Il Best(i)one TdJ 2018 – 4° parte – Milton’s list

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disegno di Giulia Cenni

‘Quatto parole quattro’ di premessa. Questa ‘lista’ non è un podio. E’ una piccola mappa, di quelle degli antichi, approssimative, piene di spazi bianchi, di favolosi ‘hic sunt leones’. Una mappa dove sono appena tratteggiate delle piste, dei sentieri che deviano dalle strade quotidiane e dietro il cantone di casa cercano nuovi orizzonti. Si perderanno nel deserto? Anche i miraggi sono parte del Viaggio, ed anche la nostra musica lo è. A mio avviso è stato un anno ricco, soprattutto di evoluzioni che sono venute da ambiti relativamente poco noti ed inusitati, che a maggior ragione meritano di esser maggiormente evidenziati. Non cercateci quindi quelli che percorrono le grandi avenues in limousine, e nemmeno gli avventurosi esploratori di professione alla Bonatti od alla Heyerdahl… troverete solo quelli che percorrendo la strada di tutti i giorni ad un certo punto hanno guardato in una traversa sino ad allora ignorata e, dopo essersi voltati un attimo indietro, la hanno infilata….

DAVID MURRAY feat.SAUL WILLIAMS – “Blues for Memo” – Motema

JAMES BRANDON LEWIS / CHAD TAYLOR – “Radiant Imprints” – Off

ORRIN EVANS CAPTAIN BLACK BIG BAND – “Presence” – Smoke

MARQUIS HILL – “Modern Flows Vol.2” – Black Unlimited Music Group

FRANCESCO CHIAPPERINI EXTEMPORARY VISION ENSEMBLE – “The Big Earth” – Rudi Records

SIMONE ALESSANDRINI QUARTET – “Storytellers” – Parco della Musica

Ed infine, consentitemi una menzione speciale: è un ragazzo che fra poco farà ottant’anni (quasi sessanta tra le musiche più diverse, molte sono già storia), e come Benjamin Button ogni giorno diventa più giovane. Non vedrete sue foto in posa sui rotocalchi, non è ricevuto da ministri, i suoi rari concerti sono da segnare a lettere d’oro sul calendario, ma lui ed i suoi apprendisti stregoni sono sempre lì, a sperimentare tra gli alambicchi del loro esoterico laboratorio:

FRANCO D’ANDREA OCTET – “Intervals 2” – Parco della Musica

Buone vibrazioni a tutti. Ne abbiamo bisogno.

E mi raccomando, commentate con le vostre scelte. Milton56

 

10 Comments

      1. Ho avuto la fortuna di essere portata verso la musica da un grande uomo. Il mio maestro. Colui che mi ha aperto alla musica. Il jazz è stata la mia materia più difficile da concepire… capire… vivere… una volta mi annoiava… il jazz ora… mi fa vivere. Tutto il jazz. il mio maestro non c’è più ma vado avanti con quel che mi ha dato per usare la mia curiosità e la mia voglia di scoprire andando sempre oltre.

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      2. Ora rispondo alla tua domanda … i fiati… nel jazz amo i fiati in primis… poi il contrabbasso e le percussioni. I fiati. Son partita da lì Coleman e Zappa mi hanno portata da lui. Ok? 🤗

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  1. Tutte ottime scelte quelle di TDJ.
    Io propongo una maniciata delle cose che mi sono piaciute:
    Myra Melford’s Snowy Egret – The Other Side of Air: c’è sempre in questo gruppo una qualità melodica che mi sorprende e una pianista davvero brava
    Rudy Royston – Flatbed Buggy: come un vecchio film tra blues e far west…con clarinetto basso, fisarmonica e il violoncello di Hank Roberts
    Mary Halvorson – Code Girl: quello che non ti aspetti, canzoni strane tra chitarra che scende di tono e la tromba di Ambrose
    Yuhan Su – City Animals: la musica di questa vibrafonista taiwanese è leggera e ricca di idee
    Quin Kirchner – The Other Side of Time: da Chicago roba robusta, da Sun Ra a Mingus e oltre
    (mmmh potendo allungare la lista ci metterei Caroline Davis, Cuong Vu, Ben Wendel…ma mi fermo..)
    e poi ho ascoltato tanto Pipe Dream (Hank Roberts anche qui in ottima compagnia italiana)
    Ciao, pronti per un ottimo 2019

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    1. Tutte ottime scelte che non posso che condividere. Mi è spiaciuto non mettere Dave Holland e, tra gli italiani, mi sono dimenticato colpevolmente di Francesco Chiapperini…

