“IL ROCK E’ MORTO” (a caratteri di scatola). Ed il jazz….

Qualche giorno fa è comparso su di un noto quotidiano un articolo tra il melodrammatico ed il tragicomico dal titolo enfatico che riproduciamo sopra. La sentenza è scolpita qui . Direte: a che pro inoltrarci in una discussione sull’esistenza in vita del rock in un sito che si dedica a musica ben più negletta ed emarginata?
In primo luogo, gli illustri cattedratici che si accingono all’autopsia del cadavere ancora tiepido del rock quasi sicuramente danno per scontato che il jazz sia addirittura un fossile. Intravedo poi una notevole similitudine di argomenti e di abiti mentali alla base di entrambe le sentenze. Infine, non sono di quelli che ritengono che la tortuosa e scolorita linea di confine tra rock e jazz sia un vallo invalicabile: né portiamo rancore ad un enfant terrible come il primo per qualche avanche incestuosa con la musica da cui in fin dei conti è scaturito, siamo uomini di mondo, ne abbiamo viste di peggio.

Mettiamo le mani subito in pasta.

Il punto di osservazione da cui provengono queste sentenze. I media generalisti, nei rari casi in cui si ricordano di occuparsi di musiche (soprattutto di quelle c.d. extra-colte), lo fanno esclusivamente tenendo presente la ribalta ufficiale allestita e gestita dall’industria dell’intrattenimento. Un po’ come credere che il jazz sia quella cosa che va in onda – ehm, scusino il lapsus – in certe arene estive. Andare a curiosare in qualche cantina scomoda, malmessa e magari occupata a titolo dubbio implica consumare un po’ di scarpe, spiegazzare un po’ il costoso look di tendenza: insomma una serie di incomodi che francamente non si giustificano, dal momento che fior di uffici stampa sono già pronti a scodellarti bellissimi dossierini su quello che ‘fa tendenza’ (o meglio lo deve fare, visti i soldi investiti in promozione). Che poi nelle cantine del rock – e peggio che peggio nelle catacombe del jazz – si muovano cose vitali ed interessanti poco importa: basta non parlarne, ed il pubblico non ne sentirà la mancanza.

I peccati di megalomania del rock. Qualche ‘mea culpa’ però non guasta. Da musica immediata, in presa diretta sulle emozioni, basata su mezzi tecnici molto elementari, compensati però da contenuti incontenibili e roventi, il rock si è lentamente evoluto verso una coreografia ed un dispositivo di effetti di contorno veramente imponenti (ottimi per mascherare crescenti carenze di ispirazione). Dove ai primordi bastavano una batteria essenziale, un basso ed una o due chitarre elettriche con relativi amplificatori ed al più un fender rhodes, il tutto dentro un furgone scassato, siamo passati a concerti live che richiedono una logistica che impegna intere carovane di tir. L’avvento dei videoclip ha determinato un’ulteriore e più decisa virata verso lo spettacolo totale che mette in minoranza la musica. Il pubblico è stato assuefatto a tutto ciò, anche se con crescenti difficoltà a sopportarne i costi finali. In poche parole, esiste una vera e propria ‘barriera all’ingresso’, come direbbero gli economisti, che rende invisibili ed emarginate band al debutto che non possano contare su questo apparato scenico ‘monstre’. Salvo il caso dei gruppi creati in laboratorio direttamente dal music business. Il jazz ha attraversato evoluzioni di tutti i generi, ma questo tipo di ‘barriere all’ingresso’ proprio non le conosce grazie all’essenzialità dei suoi strumenti ed alla rinunzia alla spettacolarità, purchè sia al lavoro un circuito concertistico curioso di novità di sostanza e propositivo: negli States c’è ancora, da noi …. ‘c’era una volta’…. lasciamo perdere.

