‘Jazz all’italiana’: le ‘pagine bianche’ della musica (1)

Nei miei anni verdi, si parlava spesso delle c.d. ‘pagine bianche’ dei libri di storia sovietici, delle storiche foto di gruppo da cui ogni tanto qualcuno spariva come per magia. Niente di tutto questo nel Bel Paese, per carità: noi eravamo più avanti, più pratici e meno esteti, avevamo le ‘pagine strappate’ nei volumi dell’Archivio di Stato.. (1967, gli storici scoprono la brutale asportazione di oltre 50 pagine dalla “Relazione della Commissione Parlamentare sui fatti di Caporetto 1917”..…).
Mrs. Anna Harwell Celenza ci rammenta ora che soffriamo di ‘amnesie collettive’ persino nel piccolo orticello della storia del jazz nel nostro paese. Mrs.Harwell è una storica e musicologa professionista che ha vissuto in Italia per quattro anni, al seguito del marito, responsabile di una fondazione culturale americana. Il libro nasce per caso, quando l’autrice si è imbattuta in alcune curiose notizie sui contatti intercorsi negli anni ’30 tra Frank Sinatra e l’ambiente musicale italiano (sic!). Tirando vari fili di questa vicenda e valendosi anche largamente dei noti lavori di Adriano Mazzoletti, la Harwell è rimasta affascinata e sorpresa da una serie di scoperte sull’irrompere della ‘musica sincopata’ in Italia. Faccenda molto più complessa e bizzarra di quanto l’opinione comune generalmente ritenga.

Sgombriamo il campo da un equivoco: non siamo ad una conferenza stampa di presentazione di Umbria Jazz, con Renzo Arbore negli improbabili panni di etnomusicologo (all’uomo di ‘Alto Gradimento’ e di ‘Quelli della Notte’ perdoniamo anche questo, siamo sentimentali…). Le oltre 30 pagine di note e bibliografia che chiudono “Jazz all’Italiana- Da New Orleans all’Italia fascista e a Sinatra” (pagg.263, Carocci Editore, €.23,00 – ahimè!) stanno a dimostrare che ci troviamo in presenza di un saggio basato su di una granitica base documentale ed in tutto degno del prestigioso catalogo di testi di livello universitario dell’Editore. Intendiamoci: da buona storica di scuola anglosassone, Mrs.Harwell ha una bella prosa brillante e chiara (lì non scrivono ad uso dei soli colleghi per far punteggio nei concorsi…), che rendono ‘Jazz al’Italiana’ una lettura decisamente piacevole e sempre più immersiva, anche grazie a numerose testimonianze dirette dei protagonisti, sempre però saggiamente ‘inquadrate’ dall’autrice nelle vicende storiche oggettivamente documentate.

