Bergamo Jazz 3. Mirra e Drake, la magia della sottigliezza

Spesso nei festival di grande tradizione le cose più preziose si colgono lontane dalla grande scena, in ambiti più appartati che attirano un pubblico meno incline al ‘glamour dello spettacolo’.
E’ stato il caso della performance di Hamid Drake alla batteria ed alle percussioni e di Pasquale Mirra al vibrafono: come si vedrà poi, questi ruoli rispondevano più alle ovvie esigenze di schematizzazione di un programma, che alle logiche della musica che si è sviluppata. Pressocchè superfluo tratteggiare la figura di Drake, musicista a tutto tondo che si esprime attraverso una batteria e delle persussioni che più mobili, cangianti e sottili non potrebbero essere: un chicagoano cresciuto tra i soci fondatori di AACM e che in seguito ha accumulato un lunghissimo quanto eterogeneo carnet di collaborazioni, tutte però mosse dalla curiosità e da affinità segrete. E Mirra? Esser un giovane jazzman oggi in Italia non è facile, ancor meno se non si è pianisti, sassofonisti o trombettisti, ma vibrafonisti: il vibrafono, uno strumento delicato nel timbro che richiede un inserimento molto accurato e meditato in organici anche con un minimo di complessità. Recentemente mi è capitato si sentirlo spesso in solo (il suo è uno strumento completo) od in duo: ma quando sono transitati dalle nostre parti William Parker, Butch Morris, Rob Mazurek, Nicole Mitchell da esperti bandleader ed orchestratori di musiche di confine se lo sono accaparrato subito, non a caso il vibrafono è da sempre uno strumento da precursori.
Anche questa mattina un ambiente di grande suggestione, e stavolta anche acusticamente accogliente: una grande sala della sontuosa Accademia Carrara, con le sue ricchissime collezioni di dipinti: le grandi tele secentesche che hanno circondato Mirra e Drake hanno esercitato non poco stimolo su entrambi, come esplicitamente ammesso dagli stessi.

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Uno spirito che ha talvolta ha aleggiato

Il concerto si è aperto con un primo set che solo alla fine si è rivelato di lunghezza notevole: infatti è stato un viaggio leggero e spesso aereo in una fitta trama di temi e materiali, tra i quali si sono intravisti noti classici del jazz contemporaneo (ancora una volta è emerso il debole di Mirra per il Don Cherry degli anni ’70), quasi subito messi in ombra da altri in una continua, fluida alternanza con ampie dinamiche. Lo strumento di Mirra spicca per brillantezza e vivacità, in un continuo dialogo con i tamburi morbidi e palpitanti di Drake. La sciolta e sicura intesa tra i due consente anche delle disinvolte accelerazioni culminanti in istantanei stop che mi hanno suscitato qualche sottile evocazione mingusiana. Questo profluvio di dinamismo e leggerezza non è affatto andato a scapito dell’intensità: non capita spesso di sentire quasi un minuto di silenzio del pubblico allo spegnersi dell’ultima risonanza della musica e prima di un’applauso che è stato un lungo crescendo.
Il secondo set è iniziato anch’esso all’insegna di un tema mobilissimo e pulsante per evolversi però poi verso più ampi spazi di espressione individuale in cui si è assistito ad una sorta di scambio di ruoli, in cui Drake esplorava lungamente e meditativamente tutte le possibili sottigliezze timbriche delle pelli della sua batteria e soprattutto di altre percussioni (“mi piace moltissimo il suono di questo tamburo in questa sala”, ha spiegato sorridendo estatico agli spettatori anch’essi coinvolti nella sua fascinazione), mentre Mirra metteva in luce il potenziale percussivo del suo sperimentato e creativo ‘vibrafono preparato’ con feltri e ceppi di legno interposti tra martelletti e lamelle, con risultati sempre pertinenti ad un discorso di grande musicalità.
Alla fine altri minuti di applausi che sembravano moltiplicare le fila del pubblico: con un sobrio gesto Drake ha interrotto la piccola ovazione e invece di proporci un bis di routine che sarebbe risultato poco congruente con l’ampiezza di respiro della musica precedente, ha pacatamente condiviso con il pubblico delle sue semplici, ma profonde riflessioni sul senso dell’ ‘avanzare’, non solo in musica, ma anche nella vita quotidiana, compensando l’evidente, silenziosa gioia di Mirra. Miglior epilogo non si sarebbe potuto dare. Milton56

Un altro singolare ambiente musicale: una cabina di funivia sospesa su una valle alpina

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