Sky e il Jazz: finalmente qualcosa da vedere

Oggi il jazz è spesso associato a un’immagine trendy, di un mondo patinato e sofisticato

Monica Affatato

Eh si, mi verrebbe da dire, frutto delle troppe Diane Krall e dei pochi Antonello Salis in circolazione, che vivono l’essere trendy e l’essere jazzisti in modo inversamente proporzionale. Ma se la pop star canadese è l’ennesima vittima di un equivoco dei media (prego, ascoltate gli ultimi album, solo pop, raffinato quanto basta per diventare diabetici), quello che rifiuto categoricamente è l’associare la musica che amo con il mondo patinato della fu Milano da bere, o con il sottofondo per gli aperitivi dei vip,  e anche con l’essere trendy (?) dei cantanti della terza età che si riciclano improbabilmente con l’etichetta (e nient’altro) “jazz”.

Il jazz , per usare ancora le parole della regista Monica Affatato,  ha una “forte carica liberatoria che ne caratterizza la sua storia originaria come musica proibita e la sua forma, in quanto affidata nelll’improvvisazione, alla libertà del musicista.”

E il film che racconta questa storia è “Enrico Rava, note necessarie”, uscito nelle sale giusto un anno fa e da un mese circa visibile su Sky on Demand. Tra concerti e testimonianze di amici e colleghi, come quelle di Carla Bley, Roswell Rudd, Michelangelo Pistoletto, Francesco Tullio Altan, il film segue il doppio binario di una storia personale e collettiva, che porta dritti all’affermazione di Rava: “Quando tutto funziona, è una democrazia perfetta che solo il jazz può creare”.

E’ un periodo relativamente felice per l’abbonato Sky: oltre all’interessante pellicola su Rava c’è in visione anche Franco Cerri, l’uomo in bemolle, il film che celebra per la prima volta la carriera del più autorevole chitarrista jazz italiano (il Sole 24 Ore), coprendo un arco temporale che dagli anni ‘30 arriva fino ai giorni nostri, incrociando la carriera di Cerri con gli eventi della storia sociale e culturale d’Italia. Alessandro Haber conduce la narrazione vestendo i panni di un giornalista che ricostruisce la storia del jazzista, scandita dalle interviste a Ennio Morricone , Stefano Bollani, Gino Paoli , Dario Fo,  Paolo Fresu e Dado Moroni. Due brani inediti e appositamente prodotti per il documentario, con la partecipazione di Fabio Concato e Chiara Civello, arricchiscono il racconto insieme alle performance video con i grandi nomi della musica italiana e internazionale come Dizzie Gillespie, Mina, Gorni Kramer e George Benson. Non mancano neanche i repertori estratti dagli archivi personali di Franco Cerri, dall’Istituto Cinecittà Luce, RAI Teche, filmati Super 8 e foto d’epoca, che ci raccontano la famiglia, la guerra, gli esordi, la Milano del dopoguerra, la radio la tv la pubblicità e le collaborazioni artistiche di Franco Cerri in un collage di materiale esclusivo.

 

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Ma da segnalare ci sono anche la riproposta del celeberrimo film del 1961 Paris Blues di Martin Ritt con Sidney Poitier, Paul Newman, Louis Armstrong, Serge Reggiani e la colonna sonora di Duke Ellington, e, infine il film documentario Betty Davis, Miles Jimy e il funk.

Prima di Madonna e prima di Prince, Betty Davis seppe puntare lo sguardo su un genere musicale destinato a un successo planetario, fungendo anche da modello per le successive generazioni di cantanti e interpreti donne. Nell’America degli anni Settanta, infatti, Davis rappresentò un modello di forza e coerenza, battendosi per i diritti femminili.

Non solo moglie di Miles Davis, dunque, o amica di personalità del calibro di Jimi Hendrix e Sly Stone, la Davis è stata anche e soprattutto emblema di coraggio e passione, fino alla scelta di allontanarsi dalle luci della ribalta. Il documentario di Phil Cox riporta finalmente sotto i riflettori una delle artiste più iconiche del secolo scorso.

betty

 

1 Comment

  1. Evviva, beati gli abbonati Sky, che così facendo di fatto riempie il vuoto del cosiddetto ‘servizio pubblico’. Il quale pure dovrebbe avere in casa materiali di interesse pari se non superiore a questi, sempre che li abbia conservati con un minimo di cura: ricordate le splendide ‘schegge’ della RaiTre di Guglielmi?. Ma quella era un’altra idea di televisione…. Rai5? Lasciamo perdere…. In Italia purtroppo scontiamo la mancanza di un canale come il franco-tedesco Artè, anche produttore di documentari di pregio. Purtropo anche la pregevole TV della Svizzera Italiana sta per diventare irraggiungibile per motivi tecnici (abbandono del digitale terrestre) Ma tant’è, la TV ‘on demand’ è sempre meglio di niente, se grazie alla formula ‘pay per view’ riesce a proporre cose ritenute ‘impresentabili’ (chissà perché?) su canali tradizionali. Mi limito ad osservare che questa incapacità di coprire anche pubblici di nicchia neppure con la babele dei canali del digitale terrestre sta seriamente mettendo in questione la legittimità del canone RAI (sempre più dubbia a fronte di un forsennato affollamento pubblicitario che le altre emittenti pubbliche europee non sanno nemmeno dove stia di casa) ed i continui e poco spiegabili costi di aggiornamento tecnico (imminente rottamazione di televisori e decoder per mutamento dello standard di trasmissione). Ma ritorniamo alla nostra musica. Uno dei problemi della Tv on demand è l’informazione e la trasparenza preventiva sui materiali offerti, che potrebbe anche invogliare molti nuovi utenti ad avvicinarvisi: per cui lancio un appello ai nostri lettori ed ai nostri redattori perché segnalino loro la disponibilità occasionale o più sistematica di documentari e programmi di interesse jazzistico sulle varie piattaforme ‘on demand’. Si ringrazia anticipatamente. Milton56

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