So long

Don Pullen e George Adams ebbero una lunga frequentazione il cui apice fu probabilmente l’ingresso di entrambi nell’ultimo quartetto di Charles Mingus  tra il 1973 e il 1975, collaborazione che portò alla registrazione degli ultimi capolavori mingusiani: Changes 1 & 2, Moves e un Live at Carnegie Hall tutti usciti nel 1974. Ma dopo l’avventura con Mingus i due formarono un formidabile quartetto che tra il 1980 ed il 1988 sfornò ben 13 album, da Don’t lose control fino a JazzBuhne Berlin.

Iil gruppo che George Adams co-dirigeva con il pianista Don Pullen  era uno dei più interessanti del periodo. Tra influenze blues, funk e free-jazz il quartetto,completato da altri ex-mingusiani quali il batterista Dannie Richmond e il bassista Cameron Brown, proponeva una musica dall’alto contenuto energetico, con il sassofono urlante di Adams e il piano di Pullen, debitore sia di Taylor che della grande musica nera, a stagliarsi sui tappeti ritmico-armonici del gruppo.

Nel 1992 George Adams scomparve e Pullen, allora impegnato con un’altra sua creazione, l’African-Brazilian Connection, compose in memoria dell’amico un brano struggente e ricco di pathos, “Ah ,George, we hardly knew ya”.

Questo pezzo, che da sempre figura tra i miei preferiti, lo dedico a mia volta ad uno dei miei più cari amici scomparso il 7 luglio, lo stesso giorno di Joao Gilberto e di  Louis Armstrong. Una persona speciale con la quale per più di un quarto di secolo ho scorrazzato su e giù per l’Italia alla caccia di grande musica, con il conforto della buona cucina e di vini adeguati. Di lui serbo tanti ricordi, compresi i suoi aneddoti di quando, poco più che ragazzo, fini a Umbria Jazz, quando ancora i concerti erano gratuiti e itineranti ed il pubblico si sedeva per terra. Sul palco il gruppo di Charles Mingus, quello con Pullen e Adams, rinforzato da Hamiett Bluiett al baritono. Lui non sapeva nemmeno quale fosse Mingus tra i musicisti presenti,  ma la scintilla scoccò immediatamente ed è durata tutta la vita.

Avevamo una rara intesa su pressochè tutti gli aspetti della vita, passione per il jazz inclusa. Solo due argomenti ci dividevano ed erano pretesto per immancabili sfotttò: il calcio, che ci vedeva tifosi sulle opposte sponde milanesi. E Cecil Taylor, che proprio non riusciva ad apprezzare e che è stato fonte di innumerevoli discussioni che naturalmente alla fine lasciavano entrambi sulle proprie convinzioni.

So long my friend

 

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