suo Open Papyrus Jazz Festival : “la cultura è stata sostituita dall’intrattenimento”.

Non è nostalgia. Non è elitismo. È una distinzione funzionale.

La cultura ti lascia con qualcosa che non avevi prima: un’idea, un disagio produttivo, una domanda senza risposta, la strana sensazione di aver incontrato un altro essere umano attraverso il suono.

L’intrattenimento ti lascia soddisfatto. Come dopo un pasto abbondante. Non ricordi cosa hai mangiato, ma eri lì, era buono, la foto è venuta bene.

I festival hanno scelto. E la scelta è comprensibile , i direttori artistici rispondono ai sindaci, i sindaci rispondono agli assessori, gli assessori rispondono ai numeri di presenze, i numeri di presenze rispondono alla star del pop,  ma comprensibile non significa indolore.

C’è una corresponsabilità scomoda da nominare.

Il pubblico dei festival non è una vittima passiva. È un soggetto che, negli anni, ha imparato a premiare la riconoscibilità sulla qualità, il volume sulla profondità, il selfie sulla permanenza. È un pubblico che applaude più forte quando riconosce una canzone nota che quando assiste a qualcosa di inaudito , letteralmente: mai udito prima.

E i festival, che di sopravvivenza si tratta, hanno imparato la lezione.

Il risultato è un circolo elegante nella sua perversità: proponi ciò che il pubblico già conosce → il pubblico viene → i numeri crescono → il modello si consolida → proponi ancora ciò che il pubblico già conosce.

La novità, il rischio, la scoperta: elementi che un tempo erano il punto di un festival, sono diventati il problema di un festival.

Massimo Barbiero ha ragione. E la cosa triste non è che abbia ragione , la cosa triste è che sempre meno persone capiscano di cosa stia parlando.

La cultura musicale non è un bene di lusso riservato agli snob con la sciarpa in agosto. È lo spazio in cui una società si interroga su se stessa attraverso il suono. È il luogo in cui qualcuno rischia , artisticamente, economicamente, esistenzialmente , per dire qualcosa che non si sapeva ancora come dire.

L’intrattenimento non fa questo. L’intrattenimento ti tiene compagnia.

E la compagnia va bene. Ma quando la scambi per un’esperienza culturale, quando scrivi sul cartellone “jazz” e intendi “musica di sottofondo per aperitivo con pretese”, quando il festival diventa la sagra con i monitor più grandi , ecco, lì qualcosa si è perso.

E la cosa peggiore è che quasi nessuno se ne accorge.

Con rispetto per i musicisti che ancora rischiano, per i musicisti sopramenzionati, alcuni dei quali ascolto con grande interesse purchè non inseriti in un contesto “jazz”, e con affetto burbero per il pubblico che potrebbe fare di meglio.

La cultura è stata sostituita dall’intrattenimento: attività encomiabile per movimentare le città e per ottenere consenso ma che tradisce la funzione culturale con il suo portato di responsabilità morali e sociali.

Uno spettacolo, mostra, concerto deve far pensare, innescare meccanismi o, come diceva Gaslini, “lasciare tracce”; se ciò non avviene si è tradito il compito dato, lo si è trasformato in “altro”.

Massimo Barbiero

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