Radici e cespugli rotolanti

“Rolling bushes”: non solo nei western, ma anche in musica

“Uno sguardo prevalentemente rivolto al passato”, annota l’amico Rob a proposito della musica del ‘World of Sound’ di Cavallanti & C., soggiungendo peraltro che non va intesa come nota di demerito. Io viceversa sono molto meno neutrale: per me è invece un titolo di merito e di distinzione, soprattutto nell’attuale panorama del jazz italiano (semprechè che questa definizione si attagli ancora alla scena che abbiamo davanti). Infatti ci troviamo sempre più spesso di fronte ad esperienze in cui non si capisce bene a cosa si guardi, ammesso e non concesso che si guardi effettivamente in qualche direzione definita: più spesso ci troviamo di fronte ad un vorticoso affastellare di elementi eterogenei, guidato più che altro da un gioco combinatorio in cui ci si rimette all’accostamento (talvolta peregrino) di componenti sempre più esotiche, confidando in un esito finale che abbia una qualche compiutezza ed espressività. Esito che quasi mai si dà, guarda caso. Ma l’importante è stupire. In questo quadro è invece essenziale che sopravviva ancora una sparuta pattuglia di ‘puri & duri’ che abbia memoria delle sue radici, le custodisca e le esponga senza imbarazzi e reticenze, nella consapevolezza che solo dalla continuità scaturisce lo sviluppo ed il progresso di una musica che ormai da 100 anni a questa parte è cresciuta fuori da accademie e trattati proprio grazie a questo. E si badi bene, non è questione solo di coerenza ideale, ma anche di riuscita estetica: non è un caso che nella musica dei pochissimi ‘puri & duri’ scorra sangue nelle vene, cosa di cui facilmente si accorge anche un ascoltatore ingenuo. Dall’altra parte, invece, nel migliore dei casi solo effetti caleidoscopici destinati a svanire in un attimo – quello dell’esibizione – , più spesso musica che soffre di palese anemia ed incompiutezza espressiva. E qui s’impone un’ulteriore avvertenza: stiamo sempre parlando di musicisti che hanno ancora precipuamente delle preoccupazioni di natura creativa, di quelli che ormai puntano essenzialmente al risultato di visibilità e di botteghino non ci occupiamo nemmeno.

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Un titolo che è un manifesto: senza urgenza, non c’è jazz

In questi giorni è capitato di ricordare Ornette Coleman (un altro con radici profondissime e ramificate, alla faccia dei detrattori): beh, non posso fare a meno di ricordare che al momento della sua recente scomparsa sono corse molte lacrime di coccodrillo, ma non appena riposti nel cassetto i panegirici di circostanza, non è seguito alcun tentativo di rispolverare suoi brani, nemmeno quelli che oggi risulterebbero di facile presa su un pubblico ampio, come ‘Lonely Woman’, ‘Ramblin’ (è stata persino una sigla radiofonica), ‘The Blessing’, giusto per fare i primi esempi che mi passano per la testa. Qualcuno, invece, apprende la notizia in uno studio di New York in cui sta registrando un importante disco con musicisti americani (Herb Robertson, Joe Fonda, Steve Swell), e, in barba all’importanza di una sessione certo a lungo attesa e meditata, non esita a rivoluzionarne su due piedi la scaletta per inserirci un “New York Funeral Blues”, naturalmente dedicato ad Ornette: guarda caso si trattava di Tononi & Cavallanti.

L’ultima generazione di Nexus…. Occhio ai nomi, il futuro sono loro

E da questa tenace ed ostinata radice nei decenni è cresciuto un albero sempre più solido e ramificato. Nella tribù Nexus sono maturati alcuni dei più vivaci talenti che ora spiccano il volo in proprio: Chiapperini, la Bolognesi, Parrini, Mirra solo per fare i primi nomi che mi vengono in mente, mi scusino gli altri. Un’esperienza collettiva che ci ricorda tra l’altro che in questa strana musica si fa poca strada con protagonismi divistici e narcisistici e prescindendo dalla intensa e dialettica elaborazione collettiva che ne è la vera anima.
E sono proprio gli alberi con forti radici a poter sfidare i venti di tempi tempestosi e continuare a metter rami e foglie: invece i “rolling bushes”, le palle di rovi dei deserti dei western, non potranno che esser trascinati via dalla tempesta. Milton56

Cavallanti & Tononi, con una rimpianta (e non improvvisata) big band. Brotherhood of Breath

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