Sunny Murray e la teoria della relatività

 “it was the end of swing as we know it. It became so fast it became slow. Sunny Murray is the first drummer who ever played the theory of relativity.”

Alan Silva

Sunny Murray è scomparso il 10 dicembre del 2017, giusto un anno fa, ma è stato presto dimenticato, esattamente come quando ancora era in vita. Lo sostiene Pierre Crepon in un bel ritratto per Wire da cui estrapolo alcuni passaggi interessanti:

Dopo aver suonato con Cecil Taylor e Albert Ayler, Sunny Murray ha creato alcune delle musiche più importanti della sua carriera tra il 1968 e il 1972.

Sebbene esista abbastanza materiale per un cofanetto, gran parte del lavoro di questo musicista, in prima linea in un momento rivoluzionario nella storia della musica, rimane inedito.

Quando Sunny Murray morì il 7 dicembre 2017 a Parigi, ci volle un’intera settimana prima che comparisse un necrologio sul New York Times, come se la sua morte fosse davvero degna di notizia. Ma Murray era uno dei musicisti più importanti nel jazz d’avanguardia. Come scritto nella manciata di necrologi, aveva inventato un nuovo modo di suonare la batteria senza usare lo strumento per la funzione precicua, battere il tempo.

Ma a giudicare proprio da questi necrologi, era quasi come se Murray fosse svanito dopo i contributi alla scena di New York nei gruppi di Cecil Taylor e Alber Ayler, proprio come quest’ultimo.

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Sunny Murray and his son buying ice cream at Zoo de Vincennes, Paris, 1971. Photo by Thierry Trombert

Nel caso di Sunny Murray, questi anni cruciali della sua carriera, dal 1968 al 1972, sono diventati quasi invisibili, con molte delle prove registrate rinchiuse in archivi dove le leggi del mercato assicurano che probabilmente rimarranno.

Nel 1968, l’organizzazione europea itinerante del Newport Jazz Festival assunse Murray per suonare in un programma a fianco dei tre grandi batteristi Max Roach, Elvin Jones e Art Blakey. Murray aveva allora 32 anni, suonava in prestigiose sale da concerto in tutto il continente europeo e suscitava reazioni forti, tipiche di un’epoca in cui il dibattito era una componente chiave delle critiche.

A Londra, Murray venne fischiato da una folla di migliaia di persone, un suono unico che avrebbe ricordato per il resto della sua vita. A Berlino, un duetto improvvisato con il chitarrista elettrico Sonny Sharrock, è stato acclamato da un pubblico notoriamente difficile. A Parigi, Murray ha esteso la breve dimostrazione di batteria che avrebbe dovuto dare, invitando sul palco il tenore Paul Jeffrey e due sassofonisti allora sconosciuti, il giamaicano Kenneth Terroade e il sudafricano Ronnie Beer. La musica grezza fatta dal batterista e una prima linea di tre fiati che improvvisavano liberamente era qualcosa che non era mai stata ascoltata prima.

Murray fu accolto in Francia come un leader. Murray e il sassofonista Barney Wilen fornirono la musica per un film sperimentale, e venne registrato un album per il mercato locale dal titolo Big Chief . Ci sono voluti 40 anni perché questa registrazione raggiungesse gli Stati Uniti attraverso gli sforzi dell’etichetta Eremite.

Chiarezza e forza emersero dalle sue composizioni, in particolare da “Angel Son” straziante brano dedicato al figlio primogenito Wayne, morto in un incidente domestico nel 1966. Il disco terminava con una versione di “This Nearly Was Mine”, un brano tratto dal famoso musical South Pacific , che rivela chiaramente la capacità del batterista di organizzare un ensemble in grado di occupare l’intera gamma di frequenze sonore, utilizzando strumenti che vanno dal violino al contrabbasso.

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From left: Bob Reid, Sunny Murray and son, Kenneth Terroade, Byard Lancaster at Zoo de Vincennes, Paris, 1971. Photo by Thierry Trombert.

Nel 1968-69, Murray era in uno studio di registrazione a New York per la Columbia. La jazz star  dell’etichetta era Miles Davis, e la sessione progredì con difficoltà, con numerose false partenze e richieste continue del produttore John Hammond dalla cabina di controllo di andare avanti. Ma la musica che è stata registrata sul nastro aveva poco a che fare con le “blowing sessions” spesso associate frettolosamente al free jazz dell’epoca. Inutile dire che la registrazione di Murray per la Columbia, Spiritual Infinity il titolo, non è ancora stata pubblicata.

L’articolo è corposo e corredato da foto d’epoca di Thierry Trombert, sviluppa inoltre  una analisi del suono e dello stile del batterista e racconta con dovizia di particolari gli anni parigini di Murray e lo trovate linkato qui sotto.

Personalmente ho un ricordo da condividere: la prima volta che vidi Murray dal vivo fu a Moers, anno 1978 o 1979, suonava in trio con Malachi Favors e David Murray. Era la sera stessa in cui, dopo molte ore di automobile, arrivammo nella cittadina tedesca. I concerti erano nel parco, molto bello e anche molto fradicio per la pioggia, il programma del festival era notevole tanto che, colpevolmente e anche un po’ per stanchezza, non mi godetti appieno il trio pensando a coloro che sarebbero succeduti. Fortunatamente ho potuto riascoltarlo negli anni successivi e apprezzarlo per quanto meritava.

.  https://www.thewire.co.uk/in-writing/essays/playing-the-theory-of-relativity-sunny-murray-europe-1968-72

Nella prima foto da sinistra a destra: Donald Ayler, Albert Ayler, Sunny Murray, Charles Tyler

Picture by Guy Kopelowicz (from Albert Ayler’s Spirits Rejoice session).

 

1 Comment

  1. Spiace dover citare la solita Discoteca Svedese, ma ormai si può far capo pressocchè solo a lei per trovare certe cose (in modo lineare e pianamente accessibile). Qui c’è un disco in trio con Charles Gayle e William Parker, che credo proprio dia un’idea del Murray delle origini:

    Sugli ‘armadi chiusi’ dell’industria discografica, che dire? Che il sistema della proprietà intellettuale (di cui di fatto beneficiano quasi esclusivamente le majors e qualche divo di fama planetaria) dovrebbe esser temperato da una norma che faccia cadere l’esclusiva in presenza di mancata pubblicazione del materiale per un dato periodo di tempo…. Invece ora ci troviamo con i copyright a 70 anni, bel regalo agli inglesi per tutelare l’industria del Beatles Revival (una delle pochissime che gli rimangono…). Milton56

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