A lezione di jazz con Enrico Pieranunzi

Un pianista di fama internazionale ben disposto a raccontare la propria esperienza, in musica e parole, ricordi ed aneddoti, come quelli che, talvolta, i protagonisti di questa musica estraggono dal proprio diario nella perenne opera di costruzione di una collettiva ed imprendibile storia orale del jazz . Non poteva finire nel modo migliore, venerdì 22 febbraio, la prima edizione del Winter jazz organizzata a Chiavari dal locale Jazz Club con il supporto di alcuni sponsor, la direzione artistica del promoter Rosario Moreno e la collaborazione del Comune. Dopo i concerti di Enrico Zanisi, Enrico Intra ed Alessandro Lanzoni, il piano solo di Enrico Pieranunzi, ha suggellato la qualità di una proposta che si augura possa essere premessa per un luminoso futuro per il jazz nella cittadina ligure. Fin dal primo brano Pieranunzi ha rievocato i passi cruciali della propria quarantennale carriera : “From E to C” dedica personale a Chet Baker con quel sognante tema provato a lungo con il trombettista statunitense, ma mai inciso insieme, (“Era la mia dedica al mondo ed alle atmosfere di Baker ed avrei voluto registrarla con lui, ma Chet partiva sempre, con le sue macchinone americane ed il suo cappello, macinando anche migliaia di chilometri e così la seduta di registrazione non ebbe luogo”). Altre due composizioni originali, “Come rose dai muri” e “Bring your own heart” evidenziano alcuni aspetti peculiari dell’arte di Pieranunzi, una liricità spesso permeata di malinconia, un rigore esecutivo funzionale alla comunicazione della narrativa e la capacità di “sparigliare le carte”, introducendo, come nel secondo brano, una lunga e ritmata improvvisazione su una struttura fino a quel momento impostata su tempo meditativo.

Poi è la volta di quello che viene annunciato come l’unico standard, una versione dadaista di “My funny Valentine”, nella quale il tema è smontato e ricostruito adagiandolo su parametri ritmico armonici inusuali (“A differenza di quanto avveniva anni fa, oggi il bilancio fra originali e standards americani nei concerti è decisamente sbilanciato a favore dei primi, ed è una cosa che capita in tutto il mondo. Anzi, spesso sono gli americani ad eseguire brani scritti da questa parte del mondo, ed è tutto sommato un segnale positivo nel processo di scambio culturale che percorre il jazz.  My funny Valentine ha una storia curiosa : scritto da Richard Rodgers, per un musical – “Babes in arms del 1937-  fu all’origine piuttosto trascurato, fino a che grazie a Chet a Miles Davis ed al jazz, divenne un brano di notorietà mondiale. Lo incisi con Chet nel’album “Soft journey”(1979)  in una lunga versione molto slow, ed oggi mi piace riproporla in modo innovativo”.

safe

In realtà la scaletta riserva altri due famosi brani prelevati dalla storia del jazz come “Someday my prince will come” e “Jitterburg waltz” (“Quando studiavo jazz l’unico tempo contemplato era il 4/4, Poi arrivò Davis, prese questo valzerino dal film Biancaneve ed i sette nani e dimostrò che si poteva costruire un classico. E’un valzer anche il notissimo brano di Fats Waller, e devo dire che il tempo in tre quarti è quello nel quale mi ritrovo meglio anche dal punto di vista esecutivo”). C’è quindi spazio per la passione latina di Pieranunzi e per Bill Evans ed i suoi aneddoti sul rapporto tormentato con i batteristi (“Il trio migliore per me è il duo”, disse il grande pianista ad un giornalista, in un’intervista riportata sul libro “Ritratto di artista con pianoforte”(Stampa alternativa)  scritto da Pieranunzi su Evans), problemi vissuti in diretta anche dal pianista romano nei due dischi incisi in compagnia del muscolare batterista messicano Antonio Sanchez “(Uno che si presentò con un passato di batterista rock e di ginnasta ed il cui approccio muscolare tendeva a creare qualche problema ad uno strumento dal volume limitato come il pianoforte”) , ed a questi temi sono dedicati due fulgidi esempi come “”Castle of solitude” (“pensata in Germania, in un momento di solitudine fra oche marziali ed un visione fra le nebbie del castello di Ludwig di Baviera”)  ed  “Horizontes finales”.

bill-evans-ritratto-artista-pianoforte-f96b5ae9-5c71-4724-8211-09079b629f85

Quindi, ancora Evans, con la dedica “Dont’ forget a poet” primo passo della lunga collaborazione con Mark Johnson e Joey Baron in un trio dalla lunga e luminosa carriera, un pezzo (“Je ne sais quoi”) dalle esperienze con i francesi, (“Sempre pronti a rimbeccarmi sulla pronuncia” ) ed un accenno alle legislazione italiana che, a differenza di quanto accade oltr’alpe, non contempla ancora, se mai lo farà, il riconoscimento al diritto d’improvvisazione. Alla fine resta lo spazio per un frenetico bis, ma si sarebbe potuto andare avanti ancora a lungo, ascoltando le note e le parole di un musicista tanto grande quanto disponibile a raccontare, in modo semplice e comunicativo, di sé e della propria arte.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...