Critica (senza ragion pura)

Quando mai in Italia si dà peso al giudizio di un critico? Quasi mai, e c’è una ragione ben specifica perché ciò accade: il critico italiano medio tende a parlar bene di qualunque band, meglio ancora se famosa. Leggersi certe recensioni sul Rolling Stone fa venire i brividi, il servilismo verso le case discografiche è lampante, quasi perverso nella sua continua ostentazione.

Fonte: https://unavoltahosuonatoilsassofono.com/2013/01/18/la-questione-scaruffi/comment-page-1/#comment-2827

Per quale motivo l’orecchio, le propensioni, i gusti del sedicente critico musicale di turno, ovvero commentatore e nulla più, dovrebbero avere un qualche valore aggiunto rispetto a quelli di qualsiasi altro ascoltatore di musica?

Il motivo non c’è, perché a determinare l’unica possibile differenza sono lo studio, le competenze, la preparazione (e non la fortuna, o raccomandazione, di poter scrivere sul questo o quel giornale), strumenti puntualmente mancanti nella stragrande maggioranza dei cosiddetti, sedicenti critici musicali, italiani e non. Lo studioso, il competente non fa preferenze, giudica sulla base non del proprio gusto personale ma degli strumenti in suo possesso utili a condurre analisi, ad approfondire, a, in tre parole, esercitare una critica, il cui obiettivo non è mai, semplicisticamente, dire bene o male di qualsivoglia prodotto musicale (come purtroppo sembra aver inteso la grossissima parte dei sedicenti critici musicali, divisi tra feroci attacchi e smielosissimi salamelecchi basati, fra le altre cose, sul nulla) ma, come qualsiasi altro genere di critica, fornire chiavi di lettura il più possibile scientifiche e oggettive.

Fabrizio Basciano, Il Fatto Quotidiano

Meglio mille stroncature di una recensione sconfortante . Basterebbe dire: mi fa schifo, è un brutto disco e non sono arrivato nemmeno in fondo. Non compratelo!

(Piero Bittolo Bon, su Facebook)

Buona parte del giornalismo rock è costituito da gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere.

(da un’ intervista di Ben Watson a Frank Zappa, Mojo Magazine, ottobre 1993)

“Immaginate, per un momento, i commentatori di calcio che si rifiutano di spiegare le formazioni e le partite. O uno show televisivo culinario che non cita mai gli ingredienti. O un esperto di auto che si rifiuta di guardare sotto il cofano di un’automobile”.

“Questi esempi possono sembrare poco plausibili, forse ridicoli. Ma qualcosa di paragonabile sta accadendo nel campo del giornalismo musicale. Si possono leggere intere pile di riviste musicali e mai trovare alcuna discussione approfondita sulla musica. La conoscenza tecnica della forma d’arte è scomparsa dalla sua trattazione”.

Ted Gioia, The Daily Beast

..credo che molti nuovi critici che scrivono, soprattutto on-line, lo facciano per darsi un tono e ricevere dischi gratis, per avere uno spazio dove dire che esistono, e invece di parlare del proprio cane o di cosa hanno cucinato, parlano di musica.

(tratto da una discussione presa da Facebook)

P.S. Qui a TdJ ci definiamo da sempre jazzfans e nessuno di noi ha l’ambizione di considerarsi un critico musicale. Parlando poi in prima persona, mi mancherebbero talmente tanti requisiti fondamentali per aspirare a far parte della categoria che mi sto attrezzando per aprire un nuovo blog in cui parlo della mia collezione di francobolli….

Nel frattempo a chi voglia minimamente approfondire la questione suggerisco questa lettura:

https://www.exitwell.com/che-cose-la-critica-musicale-e-perche-fa-schifo-in-italia-perlopiu/

 

3 Comments

  1. Da blogger a blogger devo dire che la situazione della critica è molto cambiata dai tempi delle celebri invettive di Zappa. Quello di Zappa era un modo passivo-aggressivo di denunciare una critica che non era “al suo stesso livello” nel legittimare la sua musica. Non era facile partire da Veloso passando per Howlin Wolf fino a cogliere alcuni elementi del jazz a lui contemporaneo, per immergerli nella psichedelia (quando non nel rock anni ’50). E doveva essere ancora più difficile dover leggere recensioni che coglievano al massimo un decimo di tutta la sua ricerca musicale e selvaggia satira sociale-politica-religiosa. Ma Zappa era Zappa, e in parte gli piaceva essere incompreso.