Il rock è ancora la voce di una cultura di opposizione? Diciamocelo chiaro, il migliore rock delle origini aveva una cosa in comune con il jazz: consapevolmente o meno, forse con minore sofisticazione e più ingenua irruenza, il rock è stata la voce naturale di gruppi sociali cui andava stretto lo status quo, prima ancora esistenziale che politico, di una società che, ridimensionati significativamente problemi di sopravvivenza materiale, aveva generato una nuova ‘classe’, i ‘giovani’, che cominciava a nutrire bisogni di senso ed orientamento della vita che il ‘Sistema’ era totalmente impreparato non si dice a fronteggiare, ma nemmeno a comprendere. Un Sistema capace di gestire un apparato tecnico-industriale capace nel giro di vent’anni di spedire un uomo sulla Luna, ma ancora munito di mezzi rudimentali per l’analisi ed il controllo delle coscienze. Ma in questi campo sono stati fatti rapidi progressi, il Sistema ha scoperto la convenienza di produrre e commerciare simboli anziché acciaio, proprio mentre il rock non sapeva difendersi dalle lusinghe di un Potere che piano piano lo ha trasformato prima in un giullare di corte, e poi in un viziato e dipendente cane da salotto. Va anche detto che il non farsi fagocitare da un Sistema sempre più proteiforme e capace di metabolizzare qualsiasi cosa richiede un’attitudine quasi ascetica, un rifiuto radicale della sirena della popolarità a qualsiasi costo e la disponibilità di canali alternativi di comunicazione e dialogo con un pubblico consapevole e necessariamente caratterizzato. Difficile, senza dubbio, ma prima l’esperienza estrema – e purtroppo autolesionistica – del punk e poi quella meno eclatante del grunge hanno dimostrato che non è impossibile, a condizione di fare le necessarie rinunzie in termini di glamour (e di royalties..). Viceversa, il mondo del jazz, forse più discreto e defilato, è riuscito in buona parte a mantenere una sua cultura di silenzioso, ma sostanziale dissenso nei confronti della ‘società dello spettacolo’. Il suo popolo così eterogeneo e difficilmente ‘normalizzabile’ in schemi risulta poi molto più difficilmente inquadrabile e manipolabile, oltre ad avere motivazioni molto più profonde e consapevoli verso la propria musica, per di più rafforzate dal regresso ed imbarbarimento sociale e culturale che si registra ormai da oltre un ventennio.

Il rock assassinato dal rap e dall’hip hop? Di fronte a tutte le morti violente che si rispettino, è d’uopo andare in cerca dell’assassino. I killer in questo caso sarebbero le culture musicali del rap e dell’hip hop, “…(pseudo)musiche rozze, che si possono fare con pochi mezzi e con ancor meno talento, rivolgendosi ad un pubblico pigro”. Esattamente quello che si diceva negli anni ’50 del rock…. E qui ritorniamo alla prospettiva di osservazione viziata dell’informazione generalista: la visione di questi filoni musicali (che tra l’altro hanno già all’attivo almeno un ventennio di vita) è molto stereotipata, si fonda sull’impressione prodotta dai suoi esponenti più vistosi e reclamizzati, facilmente inquadrati e commercializzati nel segmento del trucido e del trash. Certi esempi nostrani confortano nel pregiudizio e nel conseguente acritico e generalizzato rigetto. Il mondo del jazz, viceversa, non senza sforzo e difficoltà ha cercato di rintracciare le radici sociali di queste culture e la loro ragion d’essere; per quanto riguarda i musicisti afroamericani, in particolare, si è trattato di una consapevole rivisitazione di proprie radici non rinunziabili. Dopo qualche tentativo velleitario e superficiale, il mondo del jazz sta ora cominciando ad elaborare con risultati estetici compiuti un rapporto creativo e di reciproca crescita con queste ‘musiche della strada’, apertura che rientra del resto nel suo DNA e che ne spiega la sua resistenza nel tempo e l’irriducibilità a logiche di consumo. Al riguardo, vi anticipo che nella seconda parte del racconto di ‘Blue Note, beyond the notes’ avremo interessanti conferme di questa creativa inclusività ed autocoscienza del jazz.

In ogni caso, qui siamo sempre disponibili a discutere le ragioni di vitalità della ‘nostra’ musica. Sull’argomento noi siamo una redazione (foto sotto) sempre aperta al confronto ed allo scambio…. di qualsiasi calibro e gittata.
Milton56

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7 Comments

  1. Un fremito agita la mia anima rock, nata con il prog, deviata dalla new wave e maturata, dopo decennali frequentazioni, su pochi selezionati normi. In realtà, quello che penso da tempo è che il rock abbia ormai poco da dirmi, ma mi sono anche convinto che molto dipende dalla prospettiva temporale dalla quale si osserva. A vent’anni è normale pensare di ribellarsi a società e famiglia con una chitarra (magari oggi con un microfono e delle rime), mentre a cinquanta si fanno bilanci , magari accarezzando e nutrendo gli archivi, e, se ancora assistiti da curiosità, si continua a cercare il bello. Non sarei però così categorico nell’associare uno o l’altro genere (rock e jazz) ad istanze dissenzienti: tutte le analisi sono possibili, e molte, probabilmente, colgono aspetti di realtà, ma io continuo a preferire affidarmi al sentire individuale. Che, per inciso, non ha mai suscitato entusiasmi per compiute sintesi fra jazz e “nuove musiche della strada”.

