Fare spazio a giovani talenti. Da 80/81 a Side eye il percorso di Pat Metheny

Spesso è capitato, nel dialogo con musicisti affermati, di soffermarsi sul tema del passaggio di testimone, di come trasmettere a giovani musicisti la propria esperienza per dare continuità e tramandare il sistema di valori che si è consolidato nell’ambito di una musica in prevalenza non scritta come il jazz.

La tematica ultimamente occupa anche Pat Metheny, che annuncia dal proprio sito il lancio di una nuova iniziativa intitolata “Side Eye”, ideata per offrire spazio e visibilità a giovani musicisti che nel corso degli anni hanno catturato l’attenzione dell’affermato chitarrista del Missouri. “Spesso mi capita di incontrare musicisti che si dicono influenzati dai miei dischi, li invito a suonare con me, e capita di stabilire subito un’intesa, dato che loro sono letteralmente cresciuti con la mia musica. Da un lato mi incuriosisce vedere come affrontano le sfide costituite dai mei vecchi brani, e nello stesso tempo sono intrigato dalla possibilità di scrivere nuova musica per loro”. La prima edizione di Side Eye includerà il tastierista James Francies ed il batterista Nate Smith.

Una decisione che trova le proprie radici nell’esperienza del giovane Metheny, spesso impegnato, agli inizi della propria carriera, al fianco di musicisti più anziani dai quali trarre insegnamenti e risposte. Come accadde nel maggio 1980, quando il ventiseienne chitarrista, reduce dalle prime prove del proprio gruppo in casa ECM e dalla tourneè del magico “Shadow and light” di Joni Mitchell, tornò negli studi Talent di Oslo in compagnia di un manipolo di maestri più anziani come Charlie Haden, Jack DeJohnette, Dewey Redman e Michael Brecker. L’idea era proprio quella di riunire attorno a sé alcuni dei musicisti più stimati ai quali sottoporre un pugno di proprie composizioni inedite. Il risultato finale, che includerà anche l’omaggio ad Ornette Coleman con “Turnaround”, una folk song scritta da Haden ed una composizione di gruppo, diventerà un doppio LP “(80/81)” dal numero di catalogo 1180/81 dell’etichetta ECM, destinato a fare storia, imponendo uno stile che marcherà i seguenti decenni nel campo della musica jazz. L’album, cui fece seguito un lungo tour mondiale, raggiunse il numero 4 nella classifica jazz di Billboard, distinguendosi per la qualità nel panorama jazz del periodo, e fu nominato Disco dell’anno dalla critica tedesca.

Comunque la si pensi circa la seguente carriera di Metheny – più luci che ombre,  secondo me – qui l’arte del chitarrista viene rappresentata in uno dei momenti più esaltanti, nutrita dal fuoco dell’invenzione e dall’emozione di condividere pensieri e musica con musicisti affermati ed ammirati, in grado di assicurare la giusta dose di swing anche ad un progetto targato ECM, questa forse la connotazione più marcata dell’opera. La musica di “80/81” è una miscela agrodolce in cui alle angolari temperie  ornettiane di “Turnaround” ,  “Pretty scattered” o dell’improvvisata “Open”, si alternano le morbide curve del sax di Brecker protagonista di “Every day (i thank you)”, il tema all’unisono sax/chitarra della title track scritta per Redman,  il dialogo fra i due sassofoni di “The Bat”, e gli slanci delle due “Folk songs” che aprono in modo del tutto inatteso un disco di jazz ECM. Pat si riserva un unico momento solista nella finale “Goin’ahead”, scritta per il collettivo, ma lasciata poi alle sole corde della chitarra acustica, creando così una sorta di modello per molte delle successive composizioni del chitarrista.

Curiosamente, oltre al primo disco di Metheny con strumenti a fiato, si tratta del primo incontro in sala d’incisione sia fra Haden e DeJohnette che fra Redman e Brecker, e proprio un aneddoto del tour europeo circa il rapporto fra i due compianti sassofonisti riportato da Pat in un making of dell’album, racconta molto della magia del jazz. “ Mike e Dewey erano musicisti molto diversi, che non si sovrapponevano mai. Un giorno, agli inizi del tour in Portogallo, il nostro tecnico del suono David Oakes volle provare i microfoni dei due sassofoni, diede volume prima a Mike, poi a Dewey, ed ognuno suonò qualcosa nel proprio peculiare stile. Poi si trattò di provare insieme, ed entrambi si misero davanti ai microfoni e suonarono una lunga frase improvvisata al 100% all’unisono come fosse un solo strumento. Io, Jack (De Johnette) e Davis  ci guardammo negli occhi muti per dieci secondi chiedendoci: “ma cos’è successo?”. Se si fosse trattato di un brano scritto, ci sarebbe voluto un mese di prove per raggiungere lo stesso risultato”.

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