Ennesima orribile notizia per gli appassionati e per tutto il mondo della musica jazz, la scorsa notte è mancato improvvisamente il batterista friulano Umberto Trombetta.
Nel panorama del jazz italiano, pochi musicisti hanno saputo costruire una carriera così eclettica e internazionale come Umberto Trombetta, conosciuto in arte come U.T. Gandhi .
Umberto nasce a San Daniele del Friuli, in provincia di Udine, il 17 aprile 1960. Musicista completamente autodidatta, si avvicina al jazz nel 1978, iniziando a collaborare con i migliori musicisti della sua regione e con formazioni di respiro nazionale.
La sua formazione, pur nascendo lontano dai grandi centri jazzistici, si arricchisce nel tempo grazie a seminari con maestri del calibro di Jimmy Cobb, Tommy Campbell (Duke University, Umbria Jazz 1985), la Berklee School di Boston (Umbria Jazz 1986) e Peter Erskine, con cui studia a Ravenna Jazz nel 1987 e a Udine Jazz nel 1993. Un percorso di studio continuo che testimonia una ricerca costante di perfezionamento tecnico, nonostante l’assenza di una formazione accademica tradizionale.
Il capitolo più significativo della sua carriera è probabilmente quello legato a Enrico Rava, uno dei trombettisti più importanti del jazz europeo. Trombetta ha fatto parte per otto anni del quintetto elettrico “Electric Five” di Rava, con cui ha tenuto concerti e tournée in Italia, Europa, Canada e Giappone. Con Rava partecipa anche a progetti più ampi, come l’opera “Ragazzi selvaggi” con l’orchestra sinfonica di Rovigo e i progetti “Rava-Carmen” e “Rava-L’opera va”.
Nei primi anni Duemila, U.T. Gandhi entra a far parte della scuderia di artisti della ECM, l’etichetta discografica fondata da Manfred Eicher, punto di riferimento mondiale per il jazz d’autore. In questo contesto diventa l’unico musicista “straniero” (non sudamericano) stabilmente presente nel Dino Saluzzi Group, collaborando alla registrazione dell’album “Juan Condori” e ad altri progetti con musicisti come Anja Lechner, Vassilis Tsabropoulos, John Surman, Felix Saluzzi, Ares Tavolazzi e Palle Mikkelborg.
Nel corso della carriera compare in oltre 150 dischi di artisti provenienti da tutto il mondo, un dato che testimonia la sua versatilità come turnista e collaboratore stabile in contesti musicali molto diversi tra loro, dal jazz elettrico alla musica da camera improvvisata.
Nel 2010 viene invitato come batterista ospite alla storica reunion degli Area International POPular Group, uno dei gruppi più innovativi della scena progressive e sperimentale italiana degli anni Settanta, esibendosi in diversi concerti in Italia. Tra le altre collaborazioni di rilievo figurano musicisti come Paolo Fresu e Furio Di Castri, nomi di punta del jazz nazionale.
Accanto all’attività concertistica, Trombetta ha sempre coltivato un forte impegno nella didattica e nel sociale. Per otto anni ha tenuto concerti e corsi di percussione e musica d’insieme rivolti ai detenuti nelle case circondariali di Udine, Pordenone, Gorizia e Tolmezzo, portando la musica come strumento di riabilitazione in un contesto delicato. Teneva inoltre regolarmente laboratori di percussioni in Friuli Venezia Giulia e clinic di batteria jazz in diverse città italiane.
Fino alla notte scorsa ha continuato a esibirsi e a produrre nuova musica. Nel 2025 presenta al festival “Il Volo del Jazz” di Sacile il progetto discografico “Music for the World”, descritto come una sintesi di oltre quarant’anni di musica, incontri e viaggi, in cui le sue percussioni dialogano con gli archi di un’orchestra, intrecciando suggestioni che spaziano dal Friuli all’Asia, passando per i Balcani, l’Africa, le Americhe e il Giappone.
La cifra distintiva della carriera di Umberto Trombetta è stata definita da alcuni osservatori come “glocale”: un artista fortemente radicato nella sua terra d’origine, il Friuli, ma capace al tempo stesso di muoversi con naturalezza tra i palcoscenici e le collaborazioni più prestigiose del jazz internazionale. Una carriera costruita non su un unico grande successo, ma sulla costanza, sulla curiosità musicale e sulla capacità di essere, come è stato scritto, una vera e propria “wild card” da giocare nei contesti più diversi.