Tanto per iniziare, il libro ci porta nella New Orleans di fine ‘700, che tra mille altri conosce l’arrivo di alcuni curiosi migranti: sono musicisti italiani formati e professionisti, attratti dall’apertura di un nuovo teatro d’opera. Si crea una comunità musicale che mette radici in una città non rigidamente segregata, i cui gli italoamericani si trovano a vivere gomito a gomito con gli afroamericani nei quartieri più poveri: la loro considerazione sociale non era granchè diversa da quella dei neri…. Con lo scorrere delle generazioni, i musicisti italiani, professionisti e dilettanti, cominciano a comparire nei caffè e nei luoghi della musica popolare, con rapporti sempre più fitti con il loro omologhi creoli e di colore. La Harwell analizza molto in dettaglio le diverse caratteristiche delle varie comunità di emigranti italiani sparse negli States, con atteggiamenti e tradizioni musicali molto differenziate: brillantemente inserita nei ‘piani alti’ dello show business del ragtime quella ‘settentrionale’ forte e strutturata di San Francisco, più attardata in una segregata tradizione folklorica quella ‘meridionale’ di New York, immersa sino al collo nella ribollente scena musicale locale quella di Chicago, brillantemente rappresentata dall’ambizioso ed attivissimo Nick La Rocca. Un notevole merito del libro è quello di evidenziare una poco nota ‘bidirezionalità’ delle relazioni musicali tra Stati Uniti ed Italia: i musicisti italiani ed italoamericani che si affermano sulla scena statunitense di inizio ‘900, talvolta ritornano in Italia….
In questo movimento pendolare transoceanico di musiche sin inquadra anche lo sbarco nel Nuovo Mondo dei Futuristi italiani. Che lì furono presi molto sul serio sul piano culturale (da noi funzionarono molto di più come agit-prop bellicisti… purtroppo), complice anche la loro associazione con la figura di Guglielmo Marconi, che godeva di immenso prestigio negli States. Marinetti ed i suoi trovano quantomai ‘futurista’ la parola ‘jazz’ (sulla quale la Harwell allinea una serie di documentate notazioni filologiche che tutti gli araldi della c.d. ‘BAM’ dovrebbero leggere attentamente…): con la musica che ci sta dietro, poi, è colpo di fulmine immediato. Già negli anni ’10 il foxtrot comincia a penetrare in locali di gran moda di Roma e Milano, attirando non pochi musicisti di formazione classica, e non solo per le buone opportunità economiche che offriva.

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Gli yankees arrivano in Italia: tra di loro, Ernst Hemingway….

L’epocale, apocalittico choc della Prima Guerra mondiale, che proiettò traumaticamente la chiusa Italietta umbertina e contadina nella modernità più brutale e sconvolgente, fa il resto: anche in Italia sbarcano gli Yankees, portandosi al seguito i locali da ballo della YMCA (affollati ben presto da italiani quasi più numerosi dei militari americani) e soprattutto la USAAS- United States Army Ambulance Service, unità di sanità militare con annessa banda (bianca). Coinvolta in un vortice di attività benefiche e mondane (l’unità aveva anche funzioni di pubbliche relazioni e propaganda, si trattava anche di far dimenticare la modestia del contributo propriamente militare statunitense sul fronte italiano) la USAAS soggiornera’ in Italia sino a tutti i primi anni ’20, divenendo l’equivalente italiano degli Harlem Hellfighters di Jim Europe in Francia. L’impatto è talmente forte che la Fonotipia, allora maggiore casa discografica italiana fondata dal Barone D’Erlanger (compositore in proprio), fa una ragguardevole offerta economica all’orchestra USASS per alcune registrazioni: i musicisti in divisa declinano per motivi morali….. ed incidono parecchi dischi senza alcun compenso (!!!). Registrazioni purtroppo perdute, ma risulta che oltre agli immancabili foxtrot, vennero incisi diversi brani dell’Original Dixieland Jazz Band di Nick La Rocca, di cui i giovani musicisti americani avevano constatato con stupore la grande popolarità in Italia (!!!).

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I ‘roaring Twenties’ italiani…..

Ma chi ascolta la nuova musica in Italia? Un giovane membro di USAAS ricorda con nostalgia un’epica festa cui l’orchestra fu invitata in una grande dimora milanese: era la casa della contessa Jeannette Dal Verme (cognome milanese con qualche secolo alle spalle), la serata si conclude con un’altra ‘aristocratica’ che su due piedi e mobilitando l’ambasciatore americano in Italia organizza una loro trasferta a Roma. La ‘aristocratica’ era la sportivissima Iolanda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III. In altre parole, la diffusione del jazz avviene soprattutto in ambienti aristocratici ed altoborghesi e soprattutto nelle zone urbane del Settentrione (anche in provincia). SI apre così una ‘faglia’ sociale e geografica che avrà importanti conseguenze nei decenni a venire.

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Di Piramo: senza esitazioni, dall’Opera al Fox Trot…

Ma intanto Milano, Torino, Genova, Firenze vedono aprirsi diversi locali lussuosi e raffinati ed in cui fanno la loro comparsa le prime orchestre italiane che suonano la ‘musica americana’: tra di esse spicca l’Orchestra Di Piramo (ex primo violino dell’Opera di Montecarlo, convintamente passato alla nuova musica), la Myrador Syncopated Orchestra dell’impresario Agazzi e molte altre.

