Bergamo Jazz 2. Archie Shepp, un tramonto radioso

Non nascondo che quando ho scelto online il concerto del gruppo di Archie Shepp al Creberg sotto sotto avevo in mente l’entusiasmante performance dell’aprile 2018 a Torino, molto opportunamente riproposta da RadioTre qualche settimana fa (ne avevamo parlato QUI, vedi in coda una piccola clip YouTube).
Ma come ben si sa, i ‘remake’ non sono di casa nel jazz, salvo che in ambiti in cui si cerca di imbalsamarlo in una teca da museo. Questo è tanto più vero quando il protagonista in scena ormai ha doppiato da tempo il capo dell’ottantina, età in cui sotto il profilo della forma fisica ogni giorno è una scommessa. Soprattutto quando si parla di un jazzman, per di più con alle spalle una vita intensa e combattuta come quella di Archie. Ad affiancarlo a Bergamo c’erano Pierre Francois Blanchard al piano, l’ungherese Matyas Szandai al basso (a suo tempo anche sul palco di Torino) e, dulcis in fundo, Hamid Drake alla batteria.
La band prende posizione sul palco tra gli applausi di un numeroso pubblico, che evidentemente è lì soprattutto per lui. Shepp cautamente e lentamente prende posto su di un alto sgabello da cui non si muoverà per tutto il resto del concerto. Molto professionalmente vengono presentati al pubblico i membri del gruppo ed annunziato il titolo del brano: sarà così per tutta la durata del concerto, da questi dettagli si nota la classe di un leader che è già un pezzo di storia e che nonostante ciò si fa un punto d’onore di dare visibilità ai suoi partner più giovani, una lezione che parecchi dovrebbero far propria.

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Elmo Hope, il problema di nascere nel momento sbagliato

Il primo brano è “Hope Two” dedicato al dimenticatissimo (anche in vita) Elmo Hope, uno che ebbe la sfortuna di esser contemporaneo di Bud Powell e Thelonious Monk. Un omaggio od un richiamo alla tradizione? No: con buona pace di molti, Shepp oggi E’ la Tradizione, se la porta dentro come componente ora totalmente evidente – ma da sempre presente – della sua musica. Il suo suono un po’ velato mi fa sorgere qualche apprensione, ma faccio tesoro del consiglio di un amico: “lasciagli il tempo di scaldarsi e prender quota”.
Infatti, dopo qualche minuto ecco riemergere il ben noto suono graffiante e tagliente: certo, il fraseggio e la dinamica non hanno più l’impeto e l’energia anche solo di un anno fa, a quell’età il tempo non fa sconti. Ma il controllo del timbro e la costruzione delle frasi hanno una precisione millimetrica ed una finezza con pochi paragoni. Mi vengono in mente le rare occasioni in cui ho saggiato grandi vini sopravvissuti miracolosamente a lunghissimi periodi di cantina: magari il corpo si è assottigliato, ma gli aromi sfumati che ti lasciano sul palato li senti per minuti interi.

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Trane e Shepp: un passaggio di testimone

Parte un altro pezzo, dominato da un lungo assolo di Shepp al tenore: l’età si farà anche sentire, ma Archie rimane in prima fila per gran parte del concerto. Soprattutto quando palesemente la vena è di quelle profonde, come in questa intensa meditazione. E’ sempre l’angoloso Shepp a suonare, ma non c’è dubbio che è Coltrane a parlare: l’annunzio finale di “Wise One” è quasi pleonastico. Nell’evocare il suo mentore Trane, Shepp ci ha ricordato un tempo in cui la musica afroamericana viveva di intense relazioni personali e di complesse e dialettiche filiazioni intellettuali ed estetiche, più che di sia pur eccellenti ed inappuntabili accademie: e l’uomo di Fort Lauderdale è forse uno degli ultimi discendenti di questa tradizione che sa tanto di bottega d’arte medievale.

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Il vocalist Archie: un ironico, baldanzoso dilettante

Ma a stemperare quest’atmosfera di palpabile emozione ci pensa lo stesso Archie in veste di vocalist: quella che per altri della sua leva è solo un dissimulato espediente per riprender fiato, per il nostro è una vocazione sincera. Shepp sarà anche un bluesman di complemento, ma lo è in modo energico e spavaldo, bilanciando genuini e profondi colori scuri con sfumature sottili di understatement ed ironia: non è un caso che a Torino abbia rubato la scena all’impostata vocalist Rampal, quantomeno sotto il profilo della freschezza e della verve dell’interprete. Sfilano così un ‘Lush Life’, l’original “Bessie Smith Blues”, un “Petit Surprise” dedicato alla figlia.
A proposito d’ironia: in barba alla fragilità, anche in queste note, come sul palco, Shepp ha riempito la scena. E la sua band? Il bassista Szandai si è confermato fedele e sperimentato supporto, con sortite solistiche misurate ed eleganti. Il piano di Blanchard ha fornito un accompagnamento competente ed appropriato (ma senza lo slancio e la brillantezza del suo collega Morisset a Torino). Ma l’uomo che ha fatto la differenza, quello senza il quale il concerto sarebbe stato diverso e molto meno caldo sedeva alla batteria: Hamid Drake. Il suo drumming di felina duttilità, capace di grandi sottigliezze anche in passaggi sommessi al limite dell’impalpabile sembravano fatti apposta per completare e bilanciare le voci di Shepp, si rasenta l’affinità elettiva. La classe individuale del musicista Drake era ben nota, ma continua a sorprendere la sua versatile adattabilità a contesti fra i più vari

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Sotto il doppiopetto c’è sempre il dashiki

Verso la conclusione del concerto un ulteriore momento di apprensione: Shepp ha qualche difficoltà a prendere il sax soprano da un supporto a fianco, il pianista fa la mossa di alzarsi per aiutarlo, ma la crisi è già passata, Archie sta già parlando del brano a venire: “l’ho composto con in mente i racconti di mia nonna che aveva lavorato nelle piantagioni, che ricordava ancora l’hambone, unica forma rudimentale di espressione musicale consentita allora ai neri…. “, un sorriso sardonico fa intuire che i progressi da allora non sono poi così eclatanti. E’ “Revolution”, in cui Shepp convoglia tutte le risorse di energia e di impatto forse caalcolatamente riservate proprio per questo momento con un accorto controllo delle proprie risorse: sorprendentemente l’ostico soprano suona ancora più nitido e tagliente del tenore, il discorso scorre veloce ed incisivo come mai nell’ora precedente. Un piccolo miracolo della passione che ancora brucia dopo tanti anni.
Il concerto si conclude tra un mare di applausi, Dave Douglas sale sul palco a salutare e ringraziare Shepp, l’emozione è palpabile pure per lui. Un amico osserva che, anche prescindendo dalle energie vacillanti, ormai il nostro vecchio guerriero è arrivato ad un punto finale di maturità, un ‘ne plus ultra’ dopo il quale è quasi impossibile immaginare altro. Allontanandomi tra la folla che defluisce dall’oceanico spazio del Creberg mi sento felice di non aver mancato forse l’ultima occasione di salutare da suo vecchio ascoltatore l’ultimo dei veri grandi della Great Black Music. Milton56

Torino, 26 aprile 2018, un concerto difficile da dimenticare

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