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    2. Bentrovato, Loris. Avevo pensato anch’io a molti di questi nomi, Halvorson in testa. Snowy Egret mi piace parecchio sin dalla sua prima prova, ma devo dire che questo secondo disco non ho ancora avuto modo di ascoltarlo come si deve e secondo i miei standard (sto ancora cercando di procurarmi il disco fisico, sembra che Firehouse 12 sia un oggetto esoterico, con tutto quello che si importa in Italia poi…bah!). Idem dicasi per Royston, batterista e leader tra i più rilevanti della sua generazione, ho avuto modo di sentirlo dal vivo, purtroppo in contesto in cui era totalmente sottoutilizzato. Poi ho riflettuto su di un fatto: molti di questi musicisti hanno già una loro nicchia, per quanto piccola e di frontiera, nel mondo del jazz di oggi nel quale coltivano e sviluppano la loro musica. In questi ultimi mesi, invece, ho percepito l’inizio di una sorta di movimento, di migrazione verso lidi ancora incerti e non ben definiti, ma animata da istinti e motivazioni forti; singolarmente, questo esodo spesso prende le mosse non dai più estremi avamposti delle avanguardie dichiarate, bensì dall’alveo di una sorta di mainstream contemporaneo in cui si potrebbe benissimo soggiornare decorosamente campando di rendita, soprattutto negli States. Questi musicisti hanno una spiccata consapevolezza delle loro radici culturali e musicali – comprese quelle del passato più prossimo – e spesso riescono a farle reagire in modo efficace e comunicativo con le tensioni dei nostri tempi, spesso così afasici e chiusi in altri linguaggi: in altri termini, sentono acutamente l’urgenza dell’esprimersi, uno dei tratti imprescindibili del jazz di ogni tempo e stile. E su questa strada stanno pian piano recuperando sia un pubblico sinora un po’ disperso e disorientato, sia nuovi ascoltatori attratti dall’urgente vitalità della loro comunicazione. Per questo mi è sembrato opportuno dedicargli una selezione che è senz’altro fortemente ‘orientata’ e prescinde da una comparazione su scala più ampia (che risulta tra l’altro sempre più problematica sia per la grande varietà ed eterogeneità delle proposte, sia per la difficoltà di individuare valori comuni che possano servire a confrontarle qualitativamente). My five cents, come sempre. Grazie per interlocuzione. Milton56.

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  2. Concordo quasi integralmente.
    Sono felice della tua scelta di Simone Alessandrini.Ci credo tantissimo.È davvero un gran talento.L’ho proposto da poco qui alla Casa del Jazz con quel progetto e dal vivo è, se possibile, ancora più convincente.
    L’impatto mi ha ricordato la prima esibizione del Tinissima Quartet a cui ho assistito.
    Personalmente aggiungerei “The painted lady suite” di Michael Leonhart e la sua orchestra con i formidabili Donny McCaslin e Nels Cline.Shai Maestro con “The dream thief” continua a crescere in personalità.La curiosità del percussionista Sarathy Korwar con “My east is your west”,tra echi di Pharoah Sanders,Alice Coltrane e Shakti.
    Ed un quartetto di giovani musicisti di Nantes ,i No Tongues con “Les voies du monde”, sonorità cupe,tra rumorismo e sapiente uso di field recordings .Originali.

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    1. Grazie per l’intervento ed i suggerimenti, Luciano. Anch’io sono stato molto colpito da Alessandrini e dai suoi Storytellers. Parecchi mesetti fa scrissi una piccola presentazione del loro disco, purtroppo ora irraggiungibile via web causa traversie occorse al vecchio ‘Tracce’ (‘sopravvoliamo’, come dicevano ad Avanzi.. 😉 ); se provo a ricaricarla, qui mi processano per narcisismo autoreferenziale :-). Invidiamo molto la vostra scena musicale di Roma, qui a Milano notizie sempre più malinconiche….prossimamente su questi schermi.
      Milton56

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  3. Porca miseria!! mi accrgo solo ora di aver dimenticato un altro dei miei preferiti dello scorso anno e non posso non citarlo: Miles Okazaki – Work: The Complete Compositions of Thelonious Monk, per me uno dei lavori più originali mai fatti sulla musica di Monk. Condivido il tuo pensiero che molte cose interessanti vengono da quello che chiami ” una sorta di mainstream contemporaneo”. Si potrebbero fare dei nomi ma ad ognuno di trovare i suoi.

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