La serissima arte cartoon di Phillip Johnston

Phillip Johnston & the Coolerators - Diggin' Bones - cover_art-Phillip_Johnston_and_the_Coolerators-Diggin_Bones

Musica da ballo movimentata per un universo cartoon. Con questa definizione, in linea con la vena ironica e surrealista del personaggio, torna in scena il compositore e sassofonista Phillip Johnston, leader dei Microscopic Septet quando risiede a New York, ed ora, tornato alla sua usuale residenza australiana, a curare, fra le mille altre cose che animano la sua immaginazione, la nuova uscita dei Coolerators, in compagnia del bassista dei The Necks Lloyd Swanton, dell’organista Alister Spence e del batterista Nic Cecire. “Diggin bones” è il titolo del disco, che fin dalla copertina in stile halloween disegnata dall’artista Keith LoBue, manifesta le proprie intenzioni: combinare il classico suono di un piccolo gruppo jazz caratterizzato dai fiati e dall’organo hammond con un approccio moderno alle composizioni, qualche flavour klezmer, ed una bella dose di ironia. Una raccolta di composizioni nuove mai registrate prima , alcune rielaborazioni di brani eseguiti in precedenza da altri gruppi del vulcanico leader – The Transparent Quartet, Philip Johnson‘s Idea, il duo con Guy Klucevsek- una cover “The revenant” di Michael Hurley musicista folk ed artista visuale scoperto per caso nei primi anni settanta tramite un lp in un negozio di dischi usati , un brano, “Later” inventato suonando per le strade di San Francisco aspettando l’uscita dal lavoro della fidanzata. L’universo di Johnson è fatto così, un inscindibile mix di fonti ed interessi, nei quali l’episodio casuale, l’aneddoto di vita vissuta funge da detonatore per un’esplosione di creatività musicale che segue percorsi mai banali o prevedibili, e spesso si avventura, senza perdere l’ironia e la leggerezza, in territori impervi. Nella varietà di climi e generi che anche questa nuova avventura mette in mostra, convivono brani sviluppati intorno  a semplici riffs funky che diventano terreno ideale per le esplorazioni improvvisate mai convenzionali  e ricche di inventiva  dei quattro musicisti (“What is real”, “Ducket got a whole on it”, davvero in stile cartoon ) temi e contrappunti in stile  klezmer (“Diggin Bones”, “Trial by error”) e composizioni dalla struttura più articolata ( “Frankly” con la sua dinoccolata e rotolante struttura ritmica dispari,  “Leg’s yet” che richiama nel fraseggio il sax di Steve Coleman, “Regrets #17”, ricca di evocazioni anche cinematografiche). Il soprano e l’alto di Johnston e l’organo hammond di Spence, ben assecondati dalla sempre esuberante ritmica, dominano la scena di un repertorio che può essere considerato ideale porta di accesso nell’universo Phillip Johnston. Uno che riesce a mettere il sorriso anche nelle cose più difficili.

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