    Oggi invece la crisi della critica è nell’ambito dell’autorevolezza dallo sguardo dei giovani, che non parlano il linguaggio delle riviste e si confrontano con coetanei attraverso mezzi più contemporanei (ma non per questo, come spesso ci ritroviamo a dire, più dispersivi o brutalmente sintetici). Le riviste specializzate sono sempre meno specializzate, oggi compri un rivista “rock” e dentro c’è il rap, la trap, il jazz, il metal, la drone, la tecno, la dance, il trip-hop, lo swing, il blues, r’n’b, i canti moldavi, la new wave italiana, il free jazz punk inglese, eccetera. In questo modo si perde completamente una linea editoriale qualsiasi a favore del ‘ndo cojo cojo. Le recensioni super-brevi non servono a nessuno, né a chi scrive né a chi legge, quelle lunghe spesso e volentieri sono poco più che liste della spesa di nomi, date e album senza un filo logico-musicologico-critico.

    Ai tempi di Zappa il problema era se la critica effettivamente avesse i mezzi per parlare di musica (e la storia direi che ci dice che sono stati fatti moltissimi tentativi, alcuni riusciti altri meno), oggi è se la critica ha effettivamente un ruolo nell’era digitale (e qui ti rimando a questo articolo che ho pubblicato poco tempo fa non sul mio blog: https://www.altrevelocita.it/inutilita-della-critica-nellera-digitale/).

    Ciò che manca alla critica adesso è la voglia di mettersi in discussione e di evolvere i propri linguaggi sulle piattaforme più adeguate. Ciò non significa affatto di abbassare le aspettative dei fruitori con analisi raffazzonate o improvvisate al cellulare, ma di adeguarsi alle grammatiche del proprio tempo. Però è solo una mia modestissima opinione!

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  2. mah, ‘critica’ è parola impegnativa. Correttamente intesa, non è sparita solo dal campo musicale, ma anche da quello letterario o cinematografico. È un riflesso dello scomparire di ‘visioni del mondo’ definite e capaci di orientare il caos quotidiano. Io ne sento la mancanza, anche perché non basta esporsi ad un flusso di produzione indistinto e generico per scoprire qualcosa di valore come un cercatore d’oro che consuma la vita setacciando la sabbia di un fiume. A parte la disponibilità di tempo (sempre minore) c’è l’effetto di saturazione e noia prodotto da tante fruizioni sterili e deludenti, che portano fatalmente ripiegare sul già noto. Circola troppo fideismo internettiano circa il fatto che ‘la quantità ha una qualità tutta sua’, come dicevano i generali sovietici del 1940-41, con i noti risultati. Ritornando a noi, la sede della ‘critica’ è il libro, trattazione sistematica e meditata, informata da criteri chiaramente dichiarati e linearmente applicati. Con la situazione dell’editoria in Italia, se ne vede poca e discontinua. Il fenomeno dei blog web è cosa diversa: certo c’è una componente narcisistica e di autopromozione, ma alla base c’è l’assenza di semplice informazione che non sia pubblicità redazionale malamente mascherata, di fronte ad una offerta da parte dell’industria della musica che ha caratteri caotici, pletorici e che disorientano un pubblico minimamente consapevole e motivato. Parlavo ieri con i titolari dell’ultimo negozio di dischi di Ferrara, che tra una tristezza e l’altra, lamentavano di aver a che fare con un’industria discografica che, a partire dai rappresentanti a risalire a dirigenti commerciali, non sa nulla dei contenuti dei dischi che maneggia, conosce solo le tecniche per riempire le caselle della scacchiera di mercato che ha davanti. I Tecnici del Come, che non sanno nulla del Cosa (e se ne vantano pure, lo teorizzano): realtà che ha preso piede ormai in molti e svariati campi, purtroppo. Ed anche da parte dei creatori di musica si nutrono molte pericolose illusioni: se si fanno scelte estetiche nette e chiare, si dispiacerà a qualcuno, è naturale. Non esiste “il Pubblico”, esistono “i pubblici”, bisogna riconoscere quello con cui dialogare e costruire nel tempo un rapporto solido e di scambio reciproco, che matura soprattutto in una intensa attività concertistica che accorci per quanto possibile le distanze tra palco e platea, minimizzando la componente di ‘spettacolo’. Partire alla conquista dell’intero mondo con un vasto campionario di perline colorate sempre diverse può garantire qualche illusione iniziale, può portare a riempire la scena, per poi esser rapidamente ‘consumati’ da uno show biz che produce a getto continuo trafficanti di bigiotteria sempre più superficialmente sberluccicante ed alla lunga sempre più deludente e frustrante prr un pubblico minimamente avvertito, quello ancora capace di una minima fedeltà. Milton56

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