A Roma scendono direttamente in campo i futuristi: Balla, Depero e Bragaglia aprono scenografici e fantasiosi locali notturni, immediatamente intasati dal gran mondo mescolato a personaggi di notevole originalità: e sul palco c’è “il Jazz Band, il prodotto tipico della nostra generazione eroica, violenta, prepotente, brutale, ottimista, antiromantica, antisentimentale ed antigraziosa. Nasce dalle guerre e dalle rivoluzioni. Rinnegarlo è rinnegarci” (Franco Casavola, autore de ‘La Musica Futurista’).

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I Futuristi scendono in campo: si allestiscono i primi ‘night’…..
Ma in questa vera polveriera, non solo politica, ma anche sociale e culturale, che è l’Italia dei primi anni ’20 la nuova musica è solo affare di mondani scatenati ed artisti d’avanguardia? E soprattutto: è percepita solo come una musica di matrice essenzialmente bianca? Ed anche qui ci aspettano sorprese. Dalla Chiesa Cattolica cominciano a partire preoccupati strali, mirati soprattutto ai balli scatenati ed ai conseguenti perniciosi effetti sulle giovani donne coinvolte. Dal mondo dell’opera si levano primi mormorii scandalizzati, che sfoceranno più avanti in una vera e propria crociata guidata addirittura da Mascagni. Ma c’è anche un Puccini che a Viareggio nel 1924 assiste assiduamente ai concerti dell’Imperial Jazz Band, fa amicizia con il pianista Escobar e gli chiede ripetutamente la trascrizione di passaggi di banjo e tromba dell’orchestra (“ho un’idea per un’opera…”).

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Alfredo Casella, un grande ‘epurato’ della musica italiana…. 

“ Fra tutte le impressioni che un musicista può aver provato agli Stati Uniti, quella che domina ogni altra per la sua originalità, la sua forza di novità ed anche di modernismo, la sua enorme dotazione infine di dinamismo e di energia propulsiva, è senza dubbio la musica negra, detta jazz”. E’ Alfredo Casella a scrivere, uno dei musicisti più brillanti e cosmopoliti del nostro ‘900, che dedicò alla nuova musica diversi articoli e saggi, molto incisivi e penetranti, che crearono vivaci reazioni in ambito accademico (mentre l’American Academy in Rome lo chiama a partecipare alla giuria di un concorso dedicato a giovani compositori statunitensi in viaggio di studio in Italia…). Nel 1920 viene pubblicato poi un suo “Foxtrot per pianoforte a 4 mani”: non stupisce che il povero Casella sia praticamente scomparso dalla programmazione delle nostre sale da concerto anche oggi, mentre è largamente eseguito in Gran Bretagna, per esempio. Ma il grande pubblico che ne sa del jazz? Si ritiene che sia stato il grande direttore Ernst Ansermet a parlare per primo della musica del Nuovo Mondo al pubblico dei lettori dei giornali….. ed invece già nel 1919 su un supplemento letterario del Corriere della Sera era comparso ‘Musiche e Danze Americane’, lungo articolo firmato dal Cavalier Zuculin, console italiano a New Orleans (!). Pur con la disinvoltura dell’uomo di mondo dilettante in tutto, il diplomatico fornisce ai lettori italiani una gran quantità di informazioni sulla musica che si suona nella capitale della Lousiana, riconosce acutamente il ruolo determinante del musicisti neri, ironizza causticamente sull’ostilità al jazz del puritanesimo protestante, ed infine evidenzia anche il contributo dato al nuovo linguaggio musicale dagli immigrati italoamericani. Siamo agli albori della ‘nazionalizzazione del jazz’… ma questo è argomento della prossima puntata. Stay tuned. Milton 56

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