Walter Smith III – Twio

E’ un momento assai florido per il 38enne sax tenore texano Walter Smith III che da qualche tempo si è trasferito armi e bagagli alla label londinese Whirlwind, un’etichetta che sta consolidando in modo brillante il proprio catalogo e che gli ha permesso di uscire con due dischi in pochi mesi, documentando al meglio lo stato attuale dell’arte di uno dei sassofonisti d’oltreoceano più vivaci ed interessanti.

Varrà la pena, per meglio inquadrare il nostro, dare un’occhiata alle sue collaborazioni in veste di sideman, ed incontrare il suo nome in alcuni tra i più eccitanti progetti dell’ultimo decennio: nella front-line di Ambrose Akinmusire, con Jason Moran e Terence Blanchard, Sean Jones, Christian Scott ed altri ancora, senza contare che il suo sassofono si è messo a servizio di glorie come Roy Haynes, Joe Lovano o del compianto Mulgrew Miller, ma anche di pop stars mondiali come le sexy Destiny’s Child o la sacerdotessa del soul hip-hop Lauryn Hill. Non si veda in questa poliedricità un sax buono per tutte le stagioni quanto piuttosto un artista ricercato, assai competitivo e aggiornato come pochi sulle pulsioni dell’attuale black music, correlate al Jazz, che rimane il mare afroamericano in cui naviga bellamente.

common

In altra sede parleremo del recentissimo lavoro in quintetto “In Common”  (con un vibrafonista superlativo: Joel Ross), disco attualmente disponibile su Spotify ma non ancora entrato nel circuito della distribuzione  fisica – per i millennials e dintorni che bazzicano TdJ: chiariamo che si tratta di fisime legate a quegli irriducibili appassionati di mezz’età, bislacchi come certi professori di ginnastica, che tutt’ora sostengono per quanto possono la scricchiolante baracca discografica mettendo mano al portafogli ecc. – qui, dicevamo, ci occupiamo invece del primo disco uscito quest’anno, che documenta il suo longevo trio senza strumento armonico, con il sempre più convincente Eric Harland alla batteria ed il fidato Harish Ragavan al basso, sostituito dal fuoriclasse Christian McBride in quattro tracce, in due delle quali viene ospitato anche un altro sax tenore, il celeberrimo Joshua Redman, per una partnership che evoca un’aggiornata e gioiosa “Tenor Battle” d’antàn.

Da qualche tempo il nostro ragionava su come alterare, riscrivere e ri-arrangiare alcuni brani particolarmente amati e tratti dall’immortale song-book americano, ma arrivato al dunque e valutato che si stava smarrendo in un ginepraio non corrispondente ai suoi limpidi intenti di partenza ecco che ha optato per il classico uovo di colombo, scegliendo di mettere da parte un po’ di ego e di proporli suonandone i temi come erano stati concepiti dai loro autori, ed utilizzare poi quelle griglie armoniche per le improvvisazioni del suo agile trio senza rete.

La scelta per “Twio” si rivela così del tutto azzeccata: “Ask Me Now” di Monk, manco a dirlo, funziona ancora come un’orologio svizzero nonostante abbia quasi settant’anni di vita, così come l’“Adam’s Apple” di Shorter si mantiene fresca e con tutti i suoi valori nutrizionali perfettamente intatti, per la delizia dell’appassionato che segue poi le evoluzioni sassofonistiche nel segno della tradizione ma con ampie e dilatate anse improvvisative, come accade nel ripescaggio della gloriosa “Social Call” (griffata Gigi Gryce 1956) o nel lento incedere di “We’ll be together again”, asciugato di ogni svenevolezza. Alla voce ripescaggi spettacolari va di diritto inserita “On The Trail” di Ferde Grofè, già omaggiata dall’album eponimo di Jimmie Heat del ’64 e qui campo di battaglia per i due tenori che gigioneggiano di contrappunti e poi staccano assoli di clamorosa coerenza, in un’atmosfera partecipata che rimanda alle gioie del blues e della vita stessa.
Lo stesso assetto del doppio tenore viene proposto nell’ultimo brano, dagli echi tristaniani, un ironico “Contrafact” di “Like Someone in Love” che suona diabolicamente cool, una versione al contempo eversiva e rispettosa, a sottolineare come, mai come oggi, l’avanguardia è nella tradizione.

2 Comments

  1. in effetti il limite maggiore dello streaming risiede, oltre che in un’amplificazione spesso penosa, in un’attenzione labile, il fatto di avere quasi tutto gratis, con mille windows aperte ad occhieggiare iconicamente, di certo non aiuta. but I’m old fashioned. 🙂 bon voyage…

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