Ira Gitler, l’essenziale chiarezza dell’ ‘insider’

Un intellettuale come Jason Moran riconosce che spesso è il caso di lasciar la parola sula musica a chi ne scrive ‘dall’esterno’

Dopo una lunga vita (aveva da poco compiuto 90 anni), due giorni fa è mancato Ira Gitler, speriamo dopo ultimi anni anch’essi intensi e ricchi di esperienze come tutti quelli che li hanno preceduti.
Questo è sicuramente un nome che dirà molto poco ai nostri lettori più giovani, mentre è molto familiare a chi ha cominciato a trafficare con questa musica sin dal tempo degli LP, sul cui retro quasi sempre si leggevano le famose ‘note di copertina’

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Libri di approfondimento che ci sono molto mancati…

Gitler, nato nel 1928 in una famiglia ebraica (dettaglio tutt’altro che secondario… il jazz a lungo è stato affare di outsiders, chissà che non torni ad esser così a breve) ha scritto molto altro, volumi di taglio elegantemente divulgativo che nei paesi di lingua inglese sono diventati degli autentici classici. Ovviamente da questa parte dell’oceano, e soprattutto in Italia, non hanno praticamente circolato, salva qualche rara copia fortunosamente apparsa in librerie specializzate, prezzi in relazione.
Di fronte alla virtuale inesistenza di strumenti di approfondimento degli ascolti, potete immaginare con quanta voracità ci si gettasse sulle mitiche ‘note’ degli album. Soprattutto quando erano stilate con il rigoroso ed essenziale taglio divulgativo che connotava appunto quelle di Gitler. Questa linearità e chiarezza consentivano anche di venir facilmente a capo del problema della traduzione (allora a malapena si disponeva del benemerito dizionario Hazon, che non era esattamente una miniera d’informazioni per quanto riguarda la terminologia musicale in genere, figuriamoci poi per lo yankissimo slang jazzistico). Linearità e chiarezza molto rimpiante oggi, quando anche nel giornalismo jazzistico anglosassone dilaga ormai uno stile immaginoso e pieno di voli pindarici, che trasparentemente deriva da quello di ‘Rolling Stone’ o peggio della fanzines rock più esoteriche: di fronte a questo dannunzianesimo di ritorno (peraltro ben noto anche alle nostre latitudini), i non iniziati – e per colmo di sventura non anglofoni – devono spesso e volentieri gettare le armi rinunciando ad acquisti mirati ed approfondimenti successivi.

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Scivere del ‘Colossus’… roba da far tremare le vene dei polsi…

Come ben potete notare qui sopra, viceversa a Gitler bastavano una cinquantina di righe asciutte per parlare di ‘Saxophone Colossus’ di Sonny Rollins, un capolavoro seminale che contiene un brano come ‘Blue Seven’, su cui in altri settori dello scibile musicale sarebbero corsi fiumi di inchiostro.

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Dexter Gordon, che deve a Gitler le note di ‘Doin allright’, il disco del suo ritorno, righe in cui con grande eleganza si lascia al solo intuito del lettore capire che prima ci sono stati lunghi anni di galera…. Una lezione di stile, il romanticismo decadente è merce per altri.

Ma Gitler non aveva alcun bisogno di ‘parlarsi addosso’ per il semplice motivo che era un insider della musica: negli anni ’50 aveva firmato come produttore molti dischi della Prestige, proprio quando questa documentava in modo sempre più completo il ‘canone’ del jazz moderno, cui Gitler era entusiasticamente approdato dopo un’adolescenza innamorata delle big band dello swing. Quindi qui parliamo di ‘critica militante’, coinvolta nella produzione e gestazione della musica: va comunque notato che, con stile d’altri tempi, Gitler scriveva note di copertina per dischi non prodotti da lui, anche se spesso e volentieri era presente come testimone in studio di registrazione al momento della nascita dell’album. Una singolare posizione di ‘interno/esterno’ alla produzione musicale che ovviamente diventava valore aggiunto ai fini delle ‘note’ che poi ne scaturivano.
Qualcuno osserverà che l’abbandono dell’LP con gli ampii spazi grafici disponibili ha determinato l’inizio del tramonto del genere ‘note di copertina’, ma recenti esempi (Resonance, tanto per non far nomi) dimostrano come si possano trasfondere contenuti grafici e di testo di qualità superlativa anche nei booklet dei CD. Facendo parte di quella ristretta schiera di feticisti che tuttora si dedicano all’acquisto dei dischi fisici, devo però osservare che molto più rilevante ai fine della perdita di contenuti informativi sulla musica è una sorta di debordante ‘strapotere dei grafici’ che ha determinato spesso la totale scomparsa di qualsiasi informazione sul contenuto del disco dalle copertine, e soprattutto dal retro esaminabile a disco ancora sigillato. E così il povero acquirente si trova a sborsare cifre non indifferenti per un album senza neppure poter sapere chi vi suona, per tacere della lista dei brani, o di luogo e data di registrazione (è un disco nuovo, o materiale d’archivio?). Dopo i ‘blind dates’, quindi adesso abbiamo anche i ‘blind purchases’, … il tutto per non turbare l’integrità di progetti grafici spesso tutt’altro che epocali. Bah……
Con la c.d. ‘musica liquida’ poi una qualsiasi forma di informazione testuale riguardante le musiche diventa di problematica gestione tecnica, e soprattutto nessuno sembra più richiederla, coerentemente ad una modalità di ascolto occasionale e del tutto decontestualizzata, che si riflette molto bene nella struttura dei siti di streaming.
O forse più realisticamente dobbiamo addebitare l’eclisse delle ‘note di copertina’ a quella della critica militante tout court, argomento sul quale abbiamo già avuto modo di soffermarci in altre sedi recentemente.
Come in molti frangenti simili, ci sarà pure qualche irriducibile ottimista (della volontà?) che riuscirà a vedere la metà mezza piena del bicchiere. Per quanto mi concerne, ricorderò sempre con nostalgia gli essenziali ‘papers’ di Gitler. Milton56

Qui il produttore Gitler ricorda una problematica seduta di registrazione per Prestige, ‘Collector Items’ del 1953, con Parker, Rollins e Davis non proprio al meglio di sè

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