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    1. Allora Andrea, come vedi ho riflettuto un po’ sulle tue osservazioni. Le mie repliche si possono sintetizzare così:
      – Se andiamo a ripercorrere le cronache del rock più autentico e vero, quello che si ascolta ancora oggi a distanza di decenni, quello che strappa ancora un ‘oohhh!’ di meraviglia anche ai ragazzi di oggi quando glielo fai ascoltare, beh…. lì di appagati e paciosi cantori dello status quo mi sembra di non vederne proprio…. Rabbia e desiderio sono due ingredienti fondamentali, senza i quali il vero rock non si dà;
      – Quanto al tempo che passa ed alle generazioni che si alternano, che dire? Guardando alla sfera pubblica e sociale, forse è meglio che la nostra generazione non si metta ora a tirare bilanci, che sarebbero veramente pesanti e sconfortanti, concediamoci ancora qualche tempo per cercare di recuperare per quanto possibile. Noi abbiamo avuto la possibilità di sognare e desiderare mondi diversi – ed in questo la musica, anzi ‘le musiche’ hanno avuto un ruolo fondamentale, soprattutto alla luce dello scempio che è stato fatto delle parole -, i giovani di oggi no, perché sono rinchiusi in un mondo che gli viene additato come l’unico possibile. Questo spiega anche un atteggiamento di ripiegata passività ed afasia creativa, che in musica si traduce od in esasperata e forzata superficialità consumistica, od in una pesante cupezza. Ed ora che ci penso, spiega anche molto del declino e della marginalizzazione pubbliche di musiche come il rock, ma, ahimè anche come il jazz. Ecco, nel nostro piccolissimo di dilettanti della musica, questo è un compito che possiamo porci, quello di far capire senza spocchie professorali che la musica non è solo Fedez, Fabri Fibra, men che meno quella di X-Factor e, permettetemi, neanche quella sedativa degli Einaudi, Allevi e via sbadigliando. E, per quanto mi riguarda, nemmeno l’esile ed estenuato calligrafismo di tanto jazz italiano d’oggi. Quanto a quello che spetterebbe ai professionisti della musica, beh … è meglio che mi trattenga…
      – La bellezza, poi, vera, quella che rimane, quella che passa da una generazione all’altra ha sempre un ‘lato tagliente’, non è mai conciliatoria ed accomodante. Ahimè è sempre ‘divisiva’, orrido neologismo non a caso coniato da retori
      – Il jazz e le ‘musiche della strada’. A parte il fatto che da lì tutto è iniziato, sono il primo a concedere che certi approcci iniziali sono stati goffi e talvolta anche furbeschi, ma poi le cose sono cambiate. Il “Selebeyonee” di Steve Lehman, i trii di James Brandon Lewis, il David Murray di ‘Blues for Memo’, l’universalmente lodato sestetto di Vijay Iyer non sarebbero stati possibili, né così incisivi e vitali senza questo ‘sguardo sulla strada’, che per molti di loro è anche uno sguardo all’indietro, alle loro radici di musicisti. In queste ore sto ascoltando l’ultimo ‘Intervals’ di Franco D’Andrea, l’ultimo che può esser sospettato di furbesche strizzate d’occhio (e per questo ha pagato un prezzo……), uno che ha alle spalle 50 anni di ricerca musicale sempre all’insegna del rigore: ebbene, una delle prime cose che vengono in evidenza è la presenza di tanti ‘nuovi suoni dell’oggi’, non superficialmente citati per ‘fare tendenza’, ma profondamente integrati in una musica dalle trame fitte e complesse, mai casuali
      Ovviamente, ‘my five cents’, ma sono cose a cui credo fortemente. Sarebbe bello che anche i nostri ‘quattro lettori’ dicessero la loro (visto che alcuni hanno anche loro decenni di musiche nelle orecchie).
      Milton56

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      1. D’accordo quasi su tutto a partire dalle notazioni finali su D’Andrea: quello che non mi ha mai convinto sono le fusioni fra jazz ed hip hop, compreso Lehman. Sul rapporto fra giovani e rock a volte ho l’impressione che il richiamo più forte sia per il grande evento dal vivo visto come reliquia di un rito da ossequiare senza troppa consapevolezza. Fra le migliaia ai concerti degli Stones o di Springsteen, quanti conosceranno i dischi e la loro storia ? Se qualcuno volesse farsi vivo…..

