Dave Liebman, il ritmico.

Valanga di nuove uscite per Dave  Liebman, a testimoniare le molteplici facce di una carriera che data ormai da un cinquantennio, ed ha prodotto centinaia di incisioni in tanti diversi contesti. Mentre è appena uscito per Ear Up Records “On the Corner Live: The Music of Miles Davis”, concerto del 2015, con Jeff Coffin, Victor Wooten, Chester Thompson, James Da Silva e Chris Walters, celebrazione dell’esordio di Liebman nell’estate del 1972 al sax tenore a fianco di Miles Davis, in questi giorni arrivano sul mercato quasi in contemporanea due registrazioni dal sassofonista statunitense effettuate a distanza di tempo.

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Sound desire”, pubblicato da Dodicilune, è un passo a due inciso nel 2012 con il sassofonista e clarinettista  Romano Pratesi, di origini siciliane e studi classici, operativo in Francia ed in Italia nell’ambiente jazz dalla fine degli anni ottanta, e titolare, da ultimo, del progetto Rubber Band nato con Daniel Humair e Ares Tavolazzi, ed ampliatosi a quartetto con la presenza di Liebman e la sostituzione di Adam Nussbaum alla batteria.

Al centro dell’incisione la convivenza fra i contrasti, come quelli fra tensione e rilascio, yin e yang, notte e giorno, bene e male. “In tutta la musica, le questioni di armonia e ritmo rappresentano gli esempi più chiari di tensione e rilascio – spiega Liebman presentando il disco. Si può discernere abbastanza facilmente la presenza di questi due elementi, ed anche l’ascoltatore casuale reagisce a queste due variabili. La musica classica occidentale è molto esplicita in tal senso. Meno ovvio è quell’elemento della musica che io chiamo “colore”, detto anche trama, atmosfera, ambiente, un aspetto che diviene evidente attraverso l’orchestrazione. Per la maggior parte di questa registrazione il colore di base è chiaramente l’abbinamento del range strumentale alto con quello basso che crea una tessitura: Romano con il clarinetto basso ed io con il sax soprano, creiamo una trama sia davanti che al centro del fronte sonoro, dando vita ad un’esperienza di ascolto molto intensa”.

Nonostante l’essenziale dotazione strumentale, le diciannove miniature, di durata variabile da meno di un minuto ai cinque,  tutti originali dei due tranne la cover della labirintica “Still Point” di  Steve Lacy,  possiedono ciascuna caratteristiche strutturali ed identitarie precise e riconoscibili, ottenute ora tramite l’uso contrappuntistico dei due fiati ( “Nadir”), ora attraverso una suddivisione della funzione ritmica e di quella solista (”Nuvole”), ovvero mediante la contrapposizione timbrica dei colori dei due strumenti. Solo in pochi casi si sfiorano territori di libertà totale, (“Burst” “Free wave”,”That classic touch” ), mentre per la maggior parte del tempo è il controllo della materia musicale, pur in una dimensione rarefatta e raccolta, a caratterizzare l’intenso dialogo. Leibman oltre al sax soprano utilizza il pianoforte nella sgranata ballad “Tender mercies”, ed il flauto di legno che introduce il blues di “Mockin bird”.  Imperdibile il minuto  e mezzo di “Flow”,  esemplare campionario dell’arte del sassofonista nel controllo del fraseggio, che rende tangibile il concetto di alternanza fra  tensione e rilascio.

Un disco che ripaga totalmente l’attenzione necessaria all’ascolto, anche grazie ad una eccellente qualità di ripresa, e della cui pubblicazione va tributato il giusto merito all’etichetta pugliese Dodicilune.

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Una sessione registrata dal vivo allo Stone di New York nel maggio 2018 ha fornito invece il materiale per la pubblicazione di “Chi”, (RareNoise records), termine usato nella filosofia taoista per descrivere l’energia che anima l’universo. Protagonisti, insieme a Liebman, i percussionisti Hamid Drake ed Adam Rudolph (il trio della foto di apertura) , seconda esperienza del sassofonista con questa originale formazione, dopo il riuscito “The unknowable” dello scorso anno che lo vedeva affiancato a Rudolph ed al giapponese Tatsuya Nakatani, e conferma di una affinità ormai consolidata. “Non tutti coloro che suonano la melodia sono dei ritmici – spiega Rudolph – significa che hai un senso del fraseggio e del tempo veramente evoluto. Dave è passato dalle scuole di Elvin Jones e Miles Davis e devi essere un ritmico supremo per superare una simile esperienza. Hamid ed io abbiamo sviluppato un linguaggio unico e tutto nostro, insieme, e Liebman non solo riesce a seguirci ma ad entrarci pienamente e a farlo sviluppare ulteriormente”. Il dialogo, in questo caso, si sviluppa fra il soprano ed il tenore di Liebman ed il ricchissimo arsenale di percussioni dei due compagni (kongos, djembe tarija, il liuto a tre corde sintir, protagonista della conclusiva, ipnotica, “Whirl” , ed, oltre alla batteria di Drake, un tamburo a cornice e svariate percussioni), integrato da alcuni apporti elettronici. Musica nata e sviluppata in totale libertà, che alterna momenti rarefatti ed intensi crescendo (ancora tensione e rilascio), affidando al sax, e nel caso di “Formless form” al pianoforte , il ruolo di collante e catalizzatore delle atmosfere ancestrali ed avvolgenti create dalle percussioni, e legittimando, ancora una volta, una riuscita convivenza fra  struttura e spontaneità.  Da questo e dagli altri dischi citati, una conferma della pulsante ed inesausta creatività di un protagonista a tutto campo della musica contemporanea.

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