Festa di compleanno con 17.000 invitati per Ibrahim Maalouf

Un gruppo rock jazz, un’orchestra classica, un coro di 100 bambini ed una dozzina di ospiti sono un ottimo modo per celebrare il decennale di attività artistica. L’ha pensata in grande questa celebrazione, Imbrahim Maalouf, trombettista originario del Libano naturalizzato francese, avvenuta in un concerto di oltre quattro ore alla AccorHotels Arena di Parigi il 14 dicembre 2016, durante le quali, davanti ad una sconfinata platea di 17.000 ascoltatori, ha attraversato tutta la propria carriera, e gli otto albums finora pubblicati,.
Maalouf è una vera superstar in Francia, dove l’ attività di musicista, didatta, e compositore di colonne sonore si è sviluppata maggiormente, dopo una dolorosa emigrazione da un Libano in pieno stato di guerra negli anni ’80, a partire dalle promesse di enfant prodige della tromba nel campo della musica classica per arrivare alla attuale carriera, un universo popolato di pianeti colti e pop. La sua musica è infatti un mélange variegato di jazz (Gillespie e Davis fra i suoi ispiratori, al secondo ha dedicato l’intero cd “Wind” del 2011), musica araba, ( “Kalthoum”del 2015 , con Mark Turner e Larry Grenadier è un omaggio alla celebre cantante e musicista egiziana Oum Kalthoum,) rock, colonne sonore per immagini (fra le quali la musica per il film di Jalil Lespert dedicato ad Yves Saint Laurent), e chanson.
Sento già il naso dei puristi jazz storcersi, e quindi devo aggiungere che questo “Live in Paris” è concepito come una grande festa collettiva, con tanti momenti di dialogo e cori con il pubblico ed una grandeur generale che può a tratti risultare indigesta. Sarebbe però un peccato, prevenuti magari dalla presenza di brani pop come “Beaux dimanches” con Amadou & Mariam, o “La bonne etoile” con Matthieu Chedid o dal free style di Soprano su “Free spirit”, perdersi momenti più raccolti, nei quali emerge il quartetto, con la vecchia conoscenza del jazz francese Eric Legnini (tastiere), François Delporte (chitarra) e Stephane Galland (batteria), come “Waiting”, che include un estratto da “Ascenseur pour l’échafaud” di Miles, o l’accorata dedica a “Beirut” dove la tromba di Maalouf diventa uno straziante grido di dolore. Oppure rinunciare ad immergersi nei grooves micidiali dei fiati da fanfara di “Nomade slang” o di “Improbable” con un grande Legnini al piano elettrico, nelle ampie volute melodiche di “In Pressi” o nelle travolgenti ritmiche di “Essentiels”. O infine, trascurare la raffinata ballad in cui viene trasformata “Run the world” di (ebbene si!) Beyoncè.
L’originale suono della tromba di Maalouf, con un fraseggio vibrato, quasi un salmodiare, dove risuona in modo chiaro la cultura musicale di provenienza, domina in lungo ed in largo l’esibizione, conducendo spesso a momenti di “pieno” orchestrale nei quali emerge la propensione del compositore per immagini: “True sorry” che su disco era una toccante e malinconica ballad, diventa qui una piccola sinfonia per coro e orchestra, con diverse sezioni che culminano nel solo svettante della tromba, quasi un grido di rabbia e liberazione.
Lontano dalle bombe di Beirut, il piccolo Ibrahim è diventato grande.

 

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