Ovvero: come sopravvivere trent’anni nel business del jazz nazionale senza mai rischiare una nota fuori posto
C’è un fenomeno straordinario, quasi miracoloso, che chiunque frequenti i festival jazz italiani conosce bene: quella sensazione rassicurante, quasi utero-materna, di rivedere sempre le stesse facce. Matteo alla cornamusa , Gianni all’ukulele Roberto all’arpa celtica. Estate dopo estate, autunno dopo autunno, dal Piemonte alla Sicilia, dagli splendidi cortili medievali ai tendoni montati in fretta nei parcheggi comunali riqualificati a “polo culturale”. Loro ci sono. Sempre. Come le rondini, ma con un cachet fisso.
Il jazz italiano ha il suo pantheon. Non è scritto da nessuna parte, nessun decreto ministeriale, nessuna delibera comunale, eppure tutti lo conoscono, tutti lo rispettano, tutti vi obbediscono con la devozione silenziosa di chi ha capito come funziona il mondo.
I Numi del Jazz Italico sono figure mitologiche: hanno inciso decine di album, con musicisti americani, europei, cascami sanremesi e cantanti provenienti da altre dimensioni spazio temporali, hanno vinto premi e riconoscimenti, compaiono in televisione, alla radio, sui media generalisti, in cielo e in terra e in ogni dove, e da allora siedono sul trono inamovibile della credibilità acquisita per sempre.
Non importa cosa abbiano fatto negli ultimi vent’anni. Non importa se l’ultimo album è per lo più una fotocopia sbiadita. Non importa se quella sera suoneranno più o meno gli stessi standard che suonavano nel 1997, con la stessa scaletta, con gli stessi soli, con la stessa battuta. Loro ci sono. E questo basta.
Comprendere il meccanismo è semplice, quasi elegante nella sua perversità. Il direttore artistico di un festival, spesso lui stesso un musicista del pantheon, o comunque un amico d’infanzia di qualcuno del pantheon, deve costruire il cartellone. Ha un budget, generalmente finanziato da Comuni, Regioni, Fondazioni Bancarie e sponsor locali il cui logo nessuno guarda mai.
La prima cosa che fa è chiamare chi conosce. Chi conosce? I colleghi. I colleghi di chi? Dei colleghi. Il risultato è un sistema chiuso, ermetico, bello e impermeabile come un vaso di cristallo boemo: dentro c’è l’aria di trent’anni fa, fuori ci sono centinaia di musicisti italiani, giovani, meno giovani, vecchi ma non abbastanza celebri, che guardano attraverso il vetro e si chiedono cosa abbiano sbagliato.
La risposta, ovviamente, è che non hanno sbagliato niente. Hanno solo sbagliato quando nascere, dove studiare, e soprattutto con chi andare a cena.
Il comunicato stampa del festival jazz italiano è un genere letterario codificato con regole precise. Ogni Numo viene descritto con una serie di aggettivi roboanti che ormai non significano più niente: maestro, pioniere, riferimento imprescindibile del panorama jazzistico nazionale, voce autentica, profondo conoscitore della tradizione.
Nessuno di questi aggettivi esclude gli altri. Nessuno di questi aggettivi si riferisce a qualcosa di verificabile. E soprattutto: nessuno di questi aggettivi è mai stato applicato a qualcuno che ha meno di cinquantacinque anni e che non sia già figlio, nipote o allievo prediletto di qualcuno del pantheon.
Esiste, va detto, una nicchia riservata ai giovani talenti: solitamente uno per cartellone, inserito in un pomeriggio feriale alle diciassette con 35 gradi all’ombra, davanti a undici persone di cui sei sono parenti. Il comunicato stampa li chiama “la linfa nuova del jazz italiano”. Dopodiché tornano nell’oscurità, e il festival riparte con i Numi.
Se prendete una cartina dell’Italia e segnate con un puntino ogni festival jazz estivo, otterrete una costellazione fitta e apparentemente variegata. Se poi tracciate i percorsi dei dieci artisti più presenti in quei festival, scoprirete qualcosa di affascinante: le linee si sovrappongono quasi perfettamente. Gli stessi nomi appaiono a Torino il 15, a Perugia il 20, a Lecce il 27, a Catania il 30 di ogni mese estivo .
È un tour de force logistico ammirevole. È anche, in modo involontariamente poetico, la prova geometrica che il jazz italiano esiste come circuito chiuso: un serpente che si morde la coda, con il serpente vestito bene e il morso ritmicamente preciso.
I critici musicali specializzati, quelli che ancora esistono, quelli che scrivono su riviste lette da tremila persone, svolgono un ruolo fondamentale in questo ecosistema: quello di non disturbare. Recensiscono i dischi dei Numi con rispetto quasi reverenziale. Quando il disco è brutto, usano perifrasi come “lavoro di riflessione interiore” o “coraggioso ritorno alle radici”. Quando è mediocre, diventa “essenziale nella sua semplicità”. Quando è uguale al precedente, è “coerente con un percorso artistico rigoroso”.
I musicisti non inseriti nel circuito, se vengono recensiti, vengono spesso descritti con un entusiasmo che sa già di epitaffio: “uno dei talenti più interessanti della scena indipendente”, dove indipendente è un eufemismo per senza speranza.
Intendiamoci: i Numi del Jazz Italico spesso suonano bene. Alcuni di loro suonano molto bene. Il punto non è la qualità della musica. Il punto è il sistema che li circonda, la rendita di posizione che protegge il loro posto a tavola indipendentemente da ciò che portano in tavola, il moat invisibile che separa chi è dentro da chi è fuori.
È un sistema che non si autoaccusa mai, perché si autogiustifica perfettamente: “Invitiamo chi il pubblico conosce.” Il pubblico conosce solo chi viene invitato. Chi viene invitato è chi è già noto. Chi è già noto lo è perché è stato invitato. Quod erat demonstrandum.
Il jazz, nella sua essenza, è musica dell’improvvisazione, del rischio, dell’incontro imprevisto tra suoni e persone. È musica nata dalla rottura degli schemi, dall’invenzione continua, dal dialogo tra voci diverse.
Il jazz italiano, nella sua versione festivaliera e istituzionalizzata, è invece musica della ripetizione, della certezza, della rete costruita con cura e difesa con ferocia. È musica nata dall’accordo tra amici, dall’agenda telefonica giusta, dal pranzo con il direttore artistico.
C’è qualcosa di profondamente comico e profondamente triste in questa contraddizione. Come se l’unico modo che abbiamo trovato per onorare una musica rivoluzionaria fosse trasformarla nel suo contrario: un salotto chiuso, elegante, con gli stessi ospiti da trent’anni, che si raccontano le stesse storie, bevono lo stesso vino, e applaudono con la sicurezza di chi sa già cosa sente prima ancora di sentirlo.
Fuori, intanto, c’è qualcuno che suona. Nessuno lo sa. Nessuno lo saprà.
Almeno fino alla prossima estate, quando torneranno Matteo, Gianni e Roberto.
Post scriptum
L’autore di questo articolo, sapendo di non essere anonimo e soprattutto di essere colpevole di lesa maestà, per ovvie ragioni di sopravvivenza sta valutando di darsi alla macchia nei boschi della Valtellina.

tristemente vero.
Ma molto divertente come è raccontato
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