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  2. Allora, Perseide, concediamo qualcosa anche al nostro ‘medico legale’. Lui ha sicuramente steso Il certificato di morte del rock, ma io sono disposto a scommettere che quello del jazz o ce lo ha già in archivio, o lo sottoscriverebbe comunque senza esitazioni, ma non fa più ‘notizia’ . Mi ripeto: le logiche sottostanti sono le stesse. Lasciamo stare le dipendenze, vista con un po’ di ragionevolezza e pacatezza, la realtà che ci sta di fronte è un gigantesco trip, e di quelli ‘pesanti’. Il problema è che la tribuna da cui cala la sentenza è una di quelle che ‘fanno opinione’ (sempre meno e sempre per più pochi, colpa anche di un certo tono salottiero e da ‘circolo chiuso’ che circola da tempo nella nostra stampa ‘d’opinione’). E purtroppo anche tra il pubblico c’è molta gente desiderosa solo di far provvista di ‘opinioni pret a porter’ da sfoggiare in salotto. Ribadisco e mantengo il punto: quel che c’è di vitale in tante musiche d’oggi dista le mille miglia dalle passerelle del glamour, dei soliti noti (e promozionati) che le occupano. Ma al di là di questo palcoscenico la nostra ‘grande stampa’ non guarda: perfettamente legittimo, ma questo non dà diritto che di sentenziare che ovunque, altrove non ci sia qualcosa di interessante e vivo. Soprattutto quando della quotidianità- soprattutto locale – della musica non ci si occupa quasi più (basti il confronto con una pagina, anche cittadina, della ‘Repubblica ‘ di 30 anni fa). Milton 56

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  3. È la prima volta che vi leggo e anche la prima che scrivo, e perciò intanto volevo farvi i complimenti per il sito, davvero ben fatto e pieno di contenuti interessanti. Vengo dal rock (dal punk in realtà), ma da diversi anni ormai ho iniziato a esplorare i bassifondi del jazz e sono davvero contento di aver trovato un posto così.

    E passo al punto, che mi sta a cuore.

    Di articoli che decretano la morte del rock ne escono in discreta quantità da almeno un lustro (ma ne sono sempre usciti: ricordo quando uscì “Songs for the Deaf” dei Queens of the Stone Age le grida di giubilo per la band che aveva «salvato il rock», il quale evidentemente era in punto di morte anche allora). Di solito sono interessanti quanto un editoriale in prima pagina su «Libero» e mostrano un livello di conoscenza della materia da terza elementare. La verità è che questi signori – come sottolinei bene tu – valutano lo stato di salute del rock *sempre* in relazione alla sua salute commerciale. Se però usassimo questo criterio come base di un’analisi un attimino più approfondita, arriveremmo a concludere che il rock è stato *veramente bene* soltanto – taglio con l’accetta – tra il 1967 e il 1970. Basta sfogliare le classifiche degli anni del punk e del grunge (la lista Billboard del 1992, l’anno di “Nevermind”: https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_Billboard_200_number-one_albums_of_1992), infatti, per rendersi conto di quanto la storia del suo dominio incontrastato sia in realtà un mito. Il problema è che a questa gente fa fatica anche fare una ricerca di due minuti su google, figuriamoci ad alzare il culo ed entrare in un negozio di dischi o – non sia mai, contessa! – ad andare a qualche concerto in qualche locale che puzza di birra e sudore. Il rock ha i suoi problemi, inutile negarlo: tanti di questi gli sono derivati *proprio dalla megalomania*, che ha portato con sé non solo la tendenza a essere fagocitati dall’industria dello spettacolo (per poi essere sputacchiati fuori in briciole), ma anche quella, parallela, all’agiografia e a fare di tutto «storia del rock», come se il presente non contasse nulla. Lontano dai riflettori, tuttavia – e chi ha imparato a scavare in profondità questo lo sa benissimo -, il rock è ancora vivo e vegeto: ed è stato quasi sempre così.

    Leonardo

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    1. Allora LeoDurruti (a proposito, occhio che se persino Puidgemont rischia di vedere il sole a scacchi, figuriamoci il Durruti che nel 1936 a Barcellona fece fallire il putsch del Generalissimo Franco…. I cui eredi tuttora pullulano indisturbati in Spagna), prima di tutto grazie per l’attenzione e la stima, speriamo di esser all’altezza e di poter esserti d’aiuto nelle prime incursioni in territorio jazzistico.
      Credo che la questione non stia nemmeno nelle classifiche di vendita: teniamo presente che si vende in primis ciò che viene prodotto in una certa massa critica, e di questo si vende BENE, trasformandolo in fatto di cultura di massa, solo ciò che viene distribuito e promosso in una certa maniera. AI tempi di Presley, ma direi anche dell’esordio di Rolling Stones e Beatles, esisteva ancora un residuo di cultura popolare non completamente manipolato e gestibile dagli apparati del consenso, e questo può dar conto di fenomeni ora inspiegabili: per esempio, come in Italia De Andrè sia diventato un autore di culto per più generazioni di ragazzi italiani senza esser mai andato (né nominato) non si dice in televisione, ma nemmeno in radio. La RAI di allora, condotta peraltro da personaggi di statura intellettuale titanica rispetto ai loro attuali eredi, applicava infatti una censura ferrea ed efficientissima (mentre magari la rivista culturale dei Gesuiti si dava all’esegesi di ‘Dio è Morto’ di Guccini/Nomadi, considerato un ritorno di spiritualità tra i giovani… sic!). Eppure (o forse proprio grazie a questo) i ragazzi si prestavano l’un l’altro i dischi del Faber in un clima degno di ‘Fahrenheit 91’, e faccio notare che gli LP di allora erano oggetti delicati e deperibili, oltre a costare svariati multipli anche della paghetta di un bravo ragazzo di borghesia benestante… e su questo partirebbe un discorso interessantissimo, ma che ci porterebbe lontano. E questo spiega come certo rock abbia fatto breccia anche nell’industria dell’entertainment: non si possono ignorare centinaia di migliaia di persone che si cuocciono al sole di Monterey 1967 o sprofondano tre giorni nel fango a Woodstock 1969, è questione di credibilità e di presa sulla realtà. Ma nei colossi discografici come la Columbia di allora lavoravano ancora personaggi della tempra di Bruce Lundvall, che emergerà con molta chiarezza nella seconda puntata del resoconto su ‘Blue Note, beyond the Notes’.
      Ora l’industria del consenso è molto più sofisticata e pervasiva, ha l’iniziativa nel creare e nell’imporre la ‘sua’ cultura di massa, mai neutrale e sempre sottilmente orientata. Come il giornalismo politico italiano, quello delle ‘corazzate dell’informazione’, ha da sempre peccato di compiaciuta vicinanza al potere, illudendosi addirittura in certi casi di arrogarsi il ruolo di mefistofelico ‘consigliere del Principe’ ( ogni riferimento a testate realmente esistenti è puramente casuale…. come no 😉 ..), altrettanto il giornalismo culturale e di spettacolo si picca anch’esso di sedere nella ‘stanza dei bottoni’ dell’industria del consenso, oggi forse più importante di tante altre cittadelle tecnocratiche. Mentre in realtà non fa che sfogliare portfolio stampa e presenziare a showcase pensati e predisposti da altri, riducendosi ad un ruolo di semplice megafono (tra l’altro perdendo così qualsiasi ruolo e potere nei confronti dello stesso show business).
      Sono iscritto alla newsletter della piccolissima etichetta Cuneiform, molto attiva ormai soprattutto nel campo del rock di avanguardia e di ricerca. E’ una delle poche web-circolari che arriva puntualmente ed assiduamente (al contrario di quelle di autentiche multinazionali planetarie, che spesso annunziano dischi già in distribuzione da due-tre mesi….). In queste comunicazioni non solo si nota una sistematica pubblicazione di molti gruppi che solo a leggere i loro organici appaiono decisamente originali, ma si dà conto di lunghe tournee degli stessi per gli angoli più sperduti d’America (e spesso anche d’Europa, Italia esclusa…. Spesso ci viene preferita persino la disastratissima Ucraina o l’inquietante Ungheria). Dubito che questi musicisti si mettano per strada – spesso in pieno inverno – per pure motivazioni turistiche, evidentemente c’è un pubblico che li attende e gli consente quantomeno di coprire le spese. Da jazzofilo, per di più italiano, guardo a tutto ciò con un misto di invidia e malinconia, pensando che un simile circuito non dico ‘alternativo’, ma semplicemente ‘indipendente’ di fatto in Italia non esiste per la mia musica (e temo ormai anche per altre). Si può capire ora perché alla lettura di certi articoli – semprechè io riesca ad arrivare sino in fondo – debba seguire una bella seduta di training autogeno per disperdere la tensione accumulata. Stay tuned, Leo…. Milton56

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