Diodati’s Yellow Squeeds: un’essenziale contemporaneità

Gli amici sanno che soffro di acuta intolleranza al ‘chitarrismo’, ovverossia un approccio allo strumento basato su di un virtuosismo estremo, spesso di divismo esibizionistico, dove la volontà di stupire a tutti i costi prevale sulle ragioni dell’espressione musicale di sostanza. Ragion per cui nella mia discoteca si trovano giusto gli intramontabili classici (Jim Hall, Grant Green, Wes Montgomery), per espugnarla i contemporanei hanno dovuto metter in campo nientedimeno che Mary Halvorson e Liberty Ellman.
Quindi per entusiasmarmi davanti ad un giovane chitarrista ce ne vuole, dobbiamo esser le mille miglia lontani dai suddetti ‘divismi’. Mi è successo con Francesco Diodati. A parte alcuni dischi in proprio per la ‘solita’ Auand, lo avevo già notato dal vivo nel bel quartetto di Enrico Rava, per di più in ottima compagnia: avevo sperato che il simbiotico terzetto Diodati chitarra, Giovanni Evangelista basso ed Enrico Morello alla batteria venisse risparmiato dall’infaticabile frullatore del nostro circuito concertistico. Preghiera quasi esaudita, c’è da gridare al miracolo, dati i tempi. Evangelista sembra avere preso la strada di un’altra giovane formazione, ma a Diodati e Morello si è aggiunto Enrico Zanisi al piano ed al fender rhodes (chiamiamola aggiunta….), Francesco Lento alla tromba e Glauco Benedetti al bassotuba (sic!). Ecco gli Yellow Squeeds. Come si vede già dalla formazione, qua siamo lontani dall’ordinaria amministrazione, l’impegnativa scelta della tuba come pilastro armonico del gruppo fa scattare suggestioni lontane (i primordi di New Orleans, la sperimentale Third Stream dell’intellettuale Gunther Schuller, il travolgente Trio Black Africa di Sam Rivers…).
Il gruppo è comparso nella rassegna ‘Nuova Generazione Jazz’, una vetrina di band italiane veramente giovani (i trentenni sono già merce rara), fortunatamente ospitata da JazzMi nell’ambito di un tour che oltre a varie ‘riserve indiane’ nazionali (spiccano Fano Jazz Network e Novara Jazz, sempre occhio lungo… bene), toccherà anche varie città straniere in location a volte veramente di gran lusso e tradizione (Barbican a Londra, Bimhuis ad Amsterdam, Praga…). Finalmente una buona idea, “speriamo che resti impunita”, come diceva un mio vecchio capoufficio. Dettagli qui.
I brevi concerti ‘showcase’ miravano ad attrarre soprattutto addetti ai lavori stranieri: obiettivo centrato nel caso degli Yellow Squeeds, la suggestiva sala Agorà della Triennale era piena, con gente appoggiata alle pareti (a stento sono riuscito ad imbucarmi ‘alla romana’); su di una rivista americana sono già stati segnalati nell’ambito di una panoramica su JazzMi. E’ stata annunziata per gennaio l’uscita di un nuovo disco degli Yellow; Auand, tanto per cambiare.
Veniamo alla musica suonata (purtroppo poca). Premettiamo che forse la pur suggestiva sala non era la cornice acustica ideale per un gruppo dalle sonorità molto composite e contrastate, con un equilibrio non facile da mantenere tra il massiccio bassotuba e le più delicate presenze del piano (soprattutto quello elettrico) e della chitarra, entrambi trattati con grande sobrietà e misura da Zanisi e Diodati (virtù rare in giovane età). La prima impressione è quella di una musica di atmosfere marcatamente contemporanee, del tutto immune da leziosità e ‘carinerie’ un po’ stucchevoli che affliggono tanto jazz italiano d’oggi. Primo punto a favore, e di quelli pesanti (la categoria del ‘carino’ per me non è compatibile con l’estetica del jazz). In un brano in particolare il gruppo ci ha portato vicinissimi agli affascinanti mondi dei Chicago/Sao Paulo/London Underground di Rob Mazurek, laboratorii musicali di cui recentemente sentiamo parecchio la mancanza. L’essenzialità dei dinamici discorsi solistici che si intessono nel gruppo poggia su un continuo flusso di idee originali e raffinate, particolarmente intenso e scorrevole in Diodati e Zanisi (che ci presenta un piano elettrico di notevole originalità). Un drumming asciutto e scandito dà incessante spinta all’insieme, di conserva con la massiccia tuba.
Aspettiamo quindi con impazienza il disco di gennaio, nel frattempo non perdiamoli di vista.
Milton56

 

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