Il compito in classe di jazz

Su di un settimanale a grande diffusione è stato pubblicato l’articolo che potrete raggiungere da qui.

Salto a piè pari i primi paragrafi anche per non tediarvi con alcune autentiche ‘perle’ ivi contenute, sorvolando anche su alcune bizzarrie abbastanza futili: ormai siamo abituati ad un certo tono superficiale della nostra stampa mainstream odierna (preciso che negli anni ’70 ed ’80 sono stato assiduo lettore del settimanale in questione, il cui punto di forza era appunto la sezione cultura, ci collaborava pure Moravia… vedendo questo articolo mi prende lo sconforto).
Nelle ultime righe si giunge a parlare del progetto di far entrare nelle scuole italiane (particolarmente in quelle primarie) esperienze di ascolto delle musiche improvvisate, jazz in primis, viste soprattutto in funzione del loro valore educativo a valori di apertura culturale, integrazione e cooperazione tra persone di diverse culture.

Intenti bellissimi, nobili e condivisibili in linea generale, ma non posso nascondere alcune perplessità, e serie pure.

Primo, il metodo. “Chiediamo udienza al MIUR per promuovere, proporre etc.”. Il bell’acronimo MIUR sostituisce l’epurato Ministero della PUBBLICA Istruzione dei miei tempi, con qualche appendice in più. Il fatto che l’impianto generale della scuola italiana per quanto riguarda il piano fondamentale delle materie insegnate ricalchi ancora quello della Riforma Gentile dei primi anni ’20, testimonia quanta forza propulsiva ed incisività abbia promanato da questo dicastero sulle questioni di sostanza. Negli ultimi anni si è limitato a tradurre in pratica i devastanti diktat ideologici dei più vari governi di turno (singolarmente tutti sulla stessa linea), dalle ‘Tre I’ modello CEPU, al desolante mercatino dei ‘crediti formativi’, ai test efficientistici INVALSI (si facessero invece in tante burocrazie e tecnocrazie che li propagandano, ci faremmo delle belle risate, ponti a parte), per finire con la recentissima soppressione o marginalizzazione di fatto dell’insegnamento della storia e della geografia (su questo mi devo a stento trattenere, diversamente vado completamente ‘off topic’).

Nel lucido e meditato disegno del Prof.Gentile (un titano intellettuale, paragonato ai suoi successori) musica ed arti figurative erano deliberatamente marginalizzate, il loro insegnamento di fatto rinchiuso nel recinto di scuole specialistiche sostanzialmente professionalizzanti (Conservatori ed Accademie di Belle Arti). Prevengo un’osservazione: il fascismo c’entra poco, la trasversale cultura essenzialmente crociana del dopoguerra (idealista anche lei, non a caso) ha proseguito imperturbabilmente in questo solco, con il risultato che tre-quattro generazioni d’italiani, anche con curriculum scolastici maturati in scuole per altri versi di prim’ordine, sono nel migliore dei casi dei sostanziali, approssimati autodidatti in questi campi. Nella media, invece, risultano dei quasi-analfabeti dell’occhio e dell’orecchio.

Anche qui si riproduce dunque lo stesso errore compiuto in occasione dell’ epocale ‘riconoscimento del valore culturale del Jazz’ per decreto ministeriale (sorvoliamo volentieri sui pochissimi provvedimenti attuativi): all’ombra di questo ‘storico’ evento, abbiamo visto soccombere sempre più locali e rassegne concertistiche che portavano concretamente questa musica al pubblico, e spesso per difficoltà economiche ed organizzative che si sarebbero potute risolvere con risorse e strumenti modestissimi a paragone di quelli profusi contemporaneamente in altri campi più futili ed effimeri. Le case non si costruiscono dal tetto, meno che mai quando il terreno è in condizioni cattive.

Le condizioni materiali della scuola italiana. Manco da tanti anni dalle aule scolastiche, ma con una madre ed alcune amiche insegnanti, oltrechè dai racconti di conoscenti con figli studenti negli istituti dei diversi gradi, ho mantenuto un qualche contatto con la sua realtà. Se negli anni ‘70 io, studente in uno dei più prestigiosi licei milanesi (tuttora ai vertici delle classifiche delle ‘buone scuole’), giocavo a pallavolo in uno scantinato con le condotte del riscaldamento a due metri dalla testa e guardavo beffardo una porta chiusa da decenni dietro la quale si trovava una biblioteca di svariate migliaia di volumi della quale non esisteva nemmeno un catalogo (nel frattempo proseguivano gli acquisti di libri da metter sottochiave), oggi in alcune scuole milanesi sono i genitori a tassarsi per la carta igienica ed il sapone che i loro bambini portano a scuola (sì, incredibile, si parla di scuola primaria). Nella media in cui vado a votare alcune riparazioni edili sono state compiute la domenica e d’estate da squadre di genitori volontari, guidati da alcuni di loro del mestiere (foto affisse alla bacheca scolastica). Un’altra è stata semiparalizzata per mesi da operazioni di rimozione dell’amianto, con alunni ammassati in pochi locali bonificati. Preciso: sto parlando di quartieri semicentrali, che raccolgono i figli della classe media (o di quello che ne rimane). Figuratevi la situazione delle Scampie, dei Quarto Oggiaro o dei Pigneti, dove il problema è di sicurezza personale.

Come le svolgiamo le lezioni di educazione alla musica, che richiedono una sia pur minima attrezzatura tecnica? In un sottoscala sgomberato all’uopo? Ed i poveri impianti stereo, altoparlanti e dischi quanti giorni durerebbero in edifici scolastici abbandonati alla pubblica fede e quindi saccheggiati da vandali di ogni risma per puro divertimento, figuriamoci poi con la prospettiva di rubare oggetti di qualche interesse? Diciamocelo chiaro e senza ipocrisie: anche se si riuscisse a metter in campo qualche eroica iniziativa volontaria ‘dal basso’ (le uniche cose buone della scuola odierna), del genere di quelle ‘pilota’ menzionate nell’articolo, queste riguarderebbero solo poche ‘isole felici’ che forse più facilmente potrebbero farne a meno, e non certo le realtà più svantaggiate in cui viceversa il loro valore educativo potrebbe rivelarsi cruciale ed addirittura determinante.

Questioni di opportunità culturale. La tassatività e rigidità dei programmi ministeriali, spesso basati più su sottili valutazioni di critica accademica che sulla possibilità di concreta ricezione di certe opere ed autori da parte di studenti in fascia d’età che gli dà sensibilità completamente diverse, spesso e volentieri condannano schiere di classici all’irrevocabile rigetto e conseguente confino in polverosi e remoti ripostigli della mente. Spesso faccio compagnia ad un amico libraio (uno di quelli veri, non un commesso di un supermercato di bestsellers seriali) e constato con sconforto che ai Manzoni ed agli Alfieri dei miei tempi si sono sostituiti altri autori, anch’essi imposti con le migliori intenzioni e con altrettanta, assoluta intempestività a studenti in una fascia di età che li porterà a vivere quelle letture come una purga (semprechè non vadano in internet a procurarsi i riassunti, ampiamente disponibili).

Il peggiore servizio che si potrebbe rendere ai Beiderbecke, ai Lester Young ed ai Charlie Parker – gente che spesso ha pagato con la vita la musica che ha fatto – sarebbe quello di farli confinare da legioni di ragazzi nello stesso ripostiglio polveroso in compagnia di paciosi accademici come Pindemonte, Carducci ed altri. Anche perché come si fa a porgere una musica complessa e derivativa come il jazz in una scuola dove praticamente non si educa all’ascolto consapevole e non emotivo di tradizioni ben più familiari? In una scuola dove stiamo giustiziando la storia e la geografia come si fa a parlare di una musica che ha impresso il DNA dei luoghi che l’hanno vista nascere e crescere e che non ha mai smesso di trasfigurare gli eventi della propria epoca? Dove le troviamo le migliaia di insegnanti di musica in grado di illustrare e far comprendere una tradizione musicale in larga misura divergente da quella europea e che sino a pochi anni fa era totalmente ignorata dai nostri conservatorii? Una cosa è istituire corsi di strumento per dimostrarsi ‘up to date’, altra quella di far crescere una storiografia ed ancor più una didattica per una musica che resta ancora in larga misura ‘aliena’ per gli ambienti accademici italiani.

Ritorniamo al liceo dei miei anni ’70, tempi di gran lunga più felici degli attuali per la scuola e per la cultura in genere (alla faccia delle retoriche successive). Lezione di letteratura italiana, lettura collettiva e commentata dei ‘Promessi Sposi’. Sul mio banco il Manzoni d’ordinanza, note di Natalino Sapegno, foglietti miei con gli appunti:  aperta sul ripiano di sotto, la mitica “Guida al ‘900” del grande Salvatore Guglielmino, uno straordinario baedecker della cultura del ‘900 (ce lo ho ancora). ‘Testo consigliato’: ce lo avevano tutti. Al piano di sopra il cinico provvidenzialismo cattolico del solito italiano incendiario da giovane e pompiere da vecchio, sotto coperta scorrono invece la ‘Lettera al Padre’ di Kafka (ha fatto più danni al Sistema di Mao, Cohn Bendit e Marcuse messi assieme, a proposito di cinquantennali), le ‘madeleines’ di Proust, “Agostino’ di Moravia e mille altre letture capitali della mia vita. Forse la chiave del problema sta tutta qua: fare in modo che i ragazzi di oggi possano trovare da soli e leggere di sottecchi il cartesiano ‘Libro del Jazz’ di Berendt, l’ “Autobiografia di Malcom X” con la sua trasgressiva Harlem anni ’40 e , perché no?, quel gran romanzone del “Jazz” di Polillo. L’importante è che li scoprano loro, che trovino il gusto di leggerli facendoli cosa loro, non farli entrare per decreto ministeriale in una lista di libri di testo, giusto per piantare una bandierina sulle mappe della burocrazia.
Milton56

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