Saft, Swallow, Previte: l’arte di smontare e ricostruire

 

Le vicende del trio Saft, Swallow e Previte in casa RareNoise, sono ormai come le puntate di una fiction dagli sviluppi imprevedibili, e chi segue la serie si attende novità e sorprese ad ogni nuova “puntata”. Dopo l’esordio del 2014, “The New Standard”, manifesto degli intenti del gruppo, fra rispetto per le radici e connessione alla contemporaneità, scrittura ed improvvisazione, la successiva, parziale, svolta verso la forma canzone di “Loneliness Road”, (2017), con l’improbabile quanto azzeccato contributo vocale di Iggy Pop, arriva ora questo “You don’t know the life” consacrato alla formula dell’organ trio, naturalmente riletta secondo estro e sensibilità propri dei tre protagonisti. Un lavoro che, come i precedenti, risulta studiato e sviluppato con una cura per i dettagli che rappresenta la genuina passione dei musicisti per questo progetto collettivo.  Usuale attenzione maniacale riservata al suono degli studios scelti per la registrazione , stavolta sono i Sear Sound, uno degli ultimi grandi studi di Manhattan, fondato dall’ ingegnere del suono Walter Sear, dove fra gli altri hanno inciso David Bowie, John Lennon e Stevie Wonder, Lou Reed, Wayne Shorter, Steely Dan, e John Zorn.  Particolare strumentazione utilizzata, non solo organo hammond, insieme al basso /chitarra di Swallow ed alla batteria di Previte, anche un organo Whitehall ed un clavicembalo elettrico, ad ampliare fino a confini chitarristici lo spettro di sonorità a disposizione. Ed infine, oculata e significativa  scelta del materiale da sottoporre al  trattamento di ricostruzione creativa messo a punto dal trio, fra composizioni originali e riletture di standards. Calza a pennello, al proposito, l’accezione del termine declinata da Jamie Saft : “Il termine standard per me copre molti concetti: tutto quello che passa dai pezzi tradizionali di jazz a sigle di show televisivi per arrivare fino a brani fondamentali della mia gioventù, firmati da artisti come ZZ Top, Joni Mitchell, Bob Dylan e Stevie Wonder”.  Partendo da questi ultimi, troviamo in apertura il classico “Re: Person I Knew” di Bill Evans,  trasformato da un suono a metà strada tra l’organo Hammond e la chitarra elettrica, e proiettato verso una catarsi elettrica finale,  l’omaggio a  Roswell Rudd, figura centrale sia per Saft che per Swallow , mancato proprio poche settimane prima dell’inizio delle registrazioni, con la straniante “Ode to a Green Frisbee”,  la title track sospesa nel suo avvolgente andamento soul, piccola gemma dei tardi anni ’60, firmata da Tom Moore  della blues band dei Moving Sidewalks, nelle cui fila militava un altro mito di Saft , Billy Gibbons che formerà poi i ZZ Top. Quindi, altre due scelte quanto meno inusuali in un disco di jazz contemporaneo: l’inno “Moonlight in Vermont” ed una rilettura del classico di Burt Bacharach/Hal David “Alfie”, entrambe, nel contempo, fedeli all’originale e pronte ad intraprendere la strada verso lidi meno ovvii. Sul fronte dei brani autografi di Saft, “The Cloak”, immersa in un oceano di tastiere secondo lo stile avvolgente del pianista, e “Stable Manifold”, un brano swingante che ha per protagonista l’Hammond B3.  Completano il disco tre composizioni improvvisate: la malinconica ballad per momenti down “Dark Squares”, il soul blues di “Water From Breath” ed il mood ambientale di “The Break of the Flat Land”. A suggello del tutto, le parole di Steve Swallow che rivelano le modalità con le quali il trio usualmente lavora. “Jamie è l’architetto dell’edificio in cui la nostra musica deve abitare, ma quello che la rende particolarmente attraente per me, è la possibilità che le sue composizioni offrono di muoversi con molta fluidità in diverse direzioni, lasciando sempre la sensazione che il risultato funzioni. A differenza di molti altri compositori che conosco, Jamie mette la sua musica sul tavolo e poi se ne va. Non va in crisi se gli fai a pezzi i brani, li smonti e li riassembli in modo diverso, diventa persino complice di questo processo”.

Il brano originale che da il titolo all’album. The Moving Sidewalks – 1968

 

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