In tanti anni di attività di giornalista particolarmente attento alle vicende di Umbria Jazz, ai suoi mutamenti sia sociali che organizzativi e finanziari, non ultimo l’arrivo di un milione di euro dal ministero delle attività culturali dopo il riconoscimento del festival quale manifestazione di interesse nazionale, i comunicati di bilancio di fine festival per la prima volta sono privi di cifre e di numeri che possono orientare meglio il lettore sul successo dell’iniziativa Umbria Jazz nel suo insieme. E’ il caso di Umbria Jazz Spring di cui si è chiusa la seconda edizione, “composta quasi esclusivamente da concerti gratuiti.”
…al di là dell’attività gratuita dei club Bugatti, Rendez Vous e Caffè del Corso che hanno fatto registrare i sold out (del resto tutt’e tre i locali non hanno capienze che superano i 150 spettatori), i concerti a pagamento erano soltanto quelli riservati al teatro Secci, otto in tutto, con un numero di spettatori paganti davvero esiguo.
…Del resto è ormai accertato come quarantasei anni di Umbria Jazz a Perugia insegnano, che il jazz deve essere “trainato” da eventi che poco, a volte niente, hanno a che fare con il jazz stesso: rock, pop e tutti i vari derivati che alimentano la ricca teoria di generi e stili che vi ruotano attorno.
Ecco qua: individuata la “malattia” pronta la medicina: facciamoci trainare da eventi che non hanno niente a che fare con la sostanza stessa dell’evento.
Soluzione brillante e geniale, ditelo a Pagnotta che lui, avendo ormai una certa età, non ci era arrivato da solo e continua con insistenza a proporre jazz vecchio e stantio. Chissà, magari potremo finalmente vedere a Perugia Alex Britti e Max Gazzè….