Dialoghi Cubani

 

Alfredo Rodriguez / Pedrito Martinez
DUOLOGUE
Mack Avenue (Egea)
Prezzo € 18,00

Cuba guarda dritto negli occhi l’Africa in questa fresca incisione in duo che, se ci fosse un minimo di giustizia, dovrebbe essere passata dalle radio, magari al posto delle “hit” vagamente latine che come ogni anno ci verranno invece propinate tra capo e collo. Dialogicamente affini, ed intellettualmente preparati e curiosi, i due cubani mettono in campo qui il meglio del loro repertorio, fondendo in un sol crogiuolo le qualità, e le esperienze, che li hanno resi apprezzabili protagonisti del Jazz contemporaneo: il pianista Rodriguez (classe ’85), figlio d’arte e “predestinato” da Quincy Jones, a capo di progetti assai apprezzati, testimoniati in tre Mack Avenue e da concerti in tutto il mondo ed il percussionista e vocalist 46enne Pedrito Martinez, attualmente uomo di punta del programma Nuovo Jazz Latino del Jazz at Lincoln Center, che si era messo in mostra appena arrivato negli States con gente del livello di Paquito Rivera, Arturo O’Farrill ed Herlin Riley, mettendo le sue congas al servizio anche di Springsteen ed Elton John.

martinez    Non ci sono solo radici comuni in “Duologue”, tra l’impatto trascinante -con tanto d’inserto rappato- di “Africa” (“te quiero mirar”) che apre il disco e la finale “Yo Volverè”, rimando ad un eterno ritorno “a mi Cuba querida”, passano nove brani dalle provenienze disparate, si fondono con totale coerenza il tema di (ebbene si!) “Super Mario Bros 3”, l’incanto di “Jardin Sonador” e una superba versione latina di “Thriller” di Michael Jackson, le cui jazz connections sono sempre più proficuamente rilette. L’esplosivo drumming di Martinez e lo stile percussivo di Rodriguez, con un parco uso di sovraincisioni e qualche scheggia elettrica, regalano un suono riconoscibile, in grado di diventare familiare dopo un solo ascolto.

In fondo c’è molta più ricerca in questo semplice duo che in tanti dischi ammantati di presunzione intellettuale che circolano impuniti, tra gli osanna di alcuni illuminati.

(Courtesy of AudioReview)

duologue xx.jpeg

 

3 Comments

  1. Eccellente pianista, attualmente all’apice della creatività. D’altronde, la presenza delle musiche latine e ispano-caraibiche in ambito improvvisativo si va facendo ancora più spiccata del solito, visto che in molte aree degli Stati Uniti, fra cui anche New York, avanza la nuova America dei “latinos”, con tutti i suoi sincretismi culturali. Fenomeni che durano da oltre un secolo negli Stati Uniti e che da noi purtroppo passano inosservati, nel processo di pulizia etnica (nei confronti della supremazia idiomatica africano-americana) della musica improvvisata che viene attuato da almeno tre decenni da una critica musicale neocolonialista e reazionariamente eurocentrica, ma non meno, ad esempio, da un’etichetta come la ECM, borghese e decadentemente conservatrice capofila della devitalizzazione degli elementi africano-americani nella musica improvvisata, a favore di plastificata, consolatoria e suadente pseudo- cultura “media” inventata per una borghesia incapace sempre più di misurarsi con la complessità e l’alterità e sempre più bisognosa di placebo.

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    1. Eh, ECM…. Ha compiuto 50 anni, un’età che dovrebbe esser quella della ragione, o quantomeno dello smussamento di certi massimalismi un po’ astratti. Ed invece non è questo il caso. La cospicua serie di ristampe programmate per celebrare l’importante anniversario mi hanno lasciato molto perplesso. Effettivamente da questa sorta di ‘autoritratto’ sembra volutamente cancellato tutto quello che non si inserisce nell’attuale immagine che l’etichetta ha e vuole dare di sé stessa. ECM dei primi anni ha documentato estensivamente il lavoro di tanti musicisti afroamericani della ‘diaspora’ di fine anni ’70 ed ’80, che di fatto non sono rappresentati in queste riedizioni. Tra i diversi titoli a loro nome ci sono autentiche pietre miliari della storia di questa musica, non a caso oggi molto in ombra. La faccenda è piuttosto seria anche se si considera che un altro dei ‘comandamenti ideologici’ che guidano l’etichetta è che ‘sul passato non si torna’ e quindi, salvo rare e fugaci eccezioni, non si ristampano con regolarità nemmeno titoli che oggi rappresentano dei veri e propri classici: il tutto con buona pace della cultura musicale di ascoltatori giovani e volenterosi. Paradossalmente, di fatto è un malvezzo comune anche a colossi discografici animati prevalentemente da logiche brutalmente commerciali. Può esser anche legittimo conservare e tenere ad un proprio profilo ‘militante’, ma riscrivere il passato è un’operazione che ricorda un po’ il ben noto Ministero della Verità di orwelliana memoria: riscrivere convintamente il proprio, poi, è ancor più inquietante. Infine: quando si custodisce nei propri archivi un vero e proprio patrimonio culturale frutto dell’opera di molti artisti (parecchi dei quali ormai scomparsi) si hanno anche delle oggettive responsabilità di conservazione e soprattutto di diffusione: diversamente la proprietà intellettuale si trasforma nel capriccioso arbitrio di un imperatore iconoclasta. Quanto alla linea estetica coerentemente seguita dalla casa bavarese, vi ho già annoiato abbastanza giorni fa con i ‘rolling bushes’, i cespugli rotolanti dei deserti western. My five cents, come sempre. Milton56

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      1. “sul passato non si torna” per tornare al trapassato remoto europeo vestito falsamente di modernità per gli inconsapevoli a caccia di cultura musicale a buon mercato…Non conosco nulla di più vecchio e musicalmente reazionario dell’attuale catalogo ECM, altro che Wynton Marsalis…

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