“Fun is my middle name” La parola a Ed Palermo.

In questa intervista esclusiva, il sassofonista e big band leader statunitense si racconta ai lettori di  Tracce di jazz, all’indomani della pubblicazione di “A lousy day in harlem”, un disco che conferma pregi e peculiarità di una big band professionalmente divertente.

Fun is my middle name”. Cosa aspettarsi da un musicista che si presenta con queste credenziali ? Magari che sia un ammiratore di Frank Zappa, un artista per il quale humor e musica sono sempre stati termini indissolubili. Oppure che condisca il suo linguaggio musicale di gag, battute e irriverenti boutades, coinvolgendo i suoi musicisti in scenette comiche che puntualmente scatenano un pandemonio di risate fra il pubblico. Tutto vero, ma nel mondo di Ed Palermo, sessantacinquenne alto sassofonista del New Jersey, compositore e direttore della omonima big band, c’è molto di più.  Un passato remoto da studente universitario folgorato sulla via del jazz dall’ascolto di  Phil Woods, Cannonball Adderley, ed Edgar Winter, uno prossimo da sideman alla corte di Tito Puente e quindi al servizio di  grandi interpreti in campo soul come Aretha Franklin, Eddie Palmieri, Celia Cruz, Lena Horne, Tony Bennett, Mel Tormé, Lou Rawls, Melba Moore, e The Spinners, e di stretta collaborazione con il contrabbassista Christian Mc Bride, che lo considera uno dei migliori arrangiatori viventi. Ed un presente alla guida di una propria big band, operativa da ormai tre decadi e divenuta nel tempo una delle attrazioni del panorama jazzistico newyorkese. Un’idea partita da lontano a fine anni settanta, dopo avere assistito ad un concerto del settetto di Woody Shaw al Village Vanguard e perseguita per oltre un decennio prima di una svolta totalizzante verso il mondo di Frank Zappa. Grazie ad un suggerimento di Mike Keneally, chitarrista di Zappa nell’ultima tournèe, la Ed Palermo Big band  si immerge totalmente nella rielaborazione del repertorio zappiano  , al quale sono stati dedicati in modo esclusivo o prevalente ben cinque  albums  (“The Ed Palermo Big Band Plays The Music Of Frank Zappa” 2001 , “Take Your Clothes Off When You Dance” 2006 , “Eddy loves Frank” 2009,  “Oh no! Not jazz” 2014, “Only child left behind “ 2016 ), e sviluppa il proprio percorso nel progetto un po’ folle un po’ romantico di tradurre in jazz alcune delle passioni musicali giovanili di Ed: oltre al maestro di Baltimore, Todd Rundgren, (ed anche i due insieme, nel doppio “The adventures of Zodd Zundgren“ del 2018) i Beatles, e tutta una serie di artisti pop e rock dai Beatles ai Jethro Tull, omaggiati nel recente doppio cd “The great un -american song book vol. 1 & 2 ”.

L’ultima prova della band , “A lousy day in Harlem” ( Sky cat records) , è invece un ritorno in grande stile alla tradizione del jazz che Ed omaggia a modo suo, facendosi fotografare, solo e sconsolato, nella cover sul marciapiede di Harlem dove fu scattata la famosa foto di Art Kane, che nel 1958 immortalò 58 leggende del jazz per un articolo del magazine Esquire sotto il titolo “A Great Day in Harlem” ed allineando classici di Monk, Ellington, Coltrane a composizioni originali, e ad altre sorprese . Il tutto interpretato dai quindici musicisti che compongono la band, (ance CLIFF LYONS,  PHIL CHESTER , BILL STRAUB , BEN KONO  , BARBARA CIFELLI, Ed Palermo,  trombe : RONNIE BUTTACAVOLI , JOHN BAILEY, STEVE JANKOWSKI,  tromboni  CHARLEY GORDON, MIKE BOSCHEN, MATT INGMAN, batteria  RAY MARCHICA, basso PAUL ADAMY, piano BOB QUARANTA e tastiere TED KOOSHIAN) , con assoluta padronanza dei mezzi tecnici necessari a confrontarsi con colossi del genere, grande creatività e disinvolta architettura degli arrangiamenti, e, naturalmente, un’ ampia porzione di umorismo.
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Il nuovo cd segna un ritorno dell’orchestra alla tradizione jazz. Ciò significa che è giunta al termine la fase di rielaborazione in chiave jazzistica della musica da lei amata fin dall’adolescenza, come quella di Frank Zappa, Todd Rundgren o degli artisti presenti su “The great Un-american song book”, oppure fa tutto parte di un percorso indivisibile?

Quella fase non è affatto terminata. Infatti il mio prossimo cd sarà il terzo volume di  “The Great Un-American Songbook”, e quello dopo ancora sarà dedicato a fusion e progressive rock. Ho così tanto materiale da parte, e molto anche nella stessa vena del nuovo disco. A seconda di come sarà accolto, potrei presto realizzare un altro disco simile, di brani jazz.

Mi sembra che accanto a classici del jazz come quelli di Monk, Coltrane o Ellington, il disco si spinga anche in tante nuove direzioni, come la musica folk brasiliana di Egberto Gismonti, brani che sembrano concepiti per accompagnare immagini, e persino qualche aroma di impronta sinfonica. Sono direzioni che conferma e che potranno avere uno sviluppo nel futuro della band?

Forse è un’eredità di Frank Zappa, ma i miei gusti sono sempre stati molto eclettici. Più probabilmente dipende dal fatto che ho tanti amici nel mondo della musica, che mi hanno introdotto a tanti stili diversi. Entrai in contatto con la musica brasiliana fin dagli anni del liceo a Chicago dove ho persino visto suonare Egberto Gismondi con la band di Airto. E’interessante il fatto che tu abbia citato le colonne sonore, è una cosa che spesso è stata osservata a proposito della mia musica. I ragazzi della band avrebbero voluto da sempre puntare verso quella direzione, ma non è mai accaduto. Ma sono d’accordo con te nel considerare la mia musica come “pittoresca”. “The cowboy song” sul nuovo cd è probabilmente il miglior esempio di questa attitudine.

Condivido con lei una grande passione per la musica di Frank Zappa e Todd Rundgren, e spesso mi sono chiesto quali caratteristiche della loro musica mi attraessero così tanto. Vuole aiutarmi a sciogliere questo interrogativo?

Bella domanda. Entrambi sono grandi compositori ma tenuto conto delle differenze fra i due sia in termini umani che musicali, la loro musica tocca differenti parti della mia anima o psiche. La musica di Zappa ha una forte carica emotiva, ma è del tutto priva di auto commiserazione. “Broken Hearts Are For Assholes” ne è esempio significativo. La musica di Todd Rundgren, specialmente quella dei primi tempi, era invece davvero sentimentale, l’ideale per curare le mie delusioni di cuore dell’adolescenza, non solo per i testi, ma anche per le melodie e gli accordi.

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Quali artisti ed esperienze l’hanno condotta all’interno del mondo del jazz?

Puoi crederci o meno, ma sono stati Frank Zappa ed Edgar Winter. Il primo album di Edgar, “Entrance” è davvero jazz, ed ha una visione molto avanzata. Su quel disco ascoltai per la prima volta suonare il sax alto nello stile che più tardi avrei imparato dai miei eroi dello strumento, Phil Woods e Cannonball Adderley. Solo più tardi seppi che questi due artisti erano gli alto sassofonisti preferiti da Edgar.

Dal punto di vista compositivo, devo dire che “King Kong” di Zappa mi facilitò molto l’apprezzamento della musica modale di Coltrane e di Miles Davis. Durante le scuole superiori la cosa che mi rendeva ostico il jazz era la progressione armonica 2-5-1, perché la ritenevo stucchevole. Più avanti, quanto iniziai ad apprendere il linguaggio del be-bop, imparai ad apprezzarlo. Ma all’epoca pensavo che gli accordi di Zappa e Rundgren fossero molto più cool. E lo penso ancora. E’bizzarro come nell’autobiografia di Zappa, in un capitolo intitolato “pratiche odiose”, una di queste è proprio la progressione 2-5-1.

Nella sua musica si può individuare un singolare mix di disciplina tecnica, rispetto per la tradizione ed uno spirito trasgressivo e dissacrante. E’una miscela nata in modo spontaneo?

Ho sempre privilegiato l’umorismo nella mia musica, ma non nel modo di Zappa. Ad esempio un pezzo come “The cowboy song”, scritta negli anni del college, ha dei momenti divertenti, ma soprattutto negli arrangiamenti, scritti ormai quaranta anni fa. Quando scrivo, queste idee bizzarre nascono da sole ed ignorarle sarebbe stupido. A meno, naturalmente,  che l’idea stessa non sia stupida.

A proposito delle dinamiche che legano I musicisti, come si ottiene una situazione di equilibrio all’interno di un vasto ensemble come la sua big band?

Amo davvero tutti I miei musicisti, compresi I sostituti. Proviamo davvero tanto per una band di queste dimensioni, così non sempre I membri effettivi possono essere presenti, ma questo non rappresenta un problema, perchè i sostituti sono così bravi che è davvero percepibile come mettano la loro personalità nella musica con l’apporto dei singoli all’insieme. Dato che non posso assicurare paghe regolari per le prove, ognuno sa che l’unica ragione per suonare insieme nella band è l’esperienza ed il divertimento.

Ci sono mai stati problemi a coinvolgere qualche singolo musicista nello spirito generale della band così caratterizzato verso la sua particolare sensibilità?

Capita, ma non spesso. Conosco alcuni grandi musicisti che non apprezzano la mia musica, così evito di chiamarli. Talvolta un membro della band si stanca di suonare per motivi economici o perché non entra in sintonia con altri colleghi della sezione, ma questi problemi personali tendono ad emergere subito. Per alcuni anni ho avuto nella band un favoloso trombonista, e mi accorsi, ad un certo punto, che spesso sul palco sembrava arrabbiato. Ne parlammo in modo chiaro e sincero, ed entrambi decidemmo che era meglio lasciarci. Può capitare.

C’è un gusto particolare nel suo modo di unire insieme canzoni differenti. Ad esempio, nel nuovo cd “Giant steps” inizia con l’incipit di “Dueling banjoes”. Si sente un po’ Frankeinstein quando partorisce questi ibridi?

Devono essere le mie radici in Transilvania! Nel caso specifico, da sempre ho pensato di innestare “Dueling banjoes”, ma non era collegata necessariamente a “Giant steps”. L’idea venne quando concepii il terreno per un duello fra i due grandi sassofonisti della band Bill Straub and Ben Kono. Così pensai:“perché suonare anche la parte veloce di “Banjoes”, cosa che tutti si aspetterebbero?” , “Quale potrebbe essere il seguito ideale ?” Voila ! l’idea è stata quella di fare seguire l’intro a Giant steps, considerato uno dei pezzi più difficili e seri scritti nel jazz. Il passaggio da un brano buffo ad uno serio ha quasi fatto cadere dalla sedia la mia violinista Katie quando l’ho portato in prova la prima volta. Ed il pubblico lo ama.

Uno sguardo al futuro dei suoi progetti?

Vorremmo tanto venire in Italia a suonare, ci sono stato con la mia famiglia in vacanza, ma mai per lavoro.  Fra i prossimi progetti discografici, oltre a quelli già citati, la prosecuzione di “The Great Un-American Songbook” ed altri dischi jazz sul genere di “A Lousy day”,  ho registrato più di un album di brani di Edgar Winter, incluso tutto l’album “Entrance” e farò un cd “Prog Rock vs. Fusion”. E la band con Napoleon Murphy Brock farà un concerto intitolato “A Tale Of Two Franks -the music of Frank Zappa and Frank Sinatra”, che potrebbe prima o poi diventare un disco. Quindi il divertimento non mancherà!

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http://www.cuneiformrecords.com/bandshtml/palermo.html#media

https://palermobigband.bandcamp.com/releases

Grazie a Joyce – The music Outpost, a Cuneiform Records e, natualmente, a Eddy Palermo

Photo credits : Chris Drukker, Jeffrey Evans

 

 

